Società, Covid ed effetto butterfly: ricostruire i legami spezzati di un mondo connesso

“Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo”. Questa espressione – chiaramente metaforica e romanzata, divenuta da qualche tempo di uso comune, si rifà ad una teoria matematica e fisica circa l’estrema sensibilità dei sistemi dinamici non lineari alle condizioni iniziali. In poche parole, si tratta della condizione per cui dei piccoli cambiamenti possono avere conseguenze su larga scala, sull’intero sistema. È il cosiddetto “effetto farfalla” o “effetto batterfly”. Essendo entrato nel gergo comune, tale termine viene non di rado utilizzato per esprimere il concetto sopra indicato in una pluralità di aspetti, dalle vicende di vita personale alla politica, dall’economia fino ad arrivare alle questioni sanitarie.

LA CENTRALITA’ DELLA QUESTIONE AMBIENTALE – La pandemia da Covid – 19 può considerarsi un esempio straordinariamente attuale in tal senso. Partita dalla zona circoscritta al mercato di Wuhan, in Cina, si è diffusa rapidamente in tutto il pianeta, contagiando milioni di persone e mietendo numerose vittime, direttamente o indirettamente, mettendo in ginocchio l’economia mondiale ed in seria difficoltà le istituzioni di tutti i Paesi. La dinamica causa/effetto assume un’importanza fondamentale non solo per quanto concerne la diffusione del virus da Wuhan al resto del mondo, ma anche rispetto ad aspetti strutturali che risultano determinanti della nascita e della diffusione di nuove malattie. A tal proposito, un articolo scientifico pubblicato lo scorso febbraio sulla rivista PNAS e condotto dal dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin dell’Università La Sapienza evidenzia l’origine antropica alla base dell’apparizione e diffusione di numerose malattie infettive, mettendo in luce numerose analogie tra l’attuale pandemia da Covid ed epidemie di un passato recente tra cui l’ebola in Africa Occidentale, la Sars, la Mers, per citarne alcune. Tra i principali fattori comuni di tali epidemie c’è la loro origine zoonotica, connessa però ad attività di origine antropica. Queste deriverebbero infatti dall’interazione tra specie animali diverse, domestiche e selvatiche, entrate in contatto per via del turbamento della biodiversità, causata dai cambiamenti climatici e da livelli eccessivamente elevati di caccia e traffico di animali selvatici. A tal proposito, i coordinatori del progetto affermano che, se la questione dei cambiamenti climatici viene spesso affrontata in relazione al rischio di fenomeni meteorologici estremi e all’inquinamento, la relazione tra clima e diffusione delle pandemie è ancora gravemente assente nel dibattito.

Nell’ambito della relazione tra inquinamento e Covid, la comunità scientifica si sta interrogando rispetto al dato che vede concentrati nelle regioni del Nord Italia circa il 64% dei decessi in Italia, in particolare in Lombardia. Si tratta delle regioni maggiormente industrializzate del Paese. Nei mesi scorsi, uno studio pubblicato su ScienceDirect ed una ricerca condotta dall’Università di Harvard evidenziano il legame tra l’alto tasso di mortalità e la presenza di ingenti quantità di polveri sottili nell’aria: l’inquinamento atmosferico apparirebbe come un fattore aggravante dei sintomi da Covid. L’osservazione da parte della Società Italiana di Medicina Ambientale, verso la fine di aprile, della presenza di RNA di Covid – 19 all’interno di campioni di particolato (le polveri sottili) presi in esame si spinge oltre: essa apre alla possibilità che le polveri sottili rappresentino un ulteriore veicolo di contagio. Su quest’ultimo aspetto, tuttavia, ad oggi non sussistono certezze, visto che per il momento è stata riscontrata solo la presenza di tracce di RNA ma non del coronavirus intatto.

L’ALLARME DELLE RICERCHE SCIENTIFICHE – Negli ultimi quindici anni si sono susseguiti numerosi studi da parte di organizzazioni internazionali quali l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’Organizzazione mondiale della salute animale (Oie) e l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), da cui emerge l’incremento degli allevamenti intensivi tra le principali cause di apparizione e diffusione di nuove patologie infettive. Lo stesso aspetto viene evidenziato da ricerche condotte in ambito accademico: a tal proposito, in seguito alla diffusione nella regione cinese del Guangdong dell’epidemia suina, un gruppo di ricercatori in virologia degli Stati Uniti pubblicò sulla rivista scientifica “Virus Evolution” uno studio che identificava i pipistrelli come principale riserva animale di coronavirus al mondo; il legame tra i pipistrelli e i suini venne poi chiarito attraverso uno studio ad opera di alcuni ricercatori cinesi, pubblicato sulla rivista scientifica “Nature” in cui ci si soffermava su come l’aumento dei macro – allevamenti di bestiame avesse alterato l’habitat naturale dei pipistrelli, favorendo l’incontro tra specie che, di norma, vengono raramente a contatto tra loro, innescando di conseguenza il cosiddetto salto di specie. A tal proposito, non mancano libri pubblicati da biologi ed esperti di biopolitica: rispettivamente, “Big Farms Make Big Flu” (le macro – fattorie creano macro – influenze), pubblicato nel 2016 da Robert G. Wallace e “Biopolitique des catastrophes” (biopolitica delle catastrofi), pubblicato nel 2008 da Frédéric Neyrat, sono esempi emblematici in tal senso.

Inquinamento, allevamenti intensivi, squilibrio della biodiversità. I singoli fattori che alimentano l’insorgere di malattie infettive sono molteplici, ma tutti frutto di un sistema produttivo insostenibile. Durante la quarantena, alcune immagini diffuse dalla NASA fecero il giro del mondo proprio perché da queste si evinceva chiaramente una drastica riduzione dell’inquinamento in un brevissimo arco di tempo. Il mondo intero, o quanto meno determinate regioni e continenti, ha ridotto notevolmente i livelli di produzione e la Terra ha immediatamente ricominciato a respirare. Per un po’, s’intende. Dopodiché la corsa è ripresa e con essa, sin dai primi giorni di fase 2, le fabbriche hanno ripreso a bruciare (alla faccia della sicurezza sul lavoro, a prescindere dal Covid) e l’aria a subire un costante avvelenamento.

COME SI REAGISCE A UNA CRISI – A proposito delle criticità sistemiche, il sopracitato filosofo Neyrat sottolinea una reticenza da parte delle istituzioni ad affrontare la gestione del rischio analizzandone le cause antropologiche ed economiche. Questo aspetto offre un ulteriore spunto di riflessione.

Se è vero che la società ad oggi è innegabilmente connessa, globale, ed ogni singolo aspetto al suo interno è intrinsecamente legato all’altro, è pur vero che l’approccio risulta, tanto dal punto di vista politico che mediatico, perennemente incentrato sul contingente. La tendenza è quella di tralasciare il sistemico per soffermarsi sul particolare. I molteplici aspetti del vivere sociale sono intrinsecamente correlati, eppure questi vengono affrontati come se fossero degli scompartimenti. A mancare all’interno dell’analisi sono proprio i punti di congiuntura fondamentali per produrre un cambiamento sistemico. Tali punti di congiuntura chiaramente sussistono, ma questi sono tralasciati tanto dalle istituzioni politiche, le quali propongono soluzioni eternamente minimaliste, tanto dalla maggior parte dei principali mass media, che danno spazio ad un livello di dibattito ed analisi tendenzialmente piuttosto basso. Il carattere contingente delle scelte politiche si riscontra in una pluralità di temi. Per quanto riguarda le misure economiche e sociali, queste non si declinano mai in strategie che vadano a ridurre le diseguaglianze alla radice, ma piuttosto assumono le sembianze di palliativi tesi ad una pacificazione sociale – malriuscita, tra l’altro – che di fatto cristallizza e riproduce condizioni di precarietà e subordinazione sempre più evidenti nel corso degli ultimi decenni.

Dal punto di vista ambientale, la consapevolezza della criticità delle attuali condizioni sembra essere infine giunta alle istituzioni dal momento che queste, soprattutto in ambito europeo, stanno mettendo in atto i primi cambiamenti in tal senso, ad esempio attraverso il Green New Deal. Tuttavia, come sottolineato dagli attivisti di Fridays For Future Italia (FFF Italia), sta di fatto che i cambiamenti previsti risultano innanzitutto manchevoli di ambizione dal momento che gli obiettivi prefissati – come il raggiungimento della neutralità delle emissioni entro il 2050 – appaiono tardivi rispetto alle previsioni degli scienziati; in secondo luogo, non viene prevista alcuna revisione dei trattati di libero scambio, anzi continuano le trattative dell’UE con i Paesi del Mercosur responsabili degli incendi nella foresta amazzonica; non è prevista una tassazione ad hoc per le multinazionali inquinanti né si delinea alcun obbligo all’abbandono dei combustibili fossili, né tantomeno si affronta la questione degli allevamenti intensivi. Come emerge da un comunicato di FFF Italia pubblicato sul sito greenreport.it, anche in occasione degli Stati Generali da poco tenutisi in Italia, l’atteggiamento sembra declinarsi in timidi, ma non bastevoli misure. A testimoniare l’importanza epocale della questione ambientale anche la lettera aperta firmata da 400 scienziati indirizzata a Conte e Mattarella, in cui vengono presentate alcune proposte in termini di conversione ecologica. Lo stanziamento di ingenti fondi e l’elaborazione di un progetto green rappresentano senz’altro un importante passo in avanti. Tuttavia, anche qui, non si mette minimamente in discussione il modello di sviluppo, nonostante la gravità della situazione renda necessario un cambiamento radicale ed urgente.

Per quanto riguarda la sanità, sono stati stanziati attraverso il Decreto Rilancio dei fondi certamente superiori rispetto agli ultimi decenni, ma è legittimo chiedersi se tali fondi siano bastevoli alla luce del taglio di ben 37 miliardi negli ultimi dieci anni al settore sanitario, settore fondamentale in qualunque Paese civile. Ad oggi non è prevista alcuna riforma strutturale della sanità pubblica italiana. Essa risulta certamente superiore rispetto ad altri Paesi, come ad esempio gli Stati Uniti, in cui la sanità è declinata in termini nettamente privati. Tuttavia, la sanità pubblica in Italia vive una difficoltà derivante non solo dal definanziamento, ma anche dalla riforma attuata nel ’93 che ha determinato il passaggio da USL ad ASL, introducendo di fatto logiche di mercato. Più che essere oggetto di una narrazione che si limita a definirli come eroi, gli operatori del settore sanitario hanno bisogno di un sostegno concreto che consenta loro di lavorare in condizioni consone con il tipo di servizio che svolgono. Del resto, l’emergenza da Covid dovrebbe aver fatto emergere – laddove ce ne fosse stato bisogno – l’importanza di un sistema sanitario pubblico ed efficiente.

Per quanto concerne la formazione, questa è la grande esclusa non solo nell’ambito del dibattito inerente al Covid, ma anche in condizioni di cosiddetta normalità. Come per la sanità, sono stati stanziati fondi di gran lunga superiori a quelli degli ultimi decenni. Che questi siano sufficienti, considerata l’assenza di un piano di riforma in tal senso ed il sistematico definanziamento che la formazione vive in Italia, è dubbio. L’Italia si colloca agli ultimi posti tra i Paesi europei in termini di finanziamento dell’istruzione e della ricerca. Emblematico in tal senso è il dato per cui, ad oggi, la formazione è l’unico settore per cui non è ancora chiaro lo specifico piano di riaperture. Se alcuni aspetti sono particolarmente problematici da declinare in condizioni di sicurezza, come ad esempio i corsi in presenza, appare ingiustificabile non aver predisposto neanche un piano per la riapertura delle aule studio, causando un disagio per numerosi studenti costretti ad affrontare la sessione estiva in spazi ristretti e inadeguati. I luoghi della formazione vivono da tempo la necessità di una riforma che riqualifichi le strutture, valorizzi la didattica e garantisca maggiormente il diritto allo studio, al fine di superare la contraddizione di un sistema universitario che è pubblico ma che tuttavia si rivela escludente in termini economici e sociali. L’ultimo rapporto di Almalaurea evidenzia un calo negli ultimi quindici anni di 37000 immatricolazioni, calo che si prevede ancor più ingente nel prossimo anno, viste le difficoltà economiche scaturite dal Covid.

Appare emblematico che tra i settori maggiormente marginalizzati ci siano la formazione e la cultura, l’ambiente e la salute. Questi sono infatti gli ambiti maggiormente utili nel declinare in termini collettivi una società: se la formazione e la cultura plasmano il sistema sociale, la tutela dell’ambiente e della salute sono tese a garantire la salubrità del contesto naturale e sociale in cui si vive. È logico ritenere che dalla marginalizzazione di tali settori emerge una difficoltà ed una disabitudine a pensare in termini collettivi e sistemici.

Eppure, un approccio sistemico sarebbe necessario dal momento che la società post-moderna, così com’è oggi, appare afflitta da profonde criticità sotto ogni punto di vista. Questo sistema risulta infatti inefficace dal punto di vista politico, svilente sul piano culturale, insano dal punto di vista psicologico, socialmente ingiusto ed insostenibile in termini di impatto ambientale.

RIPENSARE LO SPAZIO PUBBLICO – Precedentemente ci si è soffermati sull’individuo come parte integrante della collettività; alla luce delle connessioni intrinseche tra i vari aspetti della società, un ulteriore spunto di riflessione giunge ora dal considerare la collettività di persone come parte integrante del pianeta, promuovendo politiche che prevedano una giustizia sia sociale che ambientale.

Per ciò che concerne il primo aspetto, ovvero l’individuo all’interno della collettività, sia il periodo di quarantena che la fase attuale offrono uno spunto di riflessione a proposito dello spazio pubblico, che è lo spazio politico per eccellenza. Durante il lockdown apparivano legittimi interrogativi e preoccupazioni rispetto ad un ulteriore erosione dello spazio pubblico – che già di per sé vive una fase storica di logoramento – dal momento che, di fatto, è proprio di tale spazio che la quarantena ha privato la popolazione. Ad oggi, tuttavia, nella fase immediatamente successiva al lockdown, sembra rilevarsi una rinnovata volontà di riempire gli spazi pubblici, declinandoli in termini politici. A tal proposito, sono emblematiche le manifestazioni che si stanno susseguendo nell’ultimo periodo, in Italia come in numerose aree del mondo, dalle proteste del movimento Black Lives Matter al flash mob degli infermieri a Milano contro la gestione lombarda dell’emergenza, passando per la manifestazione studentesca del 25 giugno e le proteste dei lavoratori del settore della cultura e dello spettacolo. È possibile che proprio la prolungata privazione dello spazio pubblico, insieme all’emergere delle contraddizioni dovute all’aggravamento di una preesistente crisi economica per via della pandemia, abbiano determinato una rinnovata voglia di riempire quel ritrovato spazio pubblico e politico. È doveroso specificare, tuttavia, che i processi sociali e politici si sedimentano nel tempo e che ad oggi è senz’altro presto per trarre conclusioni.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, ossia la collettività di persone in quanto parte del pianeta, si è evidentemente ancora lontani da una presa di coscienza netta e globale. L’auspicio, però, è che proprio questa apparente volontà di riappropriazione degli spazi pubblici possa determinare un impatto ed un’influenza del corpo sociale sulla politica istituzionale e che la costruzione di una società post – Covid realmente diversa e migliore provenga proprio dal basso.

Martina Brusco

Scritto da Martina Brusco


Nata a Napoli nel 1996, residente a Pozzuoli. Studentessa di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. Entra a far parte dell’associazione e testata giornalistica “L’Iniziativa – Voce Flegrea” nel 2014, con il desiderio di coniugare la passione per il giornalismo e la politica all'impegno sociale sul territorio.