Beni confiscati nell’area flegrea, discutiamo seriamente di riutilizzo sociale e reali responsabilità amministrative

beni_confiscatiIl tema dei beni confiscati alla mafia va rilanciato, seriamente, su tutto il territorio flegreo. All’indomani della presentazione di un Piano di Azione per il riutilizzo dei beni confiscati, presentato a Roma lo scorso 16 luglio 2015, voluto da enti quali il Dipartimento delle politiche di coesione, il Ministero dell’Interno, l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati e l’associazione Libera, appare urgente tornare a discutere, con precisione, di beni confiscati e di riutilizzo sociale nell’area flegrea.

Ma prima di tutto andrebbe chiarito quanti e quali beni immobili possono essere riutilizzati per fini sociali, e quali siano le responsabilità delle amministrazioni locali che giocano un ruolo fondamentale nel processo di recupero dei beni sottratti ai clan.

Anche a Pozzuoli, per esempio, vi sono beni confiscati alla camorra. Ma i beni che insistono su questo territorio comunale, secondo dati dell’Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati aggiornati al 30 marzo 2015, sono principalmente aziende. Tutte confiscate definitivamente tra il 2013 ed il 2014, operavano principalmente nel settore della ristorazione e del turismo. Alcune di queste sono fallite, altre sono ancora sottoposte alla gestione dell’Agenzia Nazionale. Tuttavia a differenza dei beni immobili (fabbricati, appartamenti, ville, box etc..) i beni aziendali sottratti alle organizzazioni criminali sono di esclusiva competenza dell’amministrazione centrale, entrando a far parte del patrimonio indisponibile dello Stato, e non dell’ente comunale, che quindi non ha alcuna competenza in materia di gestione e destinazione sociale.

Quanto ai beni immobili non aziendali, anche in questo caso va fatta chiarezza. A Pozzuoli sono si presenti, ma siamo sicuri che siano stati trasferiti al patrimonio indisponibile del Comune? Non ancora. Prima che i beni immobili entrino a far parte del patrimonio dell’Ente comunale, infatti, è necessario che si concluda la fase della gestione giudiziaria, che va dal sequestro, disposto dal Tribunale della prevenzione, sino alla delibera con cui il direttore dell’Agenzia Nazionale dispone il trasferimento del bene immobile all’ente comunale. Soltanto dopo aver ricevuto il formale atto di trasferimento al proprio patrimonio l’amministrazione comunale provvede a formare un elenco pubblico dei beni confiscati di propria pertinenza, come dispone il Codice antimafia. Obbligo peraltro che risponde a logiche di trasparenza amministrativa, la cui violazione però non è sanzionata da nessuna norma specifica.

Quanto al destino dei beni immobili confiscati, la legge del riutilizzo sociale è chiara. I beni possono essere affidati esclusivamente ed in via principale ad associazioni, cooperative ed enti del terzo settore per finalità sociali. Solo quelli non assegnati, ed in via assolutamente residuale, possono essere utilizzati dalle amministrazioni comunali per finalità di lucro, ma i proventi devono essere reinvestiti in attività sociali.

Tornando ai beni confiscati di Pozzuoli, così come è stato fatto in passato per i beni su Bacoli, il discorso allora si sposta dal piano della sterile polemica d’agosto a quella della programmazione delle politiche di riutilizzo sociale e di coesione territoriale. In attesa che l’Agenzia Nazionale passi effettivamente il testimone al Comune puteolano.

Aldo Cimmino

Scritto da Aldo Cimmino