Le ragioni del Sì: una riforma necessaria, per non condannare la Repubblica all’immobilismo e all’ipocrisia

arton39368C’è un dato che colpisce, in vista dal voto del 4 dicembre: quasi un italiano su due ammette, secondo tutti gli istituti di sondaggio, che il suo voto sarà sull’operato di Renzi. Ebbene, non c’è niente di più sbagliato. Questo clima fatto di confusione, disinformazione e politicizzazione potrà convenire forse a qualche parte politica relegata da tempo a funzioni marginali, a chi la sera del 4 dicembre, qualunque sia il risultato, proverà a strumentalizzarlo secondo il proprio interesse di appartenenza, ma non all’Italia.

Il 4 dicembre non si vota a favore o contro un Governo, ma su un insieme di modifiche alla Costituzione nella sua seconda parte; per intenderci, non quella dei principi generali che resta “una delle migliori del Mondo”, ma quella che riguarda l’organizzazione dello Stato. Chi sostiene queste modifiche non tradisce la memoria dei partigiani, non dispone la fine di alcun diritto o principio costituzionale, non approva leggi che riguardano altri settori della vita pubblica. Più semplicemente, alla domanda se queste riforme migliorino o peggiorino il funzionamento delle nostre Istituzioni, risponde di Sì.

Modificare la Costituzione nella sua parte “istituzionale” non solo è legittimo, così come opportunamente previsto dall’art 138 della Costituzione stessa, ma nel caso dell’Italia è assolutamente necessario. La riforma, infatti, non nasce improvvisamente per volontà di questo Presidente del Consiglio, ma è il risultato di un dibattito che dura, per essere schematici, da almeno i primi anni ’80, senza risultati.

Per non confinare la questione a una ristretta cerchia di giuristi o di addetti ai lavori, è lecito chiedersi: perchè riformare la Costituzione? In cosa non funziona il nostro Ordinamento Istituzionale? Ebbene, il punto essenziale da cui partire per ogni discussione è il cd. “bicameralismo paritario”, un sistema, che la riforma prova a superare  e che oggi è unico in tutto l’Occidente, secondo cui il Parlamento è formato da due rami (Camera e Senato) che fanno le stesse cose e che devono approvare una legge “fotocopia”, perché anche la modifica di una singola parola o virgola comporta il “ping-pong” tra le due assemblee. Come se non bastasse, Camera e Senato oggi, pur essendo composte da onorevoli eletti da due corpi elettorali diversi (al Senato non votano gli under 25) e con meccanismi di attribuzione dei seggi diversi, votano entrambe la fiducia (e l’eventuale sfiducia) al Governo. In Italia, quindi, un Governo per insediarsi deve avere la maggioranza due volte, nonostante il Paese sia uno solo. Tutto questo non fu partorito per errore, ma trova la sua ragione storica nel fatto che l’Italia usciva dal fascismo e dalla guerra e quindi si ritenne giusto, nel 1948, creare un sistema più blindato nelle decisioni.

Oggi, nel 2016, in un contesto sociale e politico che non è migliore o peggiore in termini assoluti, ma semplicemente diverso, è legittimo, ferma restando la natura parlamentare della nostra Repubblica, cambiare gli equilibri tra i poteri costituzionali? La risposta, a parere di chi scrive non solo è affermativa in termini generali, ma trova conferma nel risultato finale delle modifiche proposte, che per quanto possano avere alcuni aspetti imperfetti (come è normale che sia), nel loro complesso, entrando nel merito, consegnerebbero agli italiani un quadro istituzionale più chiaro e adeguato alla società di oggi. Una soluzione che è già stata rinviata troppe volte e che, in caso di ennesimo fallimento, avrebbe conseguenze negative perché ormai i numeri ufficiali ci dicono che l’attuale sistema non funziona più, che la durata di approvazione delle leggi è terribilmente lunga (in media, un anno), che il potere legislativo di fatto si è spostato impropriamente nelle mani del Governo con i decreti legge, che i referendum falliscono prima ancora di essere indetti perché non raggiungono il quorum, che le leggi di iniziativa popolare non vengono neanche discusse, che i Governi pur di rimanere in carica devono scendere a compromessi (che nulla hanno a che vedere con il merito dei provvedimenti) anche con singoli senatori. Tutto questo avviene con la Costituzione attuale, non perché sia sbagliata, ma semplicemente perché anche la più bella architettura va periodicamente aggiornata e contestualizzata.

Rinviando al link del comitato per il sì per una descrizione più precisa dei singoli punti della riforma (dall’abolizione del Cnel alla nascita dello Statuto delle opposizioni, dal giudizio prelimianare di giudizio di legittimità per le leggi elettorali fino alla riduzione dei parlamentari), che prova appunto a trovare soluzioni a queste criticità, mi limito ad evidenziare i tre aspetti a mio avviso più caratterizzanti:

1) Il superamento del bicameralismo paritario verso un sistema a “monocameralismo prevalente”. Solo la Camera rappresenterebbe la Nazione, verrebbe eletta direttamente dal corpo elettorale e voterebbe la fiducia al Governo, la cui azione sarebbe istituzionalmente più definita e autorevole; il Senato, profondamente trasformato, ridotto e ridimensionato, sarebbe chiamato ad intervenire in modo vincolante solo per l’approvazione di alcune leggi, mentre sulle altre esprimerebbe pareri.

2) Un diverso riequilibrio di competenze legislative tra Stato centrale e Regioni (il famoso Titolo V). A queste ultime, che sull’onda delle peggiori spinte secessioniste, hanno avuto dal 2001 l’autonomia in settori come lavoro e sanità (con l’assurda conseguenza di avere oggi diritti fondamentali regolati in modo diverso da una Regione a un’altra), verrebbe restituita una funzione innanzitutto amministrativa e, solo per alcune materie ben definite, anche legislativa.

3) Il rafforzamento di alcuni istituti di democrazia diretta come la legge di iniziativa popolare e il referendum. La prima, con un aumento delle firme necessarie a 150 mila, avrà finalmente la certezza di essere discussa e votata dal Parlamento. Il secondo, con un maggior numero di firme raccolte (800mila anziché 500mila) sarà valido con un quorum più basso, poiché fissato al 50% + 1 dei votanti all’ultima elezione politica, disinnescando nei fatti l’utilizzo strumentale dell’astensionismo fisiologico da parte di chi non condivide gli obiettivi del quesito; inoltre la riforma prevede l’introduzione dei referendum propositivi e di indirizzo, fatto assolutamente nuovo e più avanzato per Italia.

Non è vero che questo referendum è un fatto esclusivamente tecnico, grigio e che non riguarda i cittadini. Sarebbe un bene per tutti, infatti, rovesciare una logica distorta che oggi regge la nostra democrazia, che vede un sistema bloccato dove è difficile decidere e dove siamo tutti più contenti perché l’avversario non è messo nelle condizioni ottimali di governare. Democrazia significa certo partecipazione, elemento che nessun assetto costituzionale può assicurare a priori perché dipende dalla capacità di tutti di vivere l’impegno civile, sociale e politico quotidianamente, ma significa anche assunzione di responsabilità: sia da parte di chi ha il compito di decidere e trovare soluzioni a sfide che richiedono tempi veloci; sia da parte dei cittadini, che fin dal momento del voto devono sapere di scegliere chi li governa e non solo chi li “rappresenta” in senso astratto, limitandosi ad appagare il proprio malessere in quei pochi secondi trascorsi in cabina elettorale.

Adeguare la Costituzione non è uno scandalo, ma una necessità, soddisfatta da questa riforma in termini accettabili. Lasciarla così come è, forse, ci consentirà ancora di decantarla come “sacra e inviolabile”, perché più simile a quella del 48, ma ci farà anche conservare un sistema che non funziona bene da alcuni decenni e perdere un’occasione che difficilmente potrà riproporsi a breve, considerato l’attuale quadro politico-culturale del Paese.

Scritto da Dario Chiocca


Classe '78, è tra i fondatori de L'Iniziativa, di cui è presidente. Puteolano, è cresciuto nel quartiere di Monterusciello, dove risiede. Laureato in Giurisprudenza, impegnato da sempre sulle questioni sociali, anche nei movimenti studenteschi e nelle organizzazioni sindacali, dal 2010 è avvocato presso il Foro di Napoli e svolge la sua attività professionale nel campo nel diritto civile e del lavoro. In ambito di normativa del lavoro, si occupa inoltre di formazione.