Lo “Stato-Nazione” durante e dopo il lockdown: una crisi nella crisi

Lo scorso 18 maggio l’Italia usciva dal lockdown, inaugurando la “fase 2” all’insegna delle prime riaperture, ma non già del ripristino della cosiddetta “normalità”. Ad oggi, il Paese si trova ad affrontare la “fase 3”, basata sul superamento dello stato di emergenza, sebbene non del rischio di insorgenza di focolai, né tantomeno dall’azzeramento dei contagi nella totalità delle Regioni.

Ci troviamo dunque in una fase post – lockdown, ma non ancora post Covid – 19. Il momento è forse maturo per riflettere e provare a fare un bilancio della gestione dell’epidemia, in un momento storico contraddistinto dall’erosione del margine di intervento statale.

QUALCHE PASSO INDIETRO – La sera del 9 marzo scorso la notizia dell’istituzione del lockdown si abbatteva su un’Italia che, fino a quel momento, sembrava non prendere seriamente in considerazione l’idea di una potenziale estensione dello stato di emergenza dalla regione Lombardia a tutta la penisola. Le avvisaglie, va da sé, c’erano sin dal tempestivo dilagare dei contagi seguito al primo caso positivo in Italia. A tal proposito, le prime misure di sicurezza al di fuori delle regioni maggiormente interessate hanno visto la chiusura momentanea di alcuni luoghi pubblici, innanzitutto di scuole e università, per le quali è stata prevista la sospensione delle attività didattiche fino al sopraggiungere della quarantena. Analogamente, diversi uffici pubblici hanno visto la sospensione dell’attività lavorativa o la sua conversione in smart working. Parallelamente, l’attività degli enti privati – dalle aziende, alle fabbriche, agli esercizi di ristorazione e somministrazione di alimenti e bevande – proseguiva come di consueto. Già prima della fatidica data di inizio del lockdown, dunque, emergevano profonde contraddizioni. Tuttavia, sebbene tali contraddizioni fossero sotto gli occhi di tutti e una sorta di “ansia da Covid” aleggiasse nell’aria, confluendo in vari aspetti della vita della società civile, dai temi trattati dai mass media alle conversazioni informali e quotidiane di ciascuno, sembrava aleggiare assieme a tale inquietudine anche la sottesa convinzione che le chiusure non potessero spingersi al di là dei luoghi pubblici. Una convinzione destinata ad essere smentita: il 10 marzo non ha rappresentato solo la data di inizio della quarantena per 60 milioni di italiani, bensì il momento in cui un’intera Nazione – seguita poi da tante altre – si è scontrata con la realtà. Da tale scontro è emersa un’immagine ben diversa dalla realtà percepita. Il sistema sociale ed economico all’interno del quale una popolazione è inserita influenza non solo la sfera culturale, ma anche percettiva. Non sorprende dunque che, all’interno della cosiddetta società dei consumi e in un contesto di mobilità consolidata e progressive liberalizzazioni, l’istituzione del lockdown abbia fatto esplodere una bolla al di là della quale si celavano le fragilità dell’attuale Stato – Nazione.

Fragilità, a dire il vero, già manifestatesi più volte nel corso tanto dell’attualità che del secolo precedente. Stavolta però la bolla è esplosa in tutta la sua violenza, colpendo non alcune categorie di cittadini né alcuni aspetti del vivere collettivo, bensì la società nella sua totalità. In un contesto di libertà individuali ed economiche consolidate, alcune di quelle stesse principali libertà individuali sono state momentaneamente soppresse, altre fortemente limitate, la maggior parte delle attività professionali sono state sospese o rideclinate. In tal senso, il lockdown ha rappresentato certamente una scelta coraggiosa da parte delle istituzioni italiane, che ha visto prevalere la tutela della salute sulle esigenze economiche. Dal momento che l’Italia è stata il primo Paese europeo a vedere l’insorgenza di focolai, è chiaro che sia stata anche il primo Paese ad attuare le dovute misure di contenimento. Tuttavia, si è trattato ad ogni modo di una precisa scelta politica, come è ogni decisione rispetto al vivere collettivo. A tal proposito, è doveroso specificare che non tutti i paesi hanno attuato un lockdown totale: nel continente europeo, solo Italia e Spagna hanno bloccato le attività produttive e solo quindici tra i principali paesi europei hanno dichiarato lo stato di emergenza, tra cui Italia, Francia e Spagna, a differenza per esempio di Germania e Gran Bretagna. Basti pensare alla rapida diffusione in Europa del termine “modello italiano” per indicare un lockdown totale. Alla luce di ciò, è doveroso concludere che le istituzioni italiane, durante la gestione della fase 1, hanno dimostrato una ritrovata capacità di intervento statale, per nulla scontata. E successivamente?

Già alle porte della fase 2, la situazione ha iniziato a vacillare. La progressiva reintroduzione della libertà di movimento e la graduale riapertura delle attività lavorative ha enfatizzato da un lato il conflitto interno all’apparato statale, dall’altro la contrapposizione degli interessi interni alla società civile. Per quanto riguarda il primo aspetto, se l’opposizione non ha mai abbandonato un atteggiamento conflittuale verso il governo, la fase 2 ha accentuato in particolare la contrapposizione tra governo centrale ed enti locali: anche durante la fase 1 tale contrapposizione era palpabile, ma le misure stringenti e straordinarie legittimate dallo stato di emergenza riducevano i margini di conflitto. L’inizio della fase 2, di contro, ha sancito anche l’inizio di una costante battaglia tra i vari livelli di governance. Una battaglia che sembra essere innescata, più che da un serio dibattito sulle esigenze e le condizioni sociali e sanitarie territoriali, da dinamiche per lo più derivanti dalla cosiddetta “campagna elettorale permanente”, a maggior ragione vista l’incombenza delle elezioni regionali. Ad alimentare le polemiche intrastatali anche l’ambiguità di alcune delle misure nazionali prese rispetto alle riaperture: emblematici in tal senso il caso dei congiunti, che ha dato luogo ad episodi imbarazzanti tra cui dichiarazioni fortemente contrastanti all’interno della stessa compagine di governo; la declinazione territoriale di buona parte della normativa circa le riaperture, scelta ragionevole ma che, in mancanza di indicazioni generali coerenti, è risultata inadatta a fornire alla cittadinanza un quadro chiaro di ciò che si potesse o meno fare, traducendosi in fonte di confusione anziché di tutela della decisionalità territoriale. In tal senso, non è stato raro che da un Comune all’altro, senza sostanziali differenze in termini di contagi, le misure variassero radicalmente, né tantomeno che, in assenza di un quadro generale, a fare la differenza tra un comportamento coerente con la normativa ed un’infrazione fosse un ufficiale della polizia municipale in maniera potenzialmente arbitraria; né, ancora, che in alcune città si oscillasse in maniera schizofrenica tra la reintroduzione di alcune libertà di movimento e poi nuovamente la soppressione delle stesse, con un impatto sociale e psicologico naturalmente negativo sulla popolazione.

LA RISCOPERTA DELLA QUESTIONE SOCIALE – Per quanto riguarda l’aspetto sociale, sin dalle prime avvisaglie di riapertura, sono emerse le rivendicazioni rispetto ad interessi contrapposti all’interno della società. Nei mesi scorsi, non di rado si sono verificate fughe di notizie che hanno determinato il dilagare di informazioni da parte dei mass media, prima che queste fossero effettivamente sancite dal governo. Previsioni rivelatesi poi errate. Tuttavia, considerando l’insofferenza manifestata da numerose categorie professionali anche nel bel mezzo dell’emergenza, è probabile che tali notizie si collocassero in un contesto di pressione da parte dei soggetti privati, così come, citando un caso emblematico, i ripetuti attacchi al governo da parte di Confindustria – attacchi che, tra l’altro, proseguono tuttora in fase 3. Se la classe imprenditoriale premeva per le riaperture, i lavoratori subivano una contraddizione frutto di un duplice problema: da un lato, la necessità di far fronte al calo di entrate causato dal lockdown riprendendo a pieno regime l’attività lavorativa, dall’altro la necessità di lavorare in sicurezza nel bel mezzo di una pandemia. Ancora una volta, la dicotomia tra salute e lavoro appare – assurdamente – inconciliabile. Dicotomia che emerge tuttora in fase 3, stando ai dati dati dell’Inail per cui, dal 15 maggio ad oggi, si è registrato un significativo aumento dei contagi sul posto di lavoro. Emblematico in tal senso è il caso della nuova zona rossa di Mondragone, in cui è emersa in tutta la sua criticità una realtà in cui una nuova quarantena risulta economicamente insostenibile per soggetti già di norma sfruttati e ghettizzati. Se la reazione sociale da questo punto di vista è stata la “caccia all’untore”, il dibattito politico e mediatico attorno alla vicenda si è concentrato rispettivamente su misure repressive e spettacolarizzazione della disperazione. Un’analisi seria della vicenda avrebbe dovuto invece guardare proprio alla necessità di conciliare il diritto alla salute e il diritto al lavoro, e dunque l’esigenza di istituire misure di salvaguardia socio-economica in particolare per le categorie più deboli in vista di un nuovo lockdown. “Romanticizzare la quarantena è un privilegio di classe”, si diceva non troppo tempo fa.

Tra le fila dei lavoratori maggiormente sensibili agli effetti della crisi scaturita dal Covid, è doveroso menzionare i cosiddetti “lavoratori invisibili” – tra cui riders, precari e irregolari- i quali, essendo inquadrati con contratti di lavoro impropri, o talvolta privi di contratto, non godono pressappoco di alcuna tutela. Rispetto invece alle aziende, è altresì opportuno ricordare che ad aprile le organizzazioni sindacali fecero presente che quasi la metà delle imprese lombarde erano attive, in deroga alla normativa nazionale. La questione della mancata chiusura di numerose fabbriche è solo uno degli aspetti controversi che hanno contraddistinto la gestione dell’epidemia in Lombardia; basti pensare alle indagini attualmente in corso circa la mancata istituzione della zona rossa in area bergamasca nei primi giorni di marzo, l’accusa di epidemia colposa rispetto alla riapertura del pronto soccorso di Alzano Lombardo, le indagini circa la gestione dell’emergenza nelle RSA – quest’ultimo aspetto drammaticamente diffuso in numerose regioni d’Italia. Avendo ospitato il primo focolaio d’Italia, è chiaro che la Lombardia ha avuto – ed ha tuttora – il più alto numero di contagi, che è fortemente variabile tra le regioni. Una tale condizione avrebbe legittimato, nell’ambito delle riaperture, un intervento differenziato da parte del governo rispetto alla situazione epidemiologica delle diverse regioni. Così non è stato. Inspiegabilmente, le serrande si sono alzate contemporaneamente e allo stesso modo in tutt’Italia.

LA TENUTA DELLO STATO – Quest’ultimo aspetto mette in rilievo profonde contraddizioni. Se l’istituzione del lockdown ha in qualche modo infranto una bolla di illusoria onnipotenza, le riaperture hanno infranto una seconda bolla, creatasi con la quarantena, egualmente irrealistica e caratterizzata dall’illusione che l’apparato statale, che aveva dimostrato una ritrovata efficacia in fase 1, avrebbe potuto sostenere ancora a lungo il peso dell’emergenza senza mostrare segni di cedimento più che naturali per un edificio dalle fondamenta erose quale è lo Stato Nazione nel 21° secolo. Dopo due mesi di quarantena lo Stato italiano, già indebitato prima dell’emergenza, non era più nelle condizioni di sostenere il peso economico e sociale della chiusura di quasi tutte le attività. A tal proposito, le misure delineate negli ultimi mesi equivalgono, su dichiarazione del Presidente del Consiglio Conte, a ben tre manovre di bilancio in termini di normativa e di fondi stanziati, certamente sostanziosi. Rispetto a ciò che emerge dagli Stati Generali, i temi sul tavolo sono tanti, tutti fondamentali. Modernizzazione, digitalizzazione, infrastrutture, transazione ecologica, sanità ed istruzione. Resta da vedere in che modo queste saranno declinate tra luglio e settembre nell’elaborazione del Recovery Plan nazionale, da sottoporre all’Unione Europea. Per quanto riguarda le misure socioeconomiche contenute nel Decreto Rilancio, gli ammortizzatori sociali risultano dei meri palliativi in assenza di un piano strutturale che favorisca l’occupazione e la regolarizzazione dei contratti in una prospettiva di lungo periodo anziché emergenziale. In tal senso, l’istituzione di contratti di sei mesi per i lavoratori del settore agricolo e domestico, lo stop dei licenziamenti per cinque mesi, misure come il Reddito di Emergenza (Rem) e il bonus ai professionisti sembrano andare in una direzione più contingenziale che strutturale. La residualità di misure come il reddito di emergenza, l’illusione di dare risposte alla crisi delle piccole aziende con lo strumento desueto della cassa integrazione, pensato e adagiato per il settore industriale medio- grande, l’elargizione praticamente senza condizioni di un identico bonus a tutti i lavoratori autonomi, senza considerare minimamente le differenze esistenti di un mondo così eteregeneo sono scelte controverse, ma non sorprendenti. Il modello di welfare italiano, e più in generale tipico dell’Europa continentale, è infatti storicamente a carattere corporativistico, incentrato cioè sulle categorie professionali e basato su un sistema di retribuzioni e contributi versati, con un’intrinseca tendenza a preservare le differenze di classe e status. Diversamente tanto dal modello di welfare tipico dei Paesi scandinavi, a carattere maggiormente redistributivo, che del sistema di welfare residuale, tipico dei Paesi anglofoni quali Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia, caratterizzato da esigui schemi di assicurazione sociale. Nel caso italiano, il sistema sanitario nazionale pubblico ha determinato una maggiore proiezione in senso universalistico del welfare, che però fatica sia a svincolarsi da un modello familistico che a tradursi in senso redistributivo. Un’occasione sprecata, considerato che a causa della pandemia il coefficiente di Gini, indicatore della diseguaglianza sociale, ha raggiunto in Italia valori massimi dal 2009 ad oggi. Attualmente, il PIL in Italia si stima tra -9% e -13% e si prevede un significativo aumento della disoccupazione.

Il piano di rilancio non è ancora completo: resta da vedere in che senso verrà declinato il dibattito istituzionale tra luglio e settembre. Per il momento, le misure di rilancio appaiono come tentativi tesi ad evitare il naufragio di una nave. In tal senso, gli scenari potranno vedere un effettivo salvataggio, potranno invece non rivelarsi sufficienti oppure potrebbero persino consentire una navigazione più veloce. In ogni caso, però, non sembra essere prevista alcuna significativa inversione di rotta.

LA CRISI DELLO STATO NAZIONE NEL QUADRO INTERNAZIONALE – Alla luce di questo excursus, ciò che si vuole evidenziare non è tanto la gestione dell’emergenza da parte di questo o quel governo, bensì una fragilità intrinseca all’attuale Stato Nazione per cause tutt’altro che contingenti, ma sistemiche. Esso ad oggi risulta eroso da un lato da interessi privati interni alla nazione, dall’altro ancor di più da meccanismi transnazionali tanto economici, propri della globalizzazione, tanto giuridico – istituzionali, dati dall’inserimento all’interno delle istituzioni sovranazionali. Per quanto riguarda il primo aspetto, è evidente che gli interessi dei privati rappresentano la principale fonte di ricchezza nazionale e, nel caso degli istituti bancari, una fonte di credito adoperata frequentemente dall’apparato statale negli ultimi decenni, in un contesto già di per sé di crisi economica ed indebitamento ben precedente al Covid. Sul piano esterno, il processo di globalizzazione ha comportato un crescente automatismo nei meccanismi del mercato e della finanza internazionale. La riduzione degli ostacoli alla circolazione di merci e capitali ha comportato un’estrema difficoltà di regolamentazione del mercato e dei flussi di capitale. Negli ultimi decenni, si sono ridotte le differenze economiche tra Paesi diversi ma le diseguaglianze interne si sono acuite enormemente. Anche rispetto alla riduzione del divario economico tra i cosiddetti “paesi sviluppati” e “paesi sottosviluppati”, è doveroso specificare che questa non determina direttamente un aumento del benessere nei secondi, dal momento che l’economia di questi ultimi risulta fortemente dipendente da quella dei primi. A tal proposito, è emblematico il fenomeno della delocalizzazione dei processi produttivi in aree del mondo in cui vigono normative assai meno rigorose in termini ambientali e sociali, con il conseguente aumento della disoccupazione nei paesi industrializzati da un lato, della dipendenza e dell’arretratezza dei paesi sottosviluppati dall’altro. Per quanto riguarda la finanza internazionale, è risaputa l’estrema influenza che il mercato dei titoli esercita sulla politica, al punto tale che persino le singole dichiarazioni degli esponenti di governo dei vari Stati non di rado portano al vertiginoso aumento o alla riduzione dello spread.

Dal punto di vista giuridico – istituzionale, gli organismi internazionali chiaramente rappresentano una limitazione della sovranità nazionale dei singoli Stati; tuttavia, essi rappresentano un’autentica necessità in un momento storico in cui i principali processi sociali, politici ed economici sono appunto transnazionali. Non è possibile collocare l’agire politico del singolo Stato – Nazione al di fuori del sistema internazionale, né tantomeno al di fuori del contesto regionale di cui fa parte. Un’analisi complessiva del funzionamento delle istituzioni internazionali e, nel caso specifico italiano, dell’Unione Europea, fa emergere facilmente sia degli oggettivi e ad oggi imprescindibili vantaggi che una serie di limiti. Prendendo ad esempio l’attuale crisi determinata dal Covid, è innegabile che un singolo Stato non avrebbe potuto far fronte al peso economico senza essere inserito all’interno di un’istituzione sovranazionale, se non con uno sforzo ancora superiore, e pure in quel caso non è detto che ci sarebbe riuscito; d’altro canto, è evidente che proprio l’appartenenza all’UE impone, oggi, una serie di vincoli derivanti dai meccanismi di aggiustamento macroeconomico europeo, che di fatto limitano la possibilità di uno Stato – specie se si tratta già di uno Stato indebitato e in recessione – di declinare autonomamente la propria politica economica e monetaria. A tal proposito, basti pensare ai vincoli derivanti dal Patto di Bilancio, che di fatto determinano una contrazione della spesa pubblica potenzialmente volta alla garanzia di maggiori diritti sociali. Anche dal punto di vista politico e sociale si riscontrano facilmente delle criticità; basti pensare all’annosa questione del cosiddetto deficit democratico nel funzionamento istituzionale dell’UE e alla sostanziale mancanza di un effettivo demos europeo. Dal punto di vista economico, l’UE nasce sulla base di un indirizzo economico nettamente neoliberale e monetarista, tant’è che gli stessi requisiti di accesso dei paesi candidati a farne parte sono fissati in tal senso dal Trattato di Maastricht. Eppure, nulla è statico. Durante la crisi da Covid 19 è emersa infatti una dialettica tra le Istituzioni europee, con la Commissione e il Parlamento che hanno spinto per proporre agli Stati nazionali e ai loro governi una prima forma di condivisione del debito e un piano di aiuti e prestiti condizionati, questa volta, a politiche ambientali, sociali e di innovazione. A tal proposito, è opportuno evidenziare che in occasione della crisi del 2008 la strategia elaborata dall’UE si concentrava, invece, principalmente sulla flessibilità del mercato del lavoro, sulle liberalizzazioni e sul controllo del costo del lavoro – quest’ultimo aspetta ha, tra l’altro, alimentato il fenomeno della svalutazione interna.

Dal punto di vista politico e istituzionale i Paesi dell’UE, come di fatto la quasi totalità dei Paesi occidentali, sono organizzati attraverso la forma di Stato della democrazia liberale, direttamente correlata alla dottrina economica neoliberista: di fatto, il sistema egemone nel mondo dalla fine della Guerra Fredda ad oggi. Tale sistema ha già mostrato le sue profonde criticità più volte nel corso della storia contemporanea. La crisi causata dal Covid è solo l’ultimo esempio in tal senso e va, di fatto, ad aggravare una crisi preesistente.

QUALE ALTERNATIVA? UNA SFIDA DA COGLIERE – Lo Stato Nazione appare dunque schiacciato tra interessi economici, interni ma soprattutto transnazionali, e da una cornice giuridico-istituzionale che tutela tali interessi in virtù di una visione neoliberale di progresso e benessere. A tal proposito, appare centrale la necessità di una prospettiva alterglobal. Le organizzazioni internazionali non devono più essere viste esclusivamente come una necessità, bensì come un’opportunità. Ad oggi infatti una soluzione di ritorno ad una sovranità esclusiva dello Stato-Nazione appare non solo impossibile, ma anche politicamente regressiva e reazionaria. In tal senso, il fatto che la critica degli aspetti di cui sopra circa i meccanismi delle istituzioni internazionali sia egemonizzato dalle destre nazionaliste e sovraniste rappresenta un problema ed un ostacolo ad un cambiamento costruttivo e progressista. Un cambiamento che oggi più che mai appare urgente, necessario e radicale. A tal proposito, è legittimo chiedersi com’è possibile, ad oggi, declinare i diritti sociali e le esigenze, non solo globali ma anche nazionali e territoriali, all’interno di quello che viene definito un sistema – mondo ad economia capitalistica di tipo neoliberale? È necessaria una globalizzazione che non sia più globalizzazione dello sfruttamento e delle diseguaglianze, ma una globalizzazione in termini di coesione sociale, di cooperazione tra gli Stati. L’idea stessa di integrazione non può più essere sinonimo di un universalismo che si traduce nell’affermazione di una visione univoca di forma di Stato, sistema economico, cultura, politica e sviluppo sociale, bensì di un’universalizzazione che sia conoscenza, incontro e tutela in primo luogo degli esclusi dai benefici della globalizzazione, in particolare di coloro che anzi ne risentono. Mettere cioè tutti nelle condizioni di arricchire, e non semplicemente di essere assimilati.

Come ogni crisi, quella conseguente alla pandemia da Covid rappresenta un’occasione per superare le criticità in termini strutturali e per ripensare l’organizzazione del vivere collettivo, non più in maniera contingente ma attraverso cambiamenti sistemici. In una società globale e dal funzionamento complesso, anche le criticità emergono in tutta la loro complessità. Ad oggi ci troviamo certamente dinanzi ad una sfida. Una sfida che è però vitale cogliere.

Martina Brusco

Scritto da Martina Brusco


Nata a Napoli nel 1996, residente a Pozzuoli. Studentessa di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. Entra a far parte dell’associazione e testata giornalistica “L’Iniziativa – Voce Flegrea” nel 2014, con il desiderio di coniugare la passione per il giornalismo e la politica all'impegno sociale sul territorio.