Educazione dei sentimenti e memoria, ne parliamo con i docenti Matilde Iaccarino e Nicola Magliulo

La nostra redazione ha incontrato due insegnanti del Liceo Seneca di Bacoli, Matilde Iaccarino, docente di Letteratura Italiana e Latina, e Nicola Magliulo, docente di Filosofia, in occasione della pubblicazione del libro Arsenale di memorie, scritto a quattro mani da Matilde Iaccarino e Ida Di Ianni e pubblicato qualche mese fa. L’incontro si è rivelato un’opportunità di parlare non solo del libro, ma anche dei progetti in cui Matilde e Nicola sono impegnati e dell’importanza di temi come la memoria, l’educazione dei sentimenti e i conflitti generazionali. Arsenale di memorie ci mette di fronte a due storie speculari, una di donne che non hanno mai potuto determinarsi, scritta da Ida di Ianni, e un’altra di donne che hanno preso in mano la propria vita compiendo scelte coraggiose, scritta da Matilde Iaccarino, che ci racconta a cuore aperto il rapporto con sua madre. Dal libro scaturiscono riflessioni che toccano il lettore nel profondo; in alcuni casi esso è stato lo spunto per progetti nelle scuole. Ce lo spiegano meglio i due docenti.

Dunque, professoressa Iaccarino, iniziamo con lei. Ci parli del suo libro. Perché lo ha scritto?

Matilde – Innanzitutto, il libro non nasce per raccontare di sé sterilmente, ma per offrire una chiave che permetta di aprire il mondo dei sentimenti e per portare avanti questo discorso sull’educazione sentimentale che stiamo provando a fare nelle scuole da tanto tempo. Parlare di sentimenti e parlare di sé è un modo per consentire anche agli altri di parlare di sé. Con questo libro si sono aperte delle voragini, tantissime persone mi hanno contattato per raccontarmi le proprie esperienze, i rapporti difficili con i genitori, per descrivermi un sé che non si è consolidato nel tempo, sto parlando sia di giovani sia di persone adulte. Sembra che adesso tutti quanti vogliano parlare dei fatti propri perché ci sono i “social”, su cui si rendono pubblici affari privati, in cui il fatto diventa oggetto di pettegolezzo, ma dei temi forti, di ciò che si nasconde nel profondo di noi stessi, dei nostri irrisolti, dei nostri drammi nessuno vuole parlare più, perché quello risulta pornografico, non mostrare il proprio corpo, ma mostrare la nostra essenza più nascosta.

Il libro sta avendo successo. Quali sono, secondo lei, i motivi che portano le persone ad apprezzarlo?

Matilde – Il libro sta avendo molto successo, è stato adottato anche al liceo Maiorana, è stato fatto un lavoro dai ragazzi del triennio del Liceo Majorana di Monterusciello e anche in altri licei in altre parti d’Italia. Secondo me, il motivo principale è che mette a nudo delle fragilità. Oggi siamo abituati a vedere immagini di persone vincenti, in ogni campo, noi vorremmo essere vincenti. Invece mettere a nudo una fragilità (come io metto a nudo le fragilità di mia madre che era una donna fortissima e le mie fragilità, i miei errori) porta le persone a dimenticare la mia storia e pensare a sé, alla propria fragilità, ai propri errori, a quello che non hanno saputo dire, a quello che non hanno saputo fare e quindi viene giù una valanga di emozioni. Molte persone adulte si emozionano e piangono, non perché vagamente si ricordano la mamma o il padre scomparsi, ma perché hanno vissuto quelle esperienze, non hanno saputo rielaborarle o peggio ancora non hanno saputo avere un rapporto autentico. Perché è piaciuta tanto questa storia? Perché il rapporto tra me e mia madre, che è stato un rapporto terribile, fatto di liti per tutta la vita, era un rapporto vero, era la verità di fondo. Oggi la genitorialità si riduce al mandare il messaggino, a dare dei soldi, a fare il taxi, ti vengo a prendere, ti vengo a portare, mia madre non mi è mai venuta a prendere da nessuna parte, di soldi non mi dava mai niente, ma era presente, quando io stavo nei guai lei c’era sempre. Invece oggi i genitori sono sempre pronti a massaggiarti e ad accompagnarti – un fatto tutto egocentrico – però poi il ragazzo è solo, solo con tutta la sua problematicità.

Professor Magliulo, lei che ha letto il libro e conosce la sua autrice, cosa ne pensa? E soprattutto, ci parli del suo progetto al Liceo Seneca, di come questo sia collegato a quanto riportato in Arsenali di memoria.

Nicola – Il libro credo sia il migliore che Matilde abbia scritto, sicuramente il più sentito. Il rapporto tra madre e figlia è molto ben descritto, è un rapporto ambiguo, è uno scontro generazionale, insomma l’opera rappresenta veramente un documento d’epoca. Vediamo due generazioni diverse a confronto, vediamo una madre che chiede alla figlia: “Cosa vuoi?”, vediamo una critica alla nostra inquietudine interiore. La ragione non sta mai da una parte o dall’altra, così anche nell’episodio della manifestazione che prima la madre critica e poi sta lì a fianco alla figlia; questo è il modo più bello di essere genitori, ovvero non smettere di essere genitori, non fare gli amici come accade oggi, la madre aveva un ruolo ben definito che non escludeva il volersi mettere affianco a sua figlia quando era necessario. Poi ci sono molte cose che vanno nella direzione dell’educazione sentimentale, per esempio c’è un aspetto che spesso è poco messo in luce nel discorso dell’emancipazione femminile, ma è chiaro che la madre è un esempio di emancipazione femminile, l’aver voluto studiare, l’essersi sposata tardi, una certa diffidenza verso le relazioni d’amore, ma l’aspetto che vorrei sottolineare è che il fatto che gli uomini abbiano piacere a parlare con le donne è un fatto recente ed è un indice di grande emancipazione. Nel libro c’è un padre assente, non c’è relazione tra i coniugi, una volta che si sono sposati la relazione finisce; questo pone l’attenzione sul fatto che fino a non tanto tempo fa i maschi avevano piacere a parlare con i maschi, quasi totalmente. Non c’era piacere a parlare con le donne, questo fino al ‘68. Quindi oltre al lavoro e alla scuola, secondo me un ulteriore elemento di emancipazione è il fatto che gli uomini hanno interesse a parlare con le donne di tutto e non si limitano più a vederle solo come madri, mogli o amanti.

A tal proposito, da 4 anni al Liceo Seneca sto portando avanti con una psicologa che viene dall’esterno questo progetto di educazione ai sentimenti che si chiama “Disegnare le emozioni”, i ragazzi vengono messi in contatto con la propria emotività più semplice, le emozioni fondamentali, come tristezza, paura ecc., a partire da disegni, da giochi. La reazione è entusiasmante, i ragazzi sono contentissimi, non poche volte piangono semplicemente per essere messi in contatto con la loro emotività, non perché avvenga chissà quale introspezione profonda. Una volta chiedemmo a un ragazzo di parlarci del suo passato e lui iniziò a piangere. Il punto centrale è questo: gli studenti a scuola vengono considerati solo come testa, non come corpo e non come emozioni, come corpo no perché se fossero considerati come corpo non li si potrebbe tenere sei ore in una classe. Giovanni Vailati che è un matematico di inizio 900 diceva: “Tenere delle persone 4/5 ore chiuse in un posto è anti igienico”, se tu le tieni 6 ore bloccate da una parte è eccessivo, una semidetenzione.

Matilde ci parli invece nel dettaglio del progetto portato avanti al Liceo Ettore Majorana. In cosa consiste?

Matilde – A partire dal libro Arsenale di memorie, al Majorana le classi del triennio hanno fatto un bel progetto sulle loro memorie, hanno intervistato i nonni, i bisnonni, hanno portato oggetti e per loro, ragazzini di 15 e 16 anni cresciuti a Instagram e Facebook, è stato un momento di grande emozione, sono entrati in contatto con la carne, con oggetti concreti. Hanno scoperto da dove sono venuti; la scuola deve andare verso questa direzione, ovvero il recupero di ciò che non ha memoria emozionale, recupero del sé. Il progetto si basa sulla cura del sé, che non deve essere una cura esteriore ma interiore. D’altronde, la memoria è un tema fondamentale nella mia opera. Il libro ha un titolo bellicoso, Arsenale di memorie, arsenale allude a un armamentario, alla guerra, perché la memoria, la memoria delle relazioni fondamentali, l’insieme dei punti forti della nostra esistenza può fungere da arsenale, cioè da arma contro l’oblio e per il riconoscimento di sé, perché oggi siamo nell’epoca delle stories su Instagram che durano 24 ore, non abbiamo più foto stampate, tutti hanno le foto sul cellulare che poi chissà che fine faranno, il fatto di riuscire a ripescare i ricordi è importante. La memoria va curata, bisogna farlo nascere questo senso della memoria. Oggi viviamo in un eterno hic et nunc in cui ti guardi dietro e non riesci più a ricostruire la tua storia. Il mio libro è nato proprio dalla ricostruzione della memoria attraverso gli oggetti, potremmo dire quasi proustianamente. Quando è morta mia mamma e sono andata a mettere ordine fra le sue cose ho ritrovato il suo cavalluccio di pezza, foto ingiallite, lettere che mia madre ha scritto a mio padre alle quali lui non rispondeva mai, forse neanche mai consegnate, perché mio padre non parlava mai, non c’era mai. Io ho ricostruito 80 anni di storia di mia madre e io mi sono riconosciuta, con le dovute differenze, in quella donna, con le sue duplicità, con il chiaroscuro. Recuperare la memoria è fondamentale.

Secondo voi da dove nasce l’esigenza di progetti di questo tipo?

Nicola – Il punto è che questi progetti nascono dal fatto che i ragazzi hanno qualcosa in corpo che non sanno a chi dire, devono dirlo a qualcuno, non c’è lo psicologo a scuola, ai genitori non si può dire tutto, perché certe cose non vengono bene accolte o non vengono capite, e quindi se trovano una figura sostitutiva (in questo caso io) si sfogano. A scuola emerge uno spaccato che ci fa capire che servirebbe un’educazione sentimentale soprattutto per gli adulti, prima che per i ragazzi. L’educazione sessuale per esempio non è la barzelletta del semino come si faceva alle elementari o la spiegazione dell’apparato idraulico e di come funziona, si deve parlare delle emozioni che accompagnano il rapporto sessuale. Tutto ciò non può essere affidato a Maria de Filippi e “Uomini e Donne”, come di fatto accade. I ragazzi non leggono più libri, noi leggevamo romanzi, ci siamo formati lì, con gli amici, con un ambiente dove c’erano le femministe, la psicoanalisi, questi hanno i neomelodici, Maria de filippi, i media, e poi quando vedono questi progetti insieme a noi è come se si aprisse un mondo, ma non può essere un fatto casuale, perché poi tutto questo si riversa in femminicidi, bullismo, ecc. Una società seria dovrebbe farsi carico di questo, non che la scuola debba diventare un centro psicologico, però le materie umanistiche come letteratura e filosofia, in modo mirato, possono essere messe insieme e finalizzate alla cura di sé.

Matilde – C’è un duplice problema, da un lato devi partire dai bisogni dei ragazzi, devi dare un taglio alle discipline e a quello che tu insegni in relazione alle emozioni, cioè i ragazzi di oggi non sanno più riconoscere le proprie emozioni, vivono un vuoto e non lo gestiscono, questo comporta per esempio che la rabbia diventa bullismo, che i problemi psicologici portino all’anoressia, perché non sono capaci di riconoscersi e non riconoscono nemmeno la frustrazione. Altra cosa: il problema della noia, in questo mondo in cui hanno tutte le libertà, tutte le possibilità si annoiano terribilmente e poi abbiamo atti terribili, violenza sui deboli, sulle donne ecc. Altra cosa importante, le figure femminili nel libro arsenale di memorie, la madre di ida, ida stessa, le sue zie in montagna, una situazione ancora più terribile, il padre che non le faceva uscire di casa, quando era buio si doveva stare a casa e la vita più aperta e emancipata che racconto nella storia tra me e mia madre sono degli esempi concreti, di gente concreta, non eroi. Mia madre, classe 1932 era più emancipata delle ragazze di 16 anni di oggi, per due ordini di motivi, innanzitutto perché lei aveva ben chiaro in mente che voleva fare, prima della famiglia a studiare, prima figlia, combatté perché non voleva fare la maestra, come le era stato detto da mia nonna, voleva andare all’università, la nonna non la voleva mandare nel treno con tutti maschi, lei insistette e quindi si è laureata ed è diventata insegnante a prezzo di enormi sacrifici perché erano poveri. Ma poi, lei sapeva esattamente cosa voleva da un uomo e cosa non voleva, per cui era molto diffidente rispetto al maschio ma perché aveva paura di essere poi dominata, lei voleva essere libera, cosa che oggi invece non vedo nelle nostre ragazze, le quali si infilano in situazioni conformiste, fidanzate a 15/16 anni, sembra che l’unica cosa che vogliano sia il fidanzato modello, che le va a prendere e le accompagna, mia madre del ‘32 inorridirebbe.

In che modo la lettura di libri e la promozione di progetti sulla cura del sé possono invertire queste tendenze e rieducare la società?

Nicola – Beh sicuramente stimolando la comunicazione. Il problema è che oggi non c’è comunicazione. Alcune cose sono andate avanti, le donne da un punto di vista oggettivo stanno meglio, però sono state tagliate alle radici cose importanti come la comunicazione, perché tu per comunicare devi avere cose da dire, devi avere un rapporto con le tue ombre e con la tua fragilità, un rapporto positivo e non negativo, non le devi nascondere. Una volta una ragazza disse “la fragilità è sexy”, questo bisogna insegnare, che la fragilità è sexy.

Matilde – L’obiettivo della lettura e di questi progetti è coltivare l’intelligenza emotiva dei ragazzi. Educare significa trarre fuori dalle persone il meglio di sé, dar loro le possibilità di coltivare le proprie risorse, le proprie inclinazioni. C’è bisogno di una scuola flessibile, che si adatti al tempo in cui viviamo. Bisogna insegnare la pietà, la pietà si insegna, non si riceve per eredità biologica. I sentimenti sono cultura, devono essere affinati, coltivati, innaffiati. I ragazzi vanno incontro alle relazioni umane senza conoscere il cuore d’ombra, il cuore di tenebra e rimangono impigliati. E la scuola non deve dire niente? Non deve fare un progetto su questo, su un’educazione dei sentimenti che contempli le zone d’ombra? Bisogna formare individui indipendenti capaci di combattere le dipendenze, il mio libro insieme a tanti classici può dare lo spunto per una riflessione e per costruire un discorso autentico.

Al momento ci sono nuovi progetti in cantiere? Nuove idee a cui state lavorando?

Matilde – Col comune di Pozzuoli io e Nicola abbiamo iniziato degli incontri in collaborazione con l’università popolare Agorà, incentrati sui temi fondamentali, sull’aspetto psicologico, filosofico e letterario dei rapporti genitori figli e pensiamo di continuare l’anno prossimo, l’assessore con delega alla Cultura ci ha proposto di portarlo nelle scuole per riscrivere un lessico familiare, per far capire che anche filosofia e letteratura si leggono a partire da sé.

Rossella Mormile

Scritto da Rossella Mormile


Classe 1993, è tra gli ultimi arrivati de l’Iniziativa. Vive da sempre a Bacoli. Appassionata di teatro, letteratura e serie tv, dopo aver studiato a Parigi per alcuni mesi si è da poco laureata in lingue alla Federico II ed è iscritta alla magistrale di Lingue e Comunicazione Interculturale in Area Euromediterranea all’Orientale