Fisco e Lavoro: considerazioni sul Piano Renzi

renzi

Le misure annunciate dal Governo in materia di fisco e lavoro hanno occupato inevitabilmente il dibattito politico degli ultimi giorni. Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha avuto quantomeno il merito di riportare la discussione su provvedimenti concreti e su ipotesi finalizzate ad uscire dalla crisi. Da parte nostra, proveremo a sottrarci all’imbarazzante e ripetitivo rituale di commentare le sue proposte con pregiudizi e giochi di ruolo.

Entriamo nello specifico. La crisi economica dura ormai stabilmente da almeno 7/8 anni e la risposta dei Governi è stata finora l’austerità, che in nome di un (presunto) risanamento dei conti pubblici, ha solo impoverito larghi strati di popolazione e compresso l’economia reale. Secondo gli annunci di Renzi, ci troveremmo finalmente davanti ad un cambio di direzione: con la destinazione in busta paga ai lavoratori dipendenti (che guadagnano meno di 1.500 euro al mese) di 10 miliardi di euro (circa 80 euro al mese da maggio) l’intenzione è rilanciare la domanda interna e i consumi, unico modo per riavviare un ciclo virtuoso nella produzione. Altra misura che va nella stessa direzione è l’intervento pubblico nell’economia con l’investimento da parte dello Stato di 5 miliardi nell’edilizia scolastica e nel recupero del dissesto idrogeologico. Per le imprese c’è inoltre un taglio dell’Irap e della bolletta energetica finanziato con l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie dal 20 al 26%. Significativa, inoltre, la volontà politica di reperire risorse non solo dalla riduzione delle spese della politica e della macchina amministrativa, ma anche con l’aumento controllato del rapporto deficit/Pil fino al limite del 3% indicato dai parametri europei.

Una manovra, dunque, che se attuata rompe alcuni dei più recenti schemi di “destra e sinistra” e mette in crisi molti dei disfattisti per mestiere o inclinazione.

Le aspettative trasversali verso l’azione di questo Governo sono sicuramente legate alla persona del Presidente del Consiglio, nonostante quest’ultimo sia espressione di un’alleanza figlia delle larghe intese. Queste speranze, tuttavia, sono rimaste in gran parte deluse per quanto riguarda i provvedimenti in materia di mercato del lavoro. Ancora una volta, si ripete l’equivoco per cui i posti di lavoro sarebbero creati dalla riduzione di tutele giuridiche anziché dalle politiche di investimento nei settori strategici. Piuttosto, ci chiediamo: che fine ha fatto il contratto unico? Per il momento è stato rimandato ad un futuro disegno di legge dai contorni ancora poco definiti, mentre il decreto del ministro Poletti si limita a modificare le norme sui contratti a termine, che potranno essere estesi fino ad 8 volte e nell’arco 36 mesi senza l’indicazione della causale. La semplificazione delle regole, che coinvolge anche il contratto di apprendistato, è però cosa ben diversa dall’unificazione delle condizioni di partenza e dalla prospettiva delle tutele crescenti, che è la vera sfida da assumere nell’attuale giungla di contratti e nella disarticolata condizione di disuguaglianza dei lavoratori. Soprattutto se si considerano i numeri dei collaboratori a progetto e delle false partita iva individuali, che superano il milione ogni anno. Il confronto nei prossimi mesi dovrebbe spostarsi, inoltre, sull’estensione ai precari degli ammortizzatori sociali, come la nuova Aspi (indennità di disoccupazione), nell’auspicio che non solo il Governo, ma anche le forze sociali e sindacali siano in grado di porre le proprie istanze in modo costruttivo e con il sostegno reale e partecipato dei lavoratori e dei tanti giovani senza reddito fisso.

Dario Chiocca

Scritto da Dario Chiocca


Classe '78, è tra i fondatori de L'Iniziativa, di cui è presidente. Puteolano, risiede nel quartiere di Monterusciello dall'infanzia. Laureato in Giurisprudenza, impegnato da sempre sulle questioni sociali, dal 2010 è avvocato presso il Foro di Napoli e svolge la sua attività professionale nel campo nel diritto civile e del lavoro.