APPROFONDIMENTO / Lavori pubblici e interdittive antimafia, le lacune dell’attuale normativa

_MG_8059FOTO DI PAOLO VISONE

Impresa e mafia, si sa, rappresentano gli estremi di un binomio micidiale. Non è di oggi lo spiccato interesse delle organizzazioni criminali alle attività imprenditoriali. Basti pensare all’evoluzione storica della camorra che ha operato “il salto di qualità” solo all’indomani della ricostruzione post-terremoto degli anni ’80. In quel periodo “il sistema” diveniva effettivamente tale in un intreccio di interessi politici ed economici.

Nessun motivo di meraviglia, allora, deve destare il fatto che, nell’arco di pochi mesi, a Pozzuoli due imprese, operanti nell’ambito dei Cantieri “PIU Europa”, siano state colpite da interdittiva antimafia con conseguente blocco dei lavori. Ciò che invece deve far meravigliare è il fatto che da marzo ad ottobre 2014, per le imprese colpite dall’informazione della Prefettura di Napoli, la situazione muta radicalmente, grazie all’intervento del Tar Campania.

In sintesi i giudici amministrativi non hanno ritenuto coerenti gli elementi sui quali si sarebbe fondata la decisione del prefetto, tali da poter escludere la Fradel Costruzioni (Quarto) prima, e la F.c.s. Costruzioni (San Cipriano d’Aversa) poi, dalla partecipazione ai lavori pubblici ad esse appaltati in precedenza.  Il contrasto tra la decisione del prefetto e quelle del Tar evidenzia come spesso la semplice applicazione delle norme non basta a realizzare il fine sperato.

L’interdittiva antimafia, che – ricordiamo – è un provvedimento preventivo di carattere amministrativo  adottato dal prefetto territorialmente competente (e non una dichiarazione di condanna), mira a spezzare i legami tra criminalità organizzata ed imprenditoria, e però si basa su situazioni indizianti che i Tar potrebbero anche non ritenere sufficienti per impedire alle imprese colpite, di continuare a lavorare, come infatti è puntualmente accaduto. Si tratta dunque di rimettere all’autorità amministrativa la decisione circa la “mafiosità” o “non mafiosità” di una attività economica; valutazione, questa, discrezionale e dunque non garantita. Specialmente se si considera che in circostanze come queste ciò che si registra è soltanto un ritardo sui lavori e l’aumento dei costi dell’opera da realizzare. Se da un lato, dunque, è di fondamentale importanza impedire che le organizzazioni criminali accedano al circuito dell’economia legale, dall’altro è pure necessario garantire che i lavori pubblici vengano svolti in modo rapido e corretto.

Qui non è in rilievo soltanto il fondamentale diritto costituzionale, che qualcuno definisce privatistico, alla libertà di iniziativa economica.
La difesa sociale, concetto richiamato dallo stesso Consiglio di Stato, massimo organo della giustizia amministrativa, deve garantire due aspetti; non solo impedire le infiltrazioni mafiose in economia, ma anche assicurare che le opere pubbliche siano portate a termine senza ulteriori costi a carico dei conti pubblici. Conti che lievitano, per esempio, ogni qual volta i termini di consegna, una volta sospesi i lavori, non vengono rispettati, con il rischio di perdita dei finanziamenti europei.

Tutto ciò non è certamente “colpa” del prefetto, ma a questo punto un interrogativo è d’obbligo: è veramente utile rafforzare la risposta istituzionale sul solo piano quantitativo della repressione? Non sarebbe più efficace, forse, curarla anche su quello qualitativo per affrontare i gravi problemi posti dalla presenza della criminalità organizzata nei nostri territori? In altre parole, non sarebbe meglio creare un sistema di prevenzione sociale in grado di espellere, in modo autonomo, le contaminazioni mafiose? “È senza dubbio necessario che la società civile, i cittadini, accompagnino la realizzazione delle opere pubbliche – dichiara Luigi Cuomo, Coordinatore nazionale di SOS Impresasin dall’ideazione delle stesse, laddove possibile;  le amministrazioni, dal loro canto, non devono ostacolare questa partecipazione. Di fronte ad una interdittiva antimafia – continua Cuomo – questa non rappresenta una criticità che deve essere relegata esclusivamente al tecnico, ma deve diventare un problema sociale”.

Problema che, a dirla tutta, non può essere affrontato neanche dagli addetti ai lavori a causa di strumenti legislativi ed amministrativi insufficienti. “La disciplina della documentazione antimafia – chiarisce ancora Cuomo – soffre di incongruenze legislative, come peraltro lo stesso codice antimafia, approvato nel 2010, che ha aggravato e non risolto i problemi del contrasto alle mafie; aggiungasi poi l’inadeguatezza strutturale delle prefetture, che non riescono a garantire una vera azione preventiva”.

Rafforzare gli uffici antimafia delle prefetture e garantire massima trasparenze delle opere pubbliche, dalla ideazione alla posa della prima pietra, sarebbero dunque i primi importanti segnali di un vero contrasto alla criminalità organizzata.  Chiarezza e coerenza  delle leggi, a parte.

di ALDO CIMMINO

Scritto da Redazione