Spiagge, concessioni e caro prezzi: riflessioni di agosto

E’ stato un piccolo tormentone estivo “made in Italy”, quello dei lidi deserti e delle spiagge libere affollate. La narrazione, però, ha avuto sfumature molto diverse. Non sempre si è trattato di una denuncia verso il caro-prezzi. A volte il piagnisteo dei concessionari è sembrato orientato a promuovere scontistiche applicate in alcune località, in vista della settimana di ferragosto. Tra le righe, qualcuno si è cimentato nel messaggio forse più subdolo: “il caro-prezzi sfavorisce la frequentazione degli stabilimenti balneari. Oh voi, concessionari, abbassate questi prezzi, siate meno aggressivi all’ingresso con donne e bambini, così il felice modello italiano delle occupazioni in pianta stabile degli arenili torna a funzionare …”.

Sia chiaro, al netto di diverse declinazioni, i media ne hanno parlato perché il tema esiste ed è basato su dati di partenza reali. Incrociando quanto pubblicato da giornali e inchieste on line, l’incremento dei prezzi rispetto allo scorso anno sarebbe stato su base nazionale del 16% per i “pacchetti vacanza in Italia”; 15% presso villaggi, campeggi e ostelli; 7% in stabilimenti balneari e piscine. Si tratta di medie statistiche, ovviamente, che comprendono le punte più alte delle località più ambite o affollate, con costi che superano facilmente i 100 euro base a carico di una famiglia numerosa che intende trascorrere una giornata al mare. Tutto ciò a fronte di un aumento medio dei salari per molti lavoratori nullo o irrisorio.

Ecco allora che qualcosa è cambiato in termini di opinione pubblica. Perché anche se viene inculcato da decenni che nel nostro Mondo “essere poveri è una colpa”, qualcosa si rompe nel sentire comune se si scopre che si può essere poveri anche lavorando; se si scivola di qualche gradino nella gerarchia sociale dei consumatori pur facendo il proprio dovere civico e fiscale e una discreta dose di sacrifici durante l’anno.

Grave errore, però, sarebbe riscoprire la centralità di uno spazio pubblico solo quando o perché è diventato più costoso frequentare quelli privati. Nel caso specifico, è intollerabile far passare il messaggio che affollare una piccola porzione di spiaggia libera va interpretata solo come la deprecabile condizione momentanea di oggi a cui sono stati costretti coloro che anelano di recuperare il proprio posticino in un lido domani.

Il punto è ristabilire una scala valoriale, affermare che luoghi naturali come i litorali sono beni comuni e ne deve essere assicurato e perseguito il libero accesso e la libera fruizione sempre, a prescindere dalle transitorie dinamiche delle proprie tasche e delle leggi della domanda e dell’offerta. Tali luoghi sono infatti funzionali al benessere psico-fisico delle persone e dunque al diritto alla salute in senso ampio. Sono legati alla legittima occasione di socializzare, e anche imparare a mediare, momenti quotidiani al fianco del prossimo/sconosciuto. Ecco perché andrebbero sottratti alla regola del “consumo, dunque esisto”.

In tema di spiagge e concessioni, il modello ideale sarebbe, come avviene in altri Paesi d’Europa e in modo differenziato anche tra diverse Regioni di Italia, quello del 100% di libero accesso al mare con la possibilità di erogare servizi NON obbligatori ai bagnanti (dai lettini / ombrelloni alla somministrazione alimentare, fino all’implementazione di attività sportiva), secondo la formula denominata “spiaggia libera attrezzata”, che tiene insieme diritti delle persone, sostenibilità nella manutenzione ordinaria e sviluppo di opportunità economiche e di lavoro, senza lasciare il campo a rendite passive. In un Paese come l’Italia, dove per decenni si è dato spazio a concessioni invasive, con tutto ciò che ne è derivato, salvo eccezioni, in abusi e condotte escludenti, sarebbe già tanto riformulare le percentuali esistenti e riequilibrare lo scenario. Ed è questa la vera posta in gioco oggi, grazie (in qualche modo) alla normativa dell’Unione Europea che impone di porre fine ai monopoli, che si trascina però da anni in un contesto di continue proroghe delle concessioni scadute nonostante le sentenze dei Tribunali, adozioni di PAD da parte dei Comuni, annunci, nuovi bandi allo studio e piccoli e grandi interessi che fanno a gara ad accreditarsi presso pezzi di pubblica amministrazione. Perché se tutti gli iter andranno a compimento, al di là di schermaglie locali e dinamiche interne ai singoli “campanili”, l’esito finale, crudo e materiale, consiste in questo: capire da quanti e quali metri di sabbia verranno rimossi in futuro (speriamo presto!) quei costosi e obbligatori ombrelloni privati già piantati dall’alba fino a riva, in favore di spazi più accessibili e frequentabili.

Senza una rinnovata e cosciente idea di spiaggia intesa come “spazio pubblico”, il risultato rischia di essere annacquato e ridimensionato. E il dibattito resta chiuso nelle stanze che decidono. Fino alla prossima estate o alla nuova campagna mediatica, suscettibile però di cambiare indirizzo come il vento.

Scritto da Dario Chiocca


Classe '78, è tra i fondatori de L'Iniziativa, di cui è presidente. Puteolano, è cresciuto nel quartiere di Monterusciello, dove risiede. Laureato in Giurisprudenza, impegnato da sempre sulle questioni sociali, anche nei movimenti studenteschi e nelle organizzazioni sindacali, dal 2010 è avvocato presso il Foro di Napoli e svolge la sua attività professionale nel campo nel diritto civile e del lavoro. In ambito di normativa del lavoro, si occupa inoltre di formazione.