Dario Volpe: amico, giornalista, militante

La terra dei Campi Flegrei ha avuto il privilegio di conoscere, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, l’impegno e la passione di Dario Volpe, giovane puteolano che ha brillato per la sua sensibilità e le sue qualità nel campo del giornalismo e dell’associazionismo. Tanto umile nell’approfondire e nel ricercare, quanto determinato a schierarsi e a prendere posizione per le battaglie e i valori che riteneva giusti.

Dario Volpe ha cominciato la sua attività sociale tra le aule e i corridoi del liceo Majorana di Pozzuoli, nel movimento studentesco di metà anni ’90. Ha partecipato ad esperienze di giornalismo civile come il laboratorio culturale “Terra flegrea”. Si è avvicinato alla politica tradizionale, per poi individuarne i limiti nelle sue strutture. E’ stato tra i fondatori, il 9 ottobre 1998, del collettivo “L’Iniziativa”, diventando uno dei protagonisti e punto di riferimento per gli altri, che gli riconoscevano essere il più bravo di tutti nello scrivere. Trasferitosi a Roma, per proseguire gli studi alla facoltà di Scienze della Comunicazione all’Università “la Sapienza”, ebbe modo di conoscere da vicino le realtà organizzate dei movimenti degli immigrati, allargando le sue esperienze e assumendo fin da subito le chiavi interpretative di un Mondo che di lì a pochi anni sarebbe cambiato radicalmente, a partire dal modo di fare informazione e dall’impatto delle nuove tecnologie sulla vita quotidiana di ognuno.

Dopo 20 anni da quando lo abbiamo salutato, nella primavera 2003, vogliamo che chi vive e agisce oggi, soprattutto sul nostro territorio, sappia Dario Volpe chi è stato. Abbiamo scelto di farlo con la pubblicazione di alcuni dei suoi articoli scritti sui primi numeri (non ancora registrati) del foglio autoprodotto L’Iniziativa, che recava la frase “diffusione gratuita, diffusione di idee”. Sono divisi in 3 sezioni e sono riportati fedelmente dagli originali, con il solo taglio di alcuni stralci, riferiti a particolari eventi di cronaca di allora, per ragioni prettamente espositive. Il lettore di oggi potrà cogliere elementi utili di storia e, al tempo stesso, la loro assoluta attualità e lungimiranza.

Ciao, Dario.

1. POZZUOLI, SVILUPPO E LAVORO

“No alla svendita di Olivetti ricerca”, i lavoratori lottano per uno sviluppo più avanzato

(Marzo 1999)

(…) Abbiamo già affrontato la questione Olivetti, denunciando l’assoluta indifferenza delle forze politiche e delle Istituzioni sul mancato raggiungimento dell’obiettivo previsto dal contratto di programma dell’87 stipulato tra azienda, sindacati e governo. Ora gli eventi nazionali hanno superato ampiamente questa fase: l’Olivetti, impegnata nella scalata alla Telecom, probabilmente venderà alla multinazionale statunitense “Wang” il potenziale centro di ricerca di Pozzuoli. Tutto ciò senza alcuna garanzia per i lavoratori e senza alcuna prospettiva di sviluppo avanzato per il Mezzogiorno. La Wang, infatti, non avendo rilevanti commesse al Sud, potrebbe facilmente svilire le professionalità presenti all’Olivetti ricerca di Pozzuoli, utilizzando maggiormente la manodopera impiegatizia e offrendo un’occupazione più precaria, mettendo in pericolo gli attuali posti di lavoro; di conseguenza sarebbe del tutto esclusa la possibilità di far diventare l’Olivetti di Pozzuoli un centro di ricerca del Sud per le telecomunicazioni. In questo modo si cancella un’eccellenza del Mezzogiorno, creata con finanziamenti pubblici, soldi della collettività equivalenti all’80% del capitale. Ciò nonostante assistiamo ad un atteggiamento del governo latitante e superficiale, definito “neutrale”, che di fatto da il via libera alla mega operazione finanziaria, senza svolgere quel ruolo di garanzia che il governo stesso si era impegnato ad assumere con l’accordo del 27 aprile del 1998. (…) Il governo italiano e l’amministrazione locale con la “neutralità” e l’inerzia scelgono di non interessarsi al rilancio dell’Olivetti ricerca e alle garanzie occupazionali e professionali dei lavoratori. Scelgono, dunque, di non affrontare con coraggio e serietà la questione dello sviluppo meridionale e di “lasciar fare” le holding e le multinazionali a danno della collettività e dei lavoratori. Il mondo politico nazionale e locale conferma così la sua volontaria assenza, la sua volontaria lontananza dalle reali esigenze del nostro territorio.

Questa situazione ha reso necessaria la mobilitazione dei lavoratori dell’Olivetti di Pozzuoli, che venerdì 5 marzo hanno effettuato con successo il blocco dei cancelli, impedendo a chiunque di entrare nello stabilimento. Ancora, giovedì 11 marzo i lavoratori sono stati protagonisti, con uno sciopero durato alcune ore. In quest’occasione i segretari nazionali dei sindacati hanno ribadito la loro opposizione alla svendita di un importante patrimonio professionale, costituito da figure altamente qualificate. Il carattere e la forza di questi ultimi giorni di lotta chiamano in causa direttamente le controparti imprenditoriali-finanziarie e le responsabilità politiche ed istituzionali. Non possiamo che esprimere solidarietà politica verso coloro che si battono per uno sviluppo meridionale avanzato, concreto, possibile.

Futuro incerto per la Sofer di Pozzuoli, l’alternativa allo storico stabilimento è un falso turismo

(aprile 1999)

Alla Sofer di Pozzuoli lavorano circa 420 operai, che negli ultimi tempi stanno vivendo una situazione di incertezza, all’ombra di una sempre più possibile chiusura dello storico stabilimento puteolano. Da sempre l’amministrazione comunale in carica si è pronunciata contro qualsiasi ipotesi di chiusura o delocalizzazione della Sofer. Tuttavia, questa posizione non ha portato a nessuna soluzione. C’è un elemento che è ben più determinante di qualsiasi altro pronunciamento o convegno: è il Piano Regolatore Generale che, su indicazioni della passata amministrazione, detta quelle condizioni che, non favorendo gli investimenti nella zona Sofer e per quel settore di produzione specifico, inducono l’azienda alla sicura chiusura. Il PRG, riferendosi alla zona D2 (fascia costiera occupata dalla Sofer, dalla Pirelli e da Sud Cantieri), parla di “progressiva sostituzione delle produzioni attuali con altre e progressiva riduzione volumetrica”. Nel PRG è scritto ancor più chiaramente che la demolizione dei volumi prossimi al mare consentirà la destinazione della fascia litoranea a Parco Urbano Attrezzato per il tempo libero (chioschi, bar, campi da gioco) e di balneazione. È evidente, dunque, che qualsiasi progetto diverso dalle linee dettate dal PRG non potrà usufruire di nessun finanziamento. In queste condizioni, quale istituto di credito o quale azienda investirà nell’area della Sofer? L’incertezza e l’instabilità non hanno mai favorito gli investimenti. E l’amministrazione attuale non ha mai detto la verità ai lavoratori attuali o chiarito quale sarebbe lo sviluppo del dopo Sofer fatto di chioschi, bar e campi da gioco su un’area fortemente inquinata. Si riduce a questo lo sviluppo turistico che merita la nostra città e la cultura che essa custodisce? Ancora una volta la classe dirigente di Pozzuoli si è dimostrata incompetente, incapace, inetta.

Pozzuoli, i partiti politici non conoscono la partecipazione

(giugno 1999)

[…] Il carattere “antidemocratico” caratterizza anche i partiti puteolani […], anche quei partiti storici della sinistra che della partecipazione attiva hanno fatto, in passato, il proprio pane quotidiano. È il caso, questo, dell’erede del PCI, tra i maggiori partiti nazionali e locali. I DS puteolani, circa due mesi fa, organizzarono un dibattito sulla “questione Sofer”, al quale erano presenti esponenti politici nazionali e locali, dell’amministrazione e del sindacato. Mancavano, però, i diretti interessati: gli operai. È evidente che, nonostante siano a rischio diversi posti di lavoro, la sfiducia degli stessi lavoratori nei riguardi dei partiti è tale da indurli a “non partecipare”.

Così come non hanno partecipato, il 27 aprile scorso, i cittadini di Monterusciello ad un dibattito intitolato “Monterusciello patrimonio comunale” organizzato dal gruppo consiliare DS. Anche in questo caso erano presenti vari esponenti dell’amministrazione, del consiglio comunale, il sindaco e l’assessore regionale al bilancio. Anche questa volta l’argomento dibattuto era interessante, ciò nonostante la vera protagonista del “dibattito”, durato 45 minuti, è stata l’assenza di interventi della gente del quartiere.

La mancanza di fiducia da parte dei cittadini è causata dall’assenza di un luogo realmente democratico, fondato su un’attività politica priva di “interessi personali”. Spesso diversi di quei pochi giovani che hanno avuto esperienze nelle organizzazioni giovanili di partito “presenti” qui a Pozzuoli, hanno trovato difficoltà nel poter fare cose che andavano oltre la solita chiacchierata in sezione, dispersiva e inconcludente. L’attuale situazione nei partiti sembra impedire la nascita di una spontanea partecipazione. Nelle sezioni è assente la politica, dato che si cerca di creare consenso non sulla base di ciò che si costruisce tra i cittadini, ma attraverso un falso coinvolgimento, tesserando gratuitamente persone totalmente disinteressate al solo scopo di avere un peso pseudo politico all’interno del partito. Questo stato di cose, che indebolisce e snatura tutta la sinistra, è presente in forme forse ancor più brutali nei partiti di centro e di destra, che rasentano l’essere esplicitamente comitati elettorali, poiché assolutamente assenti dalla dinamica democratica e sociale.

È presente, invece, soprattutto tra i giovani, l’esigenza di creare punti di incontro, di socializzazione e di discussione, finalizzati a realizzare momenti di una società migliore con iniziative sociali e politiche sul territorio, con la collaborazione dei settori più avanzati della società, coi ragazzi dei quartieri e delle scuole. Una politica che nasce dal basso, che ha un consenso cosciente, vero e spontaneo, perché basato su ciò che realmente si realizza, è più forte di una politica basata sul tesseramento “familiare o di amicizia”, lontana dalla gente comune. Il coinvolgimento collettivo e la partecipazione sono la forza di qualsiasi soggetto politico, soprattutto se quest’ultimo è orientato a migliorare e cambiare la società.

Editoriale / Sviluppo e occupazione, che belle parole!

(settembre 1999)

La storia attesta alla nostra città un valore ed un significato unici al mondo. Nessuno nega tale affermazione, molti ne abusano. Si può forse dire che Pozzuoli goda di un’economia fiorente, degna di essere paragonata al periodo romano quando divenne l’approdo più importante del Mediterraneo? La risposta ci viene suggerita dal tasso di disoccupazione e dal fatto che lo sviluppo ed il turismo esistono esclusivamente nelle parole del sindaco, della maggioranza che lo sostiene e anche dell’opposizione di questo consiglio comunale. Quale prospettiva occupazionale offre oggi la nostra città ad un giovane? Quella di essere impiegato “in nero” in un bar o in uno dei tanti ristoranti della zona, quella di fare il bagnino-schiavo in uno dei tanti (troppi) lidi privati occupati dagli abusivi o autorizzati dalla legge, quella di lavorare senza sicurezza e tutela sindacale in uno dei tanti cantieri aperti nella mai ben definita ricostruzione post bradisismica.

Questa è la caratteristica fondamentale di un non-sviluppo che è fonte di guadagno per pochi e che non produce stabile e dignitosa occupazione. Tale sotto-sviluppo è dovuto alla mancanza di progetti organici che prevedano modalità e soggetti di investimento capaci di creare le condizioni per un turismo di qualità, che attinga dalla ricchezza culturale ed intellettuale della nostra città. Si parla di sviluppo turistico, ma non esistono figure professionali adeguate. Non esiste un piano trasporti complessivo che potenzi, velocizzi e migliori il sistema di comunicazione del territorio. Non esiste un piano di radicale bonifica delle coste e di salvaguardia dei reperti sommersi, un piano di salvaguardia ambientale, una politica contro l’abusivismo, un progetto di valorizzazione delle risorse archeologiche. Non esiste un’azienda di promozione turistica che lavori in Italia e in Europa per promuovere i Campi Flegrei. Lo stesso sviluppo urbanistico è privato degli aspetti culturali caratteristici di Pozzuoli: i luoghi più suggestivi sono svenduti a chi ha la possibilità economica di poter ristrutturare un antico palazzo puteolano. Tali scelte, mosse dall’interesse a creare le condizioni affinché Pozzuoli diventi territorio fertile per guadagno facile a vantaggio di pochi, hanno prodotto effetti di disgregazione sociale e urbanistica, con la creazione di quartieri ghetto come Monterusciello e Toiano. In poche parole, non esiste la volontà politica finalizzata allo sviluppo delle risorse del territorio.

In alternativa ad un turismo povero e stagionale, diventa necessario invertire la rotta verso uno sviluppo reale, basato su produzioni di ricchezza da reinvestire sul territorio. Fondato sulla ricerca tecnologica e su un turismo intelligente che comprenda lo sviluppo dell’artigianato, espressione delle tradizioni e della cultura del territorio, di un terziario qualificato di operatori culturali capaci di rendere proficui i monumenti della nostra città, di cooperative giovanili capaci di valorizzare al meglio le risorse archeologiche e paesaggistiche. Capitali e tecnologia dovrebbero essere investiti nel campo della pesca, un settore che continua a chiedere forza lavoro, ma che soffre la mancanza di importanti infrastrutture.

La classe dirigente puteolana, invece, persevera nelle chiacchiere. Il tempo, però, ha già smascherato i bugiardi.

Occupazione a Pozzuoli, firmato un protocollo di intesa tra Regione e Comune

(novembre 1999)

22 ottobre 1999: finalmente Regione Campania e Comune di Pozzuoli firmano il protocollo d’intesa per il compendio Rione Terra-Porto, dopo tante difficoltà, tentennamenti, indecisioni e dopo che tra  il presidente della Regione Losco e il sindaco di Pozzuoli Devoto non si era riusciti a trovare un accordo. “Finalmente un atto importante per lo sviluppo occupazionale di Pozzuoli!”, si dice, perché “nel giro di un anno potranno lavorare ben 350 persone tra LSU e disoccupati di lunga durata”. Entusiasti di questo grande risultato ottenuto dall’amministrazione della nostra amata città, ci procuriamo il protocollo d’intesa per toccare con mano i 350 posti di lavoro, per meglio approfondire il discorso ed elogiare il presidente della Regione, il sindaco e l’amministrazione tutta. Leggiamo con attenzione il documento pervenutoci, lo rileggiamo più volte, perché non crediamo ai nostri occhi: il Presidente della Regione (anche in qualità di Commissario di Governo) ed il sindaco di Pozzuoli hanno firmato niente altro che una voluminosa dichiarazione di intenti.

Nel protocollo d’intesa c’è scritto che la valorizzazione del compendio territoriale Rione Terra e adiacente Porto di Pozzuoli, avverrà attraverso “l’utilizzazione di soggetti impegnati in lavori socialmente utili”. Quello che invece non c’è scritto è come avverrà questa valorizzazione e che tipo di utilizzazione ci sarà per LSU e disoccupati. Nell’accordo raggiunto l’unica certezza per i cittadini è rappresentata dalle società impegnate formalmente (Itainvest e Italia Lavoro) in un progetto di rilancio territoriale, che però non esiste. La Regione e il Comune credono di poter promettere ai disoccupati che in un anno ci saranno 350 posti di lavoro in più, solo perché hanno affidato il compito di creare 350 posti di lavoro a tali società. Questa è la contraddizione presente nel testo originale: “[…] l’Itainvest definirà il programma di realizzazione degli interventi […] la stessa definirà altre ricadute occupazionali e l’utilizzazione dei lavoratori LSU predisponendo i relativi piani di formazione e di recupero”. Quindi, come si può chiaramente leggere dal protocollo d’intesa, gli elementi che permettono la creazione di lavoro sono ancora tutti da definire. Da definire è “il programma di realizzazione degli interventi”, ovvero cosa deve fare questa società per creare occupazione; da definire sono “le ricadute occupazionali”, ovvero quanti disoccupati troveranno lavoro; da definire sono “i piani di formazione e di recupero”, ovvero cosa faranno questi ipotetici futuri lavoratori, quale sarà il loro ruolo professionale. In poche parole lo sviluppo occupazionale di Pozzuoli è ancora da definire anche solo sulla carta. Non si capisce, dunque, perché non si è subito riusciti a raggiungere l’accordo tra Comune e regione Campania, visto che non c’era niente su cui accordarsi. Con questo protocollo d’intesa gli enti locali non hanno programmato un bel niente, ed hanno semplicemente ribadito ai cittadini che Pozzuoli ha bisogno di occupazione. Ma questo lo sanno anche le pietre oramai, non era necessario scriverlo in un protocollo d’intesa. Per ora è stato solo uno spreco di tempo, inchiostro e carta, firmato Andrea Losco e Gennaro Devoto.

2. GLOBALIZZAZIONE, MOVIMENTO E DIRITTI

Il moderno sistema economico: libertà di mercato e catene per gli uomini

(gennaio 2000)

L’anno 2000 comincia con l’aumento dell’estrema povertà: un miliardo e duecento milioni di persone vivono con meno di duemila lire al giorno. Ma comincia anche con la più grande manifestazione mai avuta negli USA dai tempi della guerra in Vietnam: la protesta di Seattle contro la globalizzazione senza regole e contro l’organizzazione mondiale del commercio (WTO), che ha sancito la nascita di un nuovo movimento.

La globalizzazione è un processo economico che estende il mercato su scala mondiale: gli affari economici che avvengono in un Paese influenzano quelli che avvengono in un altro, un’impresa può produrre in Asia, vendere in Europa e nello stesso tempo avere la sua sede dirigenziale negli Stati Uniti. La moneta circola liberamente in ogni parte del Mondo, ma può trovare degli ostacoli, per questo è stato creato un organismo internazionale di cui fa parte anche l’Italia, che si propone di abbattere questi ostacoli e liberalizzare sempre di più il mercato: il WTO, ovvero un’organizzazione nata contro i diritti umani, perché per la prima volta nella storia delle organizzazioni internazionali contemporanee lo statuto non contiene neanche un accenno al rispetto dei principi della carta delle nazioni Unite. L’unica cosa che conta è liberalizzare l’interesse economico. Fame, disoccupazione e sfruttamento continuano ad essere dei dettagli secondari.

Alcuni esempi renderanno l’idea: negli Stati Uniti il sistema sanitario è liberalizzato, ovvero è gestito da privati. Il risultato è che ben 44 milioni di bambini, vecchi, donne, uomini, non possono permettersi di avere assistenza sanitaria, né comprarsi i farmaci salvavita, perché costano troppo. (…) In tanti altri Paesi la liberalizzazione del mercato del lavoro consente di licenziare più liberamente ed è diffuso lo sfruttamento minorile. L’ambiente è liberalizzato, ovvero, si vendono liberamente semi geneticamente manipolati, si sottomettono economicamente i contadini dell’India costretti ad indebitarsi sempre di più per poter comprare pesticidi necessari per la coltivazione OGM. Nel Mondo anche la democrazia è liberalizzata: 350 persone possono liberamente possedere circa il 50% della ricchezza mondiale, e il 5% della popolazione mondiali detiene l’80% delle risorse energetiche. Chi ha un peso economico determinante ha anche il potere di decidere, semplicemente spostando i suoi investimenti da un paese all’altro, dove localizzare la disoccupazione e influenzare così le politiche di ogni Stato.

Liberalizzare il mercato significa quindi concentrare la ricchezza, abbattere i costi per gli imprenditori, laddove i diritti dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente vengono considerati tali perché diminuiscono il profitto. Significa cancellare la spesa sociale dello stato che dovrà investire le sue risorse per abbassare la pressione fiscale alle imprese. Questo processo coinvolge i cittadini di tutto il Mondo, perché se in Asia si licenzia facilmente, in Asia le imprese saranno più competitive ed allora anche negli altri Paesi si dovrà abbassare il costo del lavoro per essere competitivi. Il WTO se ne frega dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori e dei consumatori, eppure in sei anni ha già imposto la modifica di 170 leggi nazionali che coinvolgono oltre quattro miliardi di persone nella liberalizzazione dei mercati. È un’organizzazione del tutto scollegata da qualsiasi controllo democratico, che decide la sorte di miliardi di persone, per promuovere i particolari interessi degli imprenditori. Questo stato di cose dimostra che fino a quando esisterà una società caratterizzata dall’individualismo e dal profitto, non esisteranno né giustizia, né democrazia, né libertà. Anche grazie a Seattle, il 2000 comincia con un’accresciuta consapevolezza: il bisogno di trasformare la società del profitto in società dell’uomo.

Si rischia la vita per lavorare, aumentano in Italia gli omicidi bianchi

(febbraio 2000)

Nel 1999 sono aumentati i profitti per le aziende e contemporaneamente sono aumentati anche del 2,2 per cento gli infortuni sul lavoro, i così detti “omicidi bianchi”. (…) E’ un fatto: peggiorano le condizioni dei lavoratori, mentre migliorano quelle dei “padroni”. Le ultime statistiche dell’associazione invalidi e mutilati sul lavoro presentano una realtà agghiacciante, di fine ‘800. Morti e feriti sul lavoro si concentrano in particolar modo nel settore edilizio. Lo scorso anno solo nella provincia di Napoli, 32 persone hanno perso la vita lavorando. Questa situazione è dovuta all’assoluta scarsità di controlli, non esiste un efficiente ente capace di segnalare ed evitare infrazioni e soprusi nei luoghi di lavoro. La realtà delle morti bianche coinvolge anche il lavoro nero, molto sviluppato in Italia, in particolare al Sud. Sfuggire ai controlli per un’azienda che sulla carta non esiste è ancora più semplice rispetto ad un’azienda giuridicamente riconosciuta. (…) Lavoro nero significa: salario basso, orario alto, turni molto flessibili, norme igienico sanitarie non rispettate, norme di sicurezza ignorate e soprattutto libertà di essere licenziati quando e come vogliono gli imprenditori. Qualcuno, nei settori politici di centro destra e in Confindustria sta cercando di estendere queste caratteristiche del lavoro nero a tutti i lavoratori. Il quesito referendario che vuole legittimare la libertà di licenziamento abrogando l’art. 18 dello statuto dei lavoratori è un’aggressione agli alti valori democratici della nostra Costituzione antifascista, è un’aggressione al diritto dei lavoratori ad avere la possibilità di costruirsi un futuro dignitoso. La libertà di licenziamento riduce la persona alla pari di un qualsiasi oggetto-merce “usa e getta” […]. Ingenuamente, qualcuno potrebbe chiedersi come mai in uno stato democratico bisogna rischiare la vita e la salute per poter lavorare, per quali motivi non ci sono controlli, perché c’è qualcuno che vuole attentare alla copertura assicurativa sugli infortuni. La risposta a quest’interrogativi è chiara e semplice da comprendere: i diritti universali costano, la sicurezza sul lavoro costa e di conseguenza per aumentare ancor di più i loro profitti, per essere competitivi, gli imprenditori insistono per abbassare questi costi, per affossare ancor di più la possibilità dei lavoratori di avere un potere decisionale in questa società. Se i diritti di chi lavora diventano privilegi per pochi, ogni singolo lavoratore è maggiormente esposto ai ricatti di chi possiede quei mezzi che gli permettono di portare un salario a casa. È negli interessi della maggioranza degli italiani impedire che ciò avvenga.

I Sem Terra, l’esperienza educativa del movimento contadino brasiliano

(aprile 2000)

Roma – Lo scorso 21 marzo è stato promosso dal sindacato Cgil scuola un incontro con una delegazione del movimento dei “Senza Terra” del Brasile, sul tema: “La scuola oggi: azienda o comunità educativa?”. Ci si è interrogati sulla possibilità di promuovere anche nel nostro Paese un tipo di scuola che sia anche spazio di “trasformazione sociale”. La scuola del MST, dice una giovane educatrice “ci rende protagonisti della nostra storia, punta al riscatto della cultura e dei valori dei lavoratori che la società capitalistica rigetta”. Gli insegnanti che aderiscono al MST promuovono una gestione democratica della scuola: gli alunni sono direttamente coinvolti nell’organizzazione, il programma è il frutto del coinvolgimento di famiglie, studenti, insegnanti che compongono il “collettivo pedagogico”, strettamente collegato con il mondo dei lavoratori. I programmi educativi comprendono una parte pratica, in cui il lavoro viene realizzato attraverso forme di cooperazione. Il principio alla base di questo modello di scuola è ben espresso dalla frase di Paolo Freire: “Nessuno educa nessuno, nessuno è educato da nessuno, ci si educa insieme”, l’educazione di un popolo è strettamente legata alla sua stessa libertà.

Quanto avviene in Italia, invece, ostacola l’idea di una scuola-comunità. La cultura promossa dai ministri della Scuola Luigi Berlinguer e dell’Università Zecchino è quella dei quiz, è la cultura nozionistica. Allo studente non viene richiesta nessuna forma di partecipazione al programma educativo: si parla di “offerta formativa” rivolta ad un “consumatore-alunno” passivo. I valori ai quali la nostra scuola dovrebbe far riferimento sono solo fiorati e non si dice mai come metterli in pratica. Per questo in tutte le scuola si dovrebbe studiare la Costituzione, per formare cittadini coscienti dei propri diritti e doveri. Materie come informatica e lingua straniera dovrebbero essere insegnate meglio e secondo le nuove esigenze professionali. Soprattutto, la nostra scuola dovrebbe essere messa in comunicazione con quella fetta di società che pratica i valori della solidarietà, della socialità, dell’ambientalismo. È necessario coinvolgere direttamente nel progetto educativo il mondo delle associazioni, che rende migliori i nostri quartieri e le nostre città.

La scuola del Ministro Luigi Berlinguer con il sistema dei crediti per ogni anno, con l’introduzione delle terze prove non tiene conto delle diversità sociali e culturali di partenza di ognuno. Nelle università il ministro Zecchino incentiva il numero chiuso, penalizza fortemente i meno abbienti con l’obbligo di frequenza e l’aumento dei requisiti minimi per ottenere la borsa di studio. Ma di fronte a questa situazione, c’è un mondo che quotidianamente approfitta di ogni spazio libero per costruire una scuola diversa: sono quei professori e quei docenti universitari che non smettono di fare cultura anche fuori dai luoghi ufficiali. E che mantengono viva la fiducia per una scuola nuova e proiettata verso il futuro.

Parlano gli immigrati: è necessaria l’integrazione

(giugno 2020)

Roma – Siamo nel quartiere Esquilino di Roma, 1200 mq raccolgono 21 nazionalità, 21 culture. Non sembra di trovarsi in Italia, ci sono negozi e locali indiani, cinesi … è un piccolo mondo. Gli immigrati di Roma sono come gli immigrati di tutta Italia. Abbiamo parlato con il responsabile del “Dhuumcatu – organizzazione sociale”, autofinanziata dagli stranieri. Ecco cosa ci racconta Bachu dell’associazione, della vita degli stranieri e dei rapporti con la società italiana.

“Dhuumcatu offre interpreti, servizi di informazione per questioni amministrative e rapporti con le autorità, difende i diritti degli immigrati e li informa sui loro doveri. Cerca di svolgere quella funzione di integrazione che la società italiana non offre. È necessario conoscere la cultura di un Paese per un reciproco rispetto. Lo Stato italiano dovrebbe essere interessato a far conoscere le proprie tradizioni e abitudini agli immigrati, e dare a noi la possibilità di comunicare i nostri bisogni. Sarebbe opportuno promuovere corsi di lingua e cultura italiana per le famiglie straniere. Tutto ciò non avviene, da qui nascono le incomprensioni, l’intolleranza, l’arretratezza delle leggi italiane, il razzismo.”

– Come si manifesta il razzismo?

“Ad esempio con l’uccisione di Murad, un ragazzino di 15 anni che aveva rubato un cellulare, oppure con affermazioni di medici del tipo “quest’ospedale è per gli italiani, per gli extracomunitari c’è la caritas”. Noi dobbiamo rispettare le leggi, ma la giustizia italiana deve essere uguale anche per gli stranieri. Ci sono però anche casi di grande accoglienza: ricordo il trapianto di cuore effettuato in un ospedale di Napoli ad un ‘clandestino’ ”;

– Com’è la giornata tipo di un immigrato?

“La maggior parte degli stranieri svolge un lavoro manuale o un lavoro che non prevede un contatto diretto con il pubblico. Posso parlare, ad esempio, dei bengalesi che spesso lavorano nelle cucine dei ristoranti per 14 ore al giorno. Per raggiungere il luogo di lavoro e per tornare a casa si impiegano 5 o sei ore di viaggio. Restano poche ore per dormire. La vita familiare è distrutta e lo stato psicologico del lavoratore è a pezzi. Gli stranieri accettano quei lavori manuali che in genere gli italiani rifiutano e sono costretti a lavorare per una salario da fame”.

– E gli ispettori del lavoro non effettuano controlli?

Sono spesso corrotti e se qualcuno protesta rischia di essere licenziato”;

Quali sono le istanze degli stranieri che lavorano in Italia?

“Chiediamo servizi per creare una comunità di convivenza con tutta la società italiana, non vogliamo essere chiusi nella nostra cultura. Non accettiamo però imposizioni. Vogliamo vivere dignitosamente, ai nostri figli dobbiamo insegnargli come comportarsi in questo Paese, è necessaria un’integrazione sociale. Le nostre istanze devono essere rappresentante almeno attraverso il diritto di voto per i comuni, così sarà possibile risolvere diversi problemi che coinvolgono non solo noi ma tutti gli italiani”.

Immigrati, brava gente

(gennaio 2001)

L’immigrazione è un fenomeno complesso, che spesso viene affrontato dai media e da una parte dell’opinione pubblica con pregiudizi e ignoranza. Cerchiamo di spiegare i perché dell’immigrazione e porre l’attenzione sulle condizioni dei lavoratori stranieri che vivono in Italia. (…) Partiamo dai dati Onu, che prevedono per l’Italia “l’esigenza” di circa 300 mila immigrati l’anno per almeno 25 anni. Ancora, Confindustria ha richiesto più volte quote di immigrati che girano intorno ai 300-350 mila permessi. C’è bisogno di più immigrati, quindi, perché attualmente le quote sono nettamente inferiori (50-60 mila per quest’anno). Queste richieste sono dettate dallo sviluppo del nostro Paese che ha bisogno di manodopera qualificata per lavori che oggi gli italiani non svolgono o non sono in grado di svolgere. È importante, inoltre, prendere in considerazione un altro dato: il nostro tasso di crescita dell’1,7% è troppo basso, ciò vuol dire che non c’è rinnovo tra la vecchia e la nuova generazione. Si prevede, quindi, un aumento della popolazione anziana rispetto a quella più giovane con evidenti problemi creati al sistema pensionistico e alla quotidianità sociale.

Attualmente in Italia vivono due milioni e trecentomila stranieri, che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo producendo il 10% del PIL. Altri 140mila bambini, figli di immigrati, contribuiscono al sostegno di quelle scuole che altrimenti, in assenza di studenti, avrebbero già dovuto chiudere o tagliare posti di lavoro. Ma nonostante i dati oggettivi dimostrino che gli italiani hanno bisogno degli immigrati, continua a persistere una politica di non accoglienza e lo sviluppo di un razzismo culturale, forse più pericoloso del razzismo biologico di matrice fascista, perché non dichiarato. Si prenda ad esempio la classica frase “io non sono razzista, ma…”. I pregiudizi e gli stereotipi, alimentati e sostenuti dalle semplificazioni giornalistiche, rendono ancora più difficile la vita agli immigrati, li espongono a maggiori soprusi e ricatti, non favoriscono l’integrazione necessaria per ottenere vita dignitosa e diritti. Spesso e volentieri si fa l’equazione “immigrato = extracomunitario = criminale”, senza sapere che il tasso di criminalità è maggiore tra gli italiani che tra gli stranieri (a titolo esemplificativo, 2 su 10 tra gli italiani, contro 1 su 10 tra gli immigrati). Il razzismo culturale dice “niente permessi, non li vogliamo, perché sono troppo diversi, credono in altre religioni e sono criminali”. Costringe alla clandestinità. La vuole, perché se è senza un permesso di soggiorno il lavoratore immigrato deve lavorare “in nero”, non può aprire una vertenza sindacale con il datore di lavoro, può essere ricattato con l’espulsione, viene sottopagato e sfruttato: salario bassissimo, molte ore di lavoro, affitti per una stanza da dividere in dieci e altissimi. Il razzismo culturale serve quindi a quegli stessi imprenditori, soprattutto in aree geografiche come il Nord Est, che sfruttano i lavoratori stranieri. Come il settore dell’edilizia vuole i clandestini per sfruttarli nei cantieri, le grandi aziende agricole vogliono i clandestini per ammazzarli di lavoro nei campi di pomodori. In fin dei conti la caccia al clandestino è una farsa, la realtà è il ricatto quotidiano che subiscono uomini e donne esclusi dai diritti fondamentali.

Anche il governo in carica di centro sinistra, con la legge n. 40 che introduce i centri lager, ostacola la regolarizzazione dei lavoratori immigrati attualmente presenti in Italia, venendo incontro alle richieste dei poteri economici. Di fronte a questa situazione gli stranieri stanno prendendo coscienza ed hanno cominciato ad organizzarsi in associazioni e comitati, secondo i quali la via da percorrere è quella dell’unità tra i lavoratori stranieri e i lavoratori italiani, per trovare una risposta forte e comune alla sempre crescente richiesta di sicurezza sul lavoro, salari adeguati, meno precarietà. Questa realtà è confermata dagli ultimi dati ISTAT: dal 1996 ad oggi il 65% degli italiani che hanno ottenuto un lavoro sono lavoratori atipici, ovvero sopravvivono con un salario inferiore alla media o addirittura alla soglia di povertà relativa, mentre ben quattro milioni di cittadini sono vicini alla povertà assoluta.

La lotta paga, gli studenti de “La Sapienza” prendono l’iniziativa

(maggio 2001)

Roma – “Movimento, movimento, movimento!”: erano queste le parole che si ascoltavano martedì 27 marzo nell’aula magna del rettorato de La Sapienza di Roma, occupata dopo 24 anni da più di 2000 studenti. Nella seconda metà di marzo La Sapienza di Roma è stato luogo di sit-in, cortei e occupazione di facoltà. La mobilitazione è nata spontaneamente contro un aumento delle tasse “illegittimo” del 70% per le fasce più basse e del 30% per quelle più alte, decretato dal rettore e dal CDA senza consultare le rappresentanze studentesche. La protesta abbraccia anche la critica della riforma Zecchino e del Decreto che innalza i criteri di merito per le borse di studio. Le diverse facoltà occupate di lettere, sociologia, scienze politiche, psicologia hanno prodotto riflessioni, analisi sulla riforma e sulla gestione dell’università, proposte e iniziative. Questi momenti, anche se limitati al più grande ateneo d’Europa, hanno liberato nuove prospettive di lotta per il diritto allo studio.

Sono 3 gli aspetti positivi della protesta: una nuova ed ampia partecipazione studentesca; il riconoscimento politico del movimento da parte di governo e rettore; nuovi finanziamenti all’università ed un primo passo verso il ritiro dell’aumento delle tasse.

Il primo risultato, forse quello più significativo, si è raggiunto quando diecimila studenti mercoledì 21 marzo hanno manifestato intorno alla città universitaria; il giorno dopo la voce studentesca è arrivata fino a Palazzo Chigi con un importante sit-in e durante la manifestazione nazionale del 31 marzo si è unita ai lavoratori della scuola organizzati nei Cobas. La dimostrazione più imponente si è avuta nel centro de La Sapienza quando migliaia di studenti, occupando l’aula magna, hanno costretto il rettore e tutto il CDA ad un confronto serrato su tasse, riforma e illegalità amministrative commesse dallo stesso rettore che, mentre aumenta le tasse, incrementa il suo stipendio. Successivamente, anche il sottosegretario del ministero dell’Università chiede un incontro pubblico con gli studenti per confrontarsi su riforma e diritto allo studio.

L’ampia partecipazione, forse innescata anche dall’intervento della polizia nelle facoltà occupate del 15 marzo, ha costretto ministero e rettorato, che hanno sempre rifiutato un’assemblea con gli studenti, a confrontarsi pubblicamente con il movimento. Ed è durante questi momenti di acceso confronto che il ministero annuncia nuovi finanziamenti all’università: condizione necessaria per l’annullamento di qualsiasi aumento delle tasse. Ma la protesta non si blocca ed intraprende anche la via del ricorso al TAR.

Da queste importanti esperienze di partecipazione attiva è maturata una maggiore consapevolezza dei propri diritti, è presente la volontà di continuare il percorso iniziato, c’è chi parla di nuove forme di organizzazione per affermare il diritto allo studio. Per molti è stata una nuova esperienza, tutti hanno cominciato a riflettere sui temi che riguardano il diritto allo studio universitario. Le notti di occupazione e le giornate di eventi e manifestazioni hanno dato nuova linfa all’iniziativa degli studenti per migliorare l’università italiana.

Il movimento per i diritti globali: chi siamo e cosa vogliamo

(settembre 2001)

Parliamo di “movimento”. Quell’insieme di forze sociali che durante quest’estate hanno caratterizzato con manifestazioni di massa, interventi sui media e iniziative sul territorio, le calde e drammatiche giornate degli ultimi mesi. Ne parliamo anche perché ne facciamo parte, perché è un movimento che può crescere e che in tutto il Mondo propone un’idea di società migliore di quella attuale.

Non intendiamo presentare una mappa del fenomeno: sarebbe troppo complicato e anche un po’ presuntuoso. Iniziamo quindi a dire che il “movimento”, il “Social Forum italiano”, è molto variegato. Ma la diversità non è motivo di divisione e viene valorizzata per condurre battaglie comuni.

Cominciamo a parlare di Attac, un’associazione nata in Francia nel ’98, presente in Europa, Africa, America Latina e da poco anche in Italia. Attac propone la tassazione delle transazioni finanziarie. Con la Tobin Tax dal nome dell’economista statunitense che propose questo tipo di imposta, tassando i movimenti di capitali che avvengono nelle borse, si potrebbero ricavare duecentomila miliardi di lire l’anno, necessari per progetti sociali e sanitari finalizzati all’eliminazione della povertà ed al miglioramento della qualità della vita. Questa tassa ammonta allo 0,7 per mille, ovvero meno di duemila lire su più di due milioni: una somma irrisoria per i potenti dell’alta finanza, che tuttavia vi si oppongono.

Esistono poi quelle organizzazioni che promuovono il commercio equo e solidale, un sistema alternativo di scambi commerciali: i prodotti vengono acquistati direttamente dalle cooperative dei contadini, agricoltori, artigiani, lavoratori, con i quali si stabilisce un prezzo in base ai costi reali di produzione, includendo anche una quota finalizzata di iniziative autogestite di portata sociale.

Ma il movimento non si ferma al mondo commerciale e finanziario. È arricchito anche da organizzazioni radicate nel mondo del lavoro, come Fiom, Cobas, Rdb, anche se i sindacati nazionali non hanno ancora compiuto una decisione tale per partecipare nel loro insieme al social forum.

Del mondo del lavoro fanno parte anche le organizzazioni degli immigrati, che quotidianamente si battono contro bassi salari, orari esagerati, sfruttamento di situazioni socialmente difficili.

Ed ancora, sono presenti le idee delle associazioni ambientaliste, come WWF, Legambiente e Green Peace, che propongono soluzioni ecocompatibili per la tutela della salute dei cittadini. Un tema, quest’ultimo, che caratterizza in modo particolare la Lila, da sempre contro quegli interessi privati che ostacolano la cura dei malati di Aids. La lega italiana per la lotta contro l’Aids propone, infatti, di abolire l’attuale sistema di brevetti per favorire e sostenere il diritto alla cura per i malati di Hiv di tutto il mondo. I brevetti, infatti, permettono il monopolio dei farmaci e l’aumento del prezzo degli stessi. Con la limitazione della proprietà del brevetto a pochi mesi, durante i quali si recuperano tutte le spese della ricerca, anche altre case farmaceutiche potranno produrre quei medicinali, che servono ad alleviare le sofferenze di milioni di esseri umani ad un prezzo più basso.

Assai importanti nel Social Forum italiano sono le associazioni che si battono per la pace nel Mondo, come Assopace, o che vengono dal mondo cattolico come Mani Tese. Quest’ultima è un’organizzazione che si rifà ai principi sociali del cristianesimo e della teologia della liberazione, promuovendo iniziative di solidarietà e di lotta alla povertà.

Queste sono solo alcune delle realtà sociali di questo nuovo movimento, tantissime sono le questioni affrontate, ogni organizzazione approfondisce diverse tematiche e propone soluzioni impegnandosi concretamente e quotidianamente sul territorio. Negli ultimi anni queste forze sociali sono maturate, cresciute, perché l’attuale sistema economico liberista genera malessere materiale ed esistenziale. La povertà aumenta, supera di gran lunga le previsioni della banca mondiale, soprattutto in occidente la vita è sempre più precaria e frenetica, diventa sempre più difficile gestire autonomamente il proprio tempo. Questo disagio è vissuto da uomini e donne di ogni età, ma molti ancora non sanno come esprimerlo e risolverlo. Per questo tale movimento ha enormi potenzialità di crescita.

3. LO STUDIO DELLA COMUNICAZIONE

Informazione e potere politico

(giugno 2001)

Il potere dei media, e in particolare della televisione, sta nella capacità di rappresentare la realtà. La stragrande maggioranza dei cittadini apprende ciò che accade nel mondo politico e sociale attraverso la tv, ma ciò che si vede nei telegiornali è un prodotto confezionato.

Ogni notizia è il risultato di una selezione, perché non tutti i fatti vengono rappresentati, e di una nuova contestualizzazione, in quanto le notizie vengono inserite all’interno dei tg, accanto ad altre e secondo aree tematiche che influenzano l’interpretazione del fatto rappresentato. Inoltre, diversa è la rilevanza data alle varie notizie attraverso filmati, servizi, spazi e commenti: in genere le “cattive notizie” vengono privilegiate rispetto a quelle buone. È per effetto di questo meccanismo che una considerevole fetta di popolazione crede che negli ultimi anni la criminalità sia aumentata o che sia più diffusa tra gli immigrati. In realtà, in questo caso, gli studi statistici dimostrano il contrario, ma nonostante ciò “la gente” continua a credere a ciò che viene rappresentato in tv, perché attraverso tg, soap opera e film ha spesso visto lo scippatore africano e l’albanese criminale.

I media, quindi, costruiscono un’immagine della realtà che influenza, poi, le scelte dell’opinione pubblica. Nell’attuale sistema informativo italiano il livello di critica della realtà, già di per sé scarso nei media in condizioni di normalità democratica, si è ulteriormente abbassato. Tutto ciò che sarà espresso di critico rientrerà sempre all’interno di uno spazio fondamentalmente “innocuo” al governo.

E allora cosa fare di fronte a questo blocco di potere? Noi crediamo che l’unica soluzione per continuare ad essere liberi mentalmente, e non solo, è impegnarsi nella partecipazione democratica e civile del Paese, come fanno tante altre organizzazioni ed associazioni. Uscire fuori dal proprio spazio privato, incontrarsi, socializzare ed osservare con i propri occhi ciò che accade nel mondo. Noam Chomsky, studioso della comunicazione riconosciuto in campo internazionale, afferma: “per la cultura totalitaria è estremamente importante separare tra loro le persone. Se si tengono gli individui isolati non è interessante se pensano e a cosa pensano. Dunque bisogna tenere la gente isolata, e nella nostra società ciò significa incollarla alla televisione. Una strategia perfetta. Sei completamente passivo e presti attenzione a cose completamente insignificanti che non hanno alcuna incidenza”. Per i media, dunque, “non è necessario che le persone si preoccupino di quel che accade nel mondo. Anzi, non è desiderabile: se dovessero vedere troppo della realtà, potrebbero farsi venire in mente di cambiarla”.

I mezzi di informazione di fronte alla tragedia

(novembre 2001)

L’11 settembre 2001 ripercorrerà la nostra memoria svariate volte, come quell’immagine che abbiamo visto e rivisto in tv. Come hanno reagito i mass media? Che ruolo hanno svolto? Per provare a rispondere a tali interrogativi prendiamo spunto dal convegno tenutosi alla facoltà di Scienze della Comunicazione de La Sapienza: “America. Apocalyps news”. Attraverso le testimonianze di coloro che lavorano nel mondo dell’informazione, attraverso una lettura costante di diversi quotidiani, possiamo cominciare a riflettere su come il sistema informativo italiano, con qualche riferimento ad altri Paesi, ha affrontato l’evento dell’11 settembre.

In una primissima fase la televisione, mentre internet è andato in tilt, ha avuto un grande ruolo nel diffondere in tempo reale prima l’immagine e poi la notizie di ciò che è accaduto. Attraverso la CNN si è potuto assistere in diretta alla tragedia umana quando ancora non si capiva cosa fosse successo. Dopo pochi minuti anche le agenzie diffondono la notizia. Solo il giorno dopo i quotidiani hanno potuto mostrare l’immagine sulle prime pagine. In questa prima fase la parola scritta è stata messa in secondo piano. I giornali, infatti, hanno inseguito la tv ed hanno riempito le loro pagine di immagini che riprendevano le due torri distrutte. Sul Corriere della Sera, ad esempio, le didascalie in alcuni spazi hanno sostituito gli articoli, così anche su altre testate europee e statunitensi. La spettacolarizzazione della morte continuava anche sulla carta. Si ritiene, infatti, che un’immagine riesca a comunicare più e meglio di un testo scritto. Anche i titoli in questa prima fase sono percepiti come meno comunicativi, tant’è che il quotidiano francese Liberation ricopre tutta la prima pagina con le foto delle torri gemelle e con la data semplicemente scritta in alto a destra.

A mano a mano che i giorni passano la parola scritta riacquista il suo spazio, la carta si riprende la rivincita sulla televisione anche attraverso il disegno: El Pais ricostruisce a matita la dinamica dell’aereo che ha colpito il Pentagono, cosa che il piccolo schermo non ha potuto mostrare per assenza di immagini. La Repubblica sceglie di evitare metafore da guerra del tipo “Batistuta tira come un siluro la palla in rete”, visto che il clima di guerra è vissuto realmente dai lettori: fiction e realtà potrebbero mischiarsi. D’altronde il crollo delle torri sembra la scena di un film, e lo stupore che mozza il fiato nel vedere e rivedere quella scena è una conseguenza di ciò.

Un’altra immagine diffusa nel mondo è quella di Bin Laden, meno accattivante della prima e sicuramente più povera. I media, nella loro scarsità, hanno distorto la figura del terrorista riproponendo sempre le stesse foto dalle quali non si riesce a sapere nulla di più. Di Osama Bin Laden i telespettatori sanno poco. Non conoscono l’uomo che c’è dietro l’immagine, anche perché lo stesso terrorista in tutta la sua vita ha concesso solo 7 interviste a giornalisti occidentali ed una ad un giornalista arabo.

Un’altra inutilità informativa sono gli inviati dei tg, perché i giornalisti radiotelevisivi possono ricavare le stesse notizie stando comodamente in redazione collegati alle agenzia internazionali. Questo accade perché nei territori caldi è attualmente molto difficile e pericoloso muoversi con l’attrezzatura radio televisiva. Sarà quindi fondamentale il lavoro che in questa “guerra invisibile” all’informazione svolgeranno i giornalisti della carta stampata. Ma dopo più di due settimane dall’attentato si avverte la necessità di un’informazione più attenta alla riflessione: i tg nazionali e le testate più vendute dovrebbero prestare più spazio alla storia e ai motivi del terrorismo, ai rapporti che USA e UE hanno con il mondo arabo.

A questo punto un’altra immagine risulta emblematica: quei bambini arabi in festa per l’attentato che ha colpito il centro della finanza mondiale. I cittadini dell’Occidente hanno il diritto di capire quelle immagini, perché se non comprendiamo quella infantile felicità, tanto lontana dai toni dei nostri governi, è impossibile costruire un mondo di pace e di giustizia.

My Tv, la prima televisione nata dal web

(gennaio 2002)

La televisione sbarca su internet. My Tv è la prima tv nata dal web e potete vederla all’indirizzo www.mytv.it . È la web tv che ha lanciato i cartoons del Pollo Gino, per intenderci quello del tormentone “Tu vuò fa o talebano”, con un milione di download.

La prima web tv italiana rappresenta un modo innovativo di essere telespettatori. Con My Tv è possibile costruirsi un palinsesto tutto personale, potete decidere cosa vedere, come, quando e quante volte vedere i video scelti. Insomma, dopo il telecomando, internet offre più potere al telespettatore, ne diminuisce la presunta passività e aumenta la possibilità di scelta nel consumo mediale. Tutto questo è possibile grazie al computer e alla rete telefonica. I video possono essere visualizzati sul pc utilizzando un software gratuito per le immagini in movimento, tutti i filmati sono conservati sul sito e possono essere scaricati in qualsiasi momento. In questo modo chi è interessato ad un programma che va in “onda” sul web in un determinato giorno può visitare il sito, anche diverse settimane dopo, e costruirsi una programmazione su misura: prima le notizie, poi la musica, poi ancora notizie, poi spettacolo e così via. Grazie ad un vasto archivio il web spettatore ha davanti a sé un ampio margine di scelta tra tutti i video, italiani e non.

I pratici di video digitali possono inviare i filmati via email e magari vederseli anche pubblicati. Lo spettatore diventa, così, videogiornalista, cartooners, un po’ regista, produttore e consumatore, lettore e autore allo stesso tempo. Insomma, My Tv è una televisione interattiva che coinvolge, richiede maggiore partecipazione del destinatario, il quale contribuisce a creare una televisione personalizzata, secondo i propri gusti ed interessi. Ovviamente la qualità dell’immagine e del suono è ancora bassa rispetto alla vecchia televisione. Ma quando internet sarà più veloce la definizione audiovisiva aumenterà notevolmente e la nuova televisione prenderà il sopravvento sulla vecchia. Gli argomenti visibili su My Tv sono vari: notizie, attualità, politica, musica, spettacolo, intrattenimento, satira, informazioni utili. Molto spazio è dedicato ai forum ed al dibattito sui temi trattati. Inoltre è possibile anche inviare e ricevere la video posta.

E per concludere nel segno del coinvolgimento, dopo questa panoramica molto generale su una televisione proiettata verso il futuro, vi invitiamo a fare un tuffo nella web tv, diventare web spettatori e provare a costruire la vostra “televisione personale”.