Successo di pubblico e critica per “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli” – LE FOTO DELLO SPETTACOLO

cop

FOTO DI PAOLO VISONE

Messo in scena dalla giovane associazione di trentenni “ Enart” la rappresentazione teatrale ha superato ogni aspettativa, con una sorprendente partecipazione di pubblico, che durante i tre giorni dello spettacolo (22,23,24 novembre) ha riempito con calore ed entusiasmo il teatro “Galilei104” di Città della Scienza. “E’ stato un vero e proprio “colpo di fulmine”” dichiara uno dei due registi e sceneggiatore Mauro de Rosa, riferendosi all’opera del giornalista e scrittore Antonio Menna.

Il testo messo in scena si fa catalizzatore di un’angoscia e contemporaneamente di un’ansia di riscatto generalizzata di un’intera generazione, con sagacia e originalità, senza tralasciare aspetto comico che in situazioni paradossali arriva a sfociare nel grottesco. Lo spettacolo si apre con un riferimento mitico-leggendario, un rimando necessario in una città come Napoli, in cui il rapporto tra storia e leggenda, tra realtà e immaginazione è così profondo e conflittuale, in continua definizione, ma pur sempre presente. E’così che il primo narratore sul palco, interpretato da Pasquale Ioffredo ci introduce nella storia ricordando un antichissimo mito, quello dell’uovo, o meglio “l’ovo” di Napoli, quel magico uovo che Virgilio nascose a protezione della città. La leggenda vuole che finchè l’uovo fosse rimasto intatto Napoli non avrebbe conosciuto rovina. Ma, come annuncia il primo dei quattro narratori che si alterneranno sul palco: “questa è un’altra storia”. Questa scena annuncia un processo circolare, per cui nel finale la distruzione simbolica dell’uovo da parte dei personaggi lascia presagire sventure, sancendo forse un’unica grande Storia, che non conosce divisioni.

Dopo l’apertura assistiamo ad un rapido cambio di scena, che ci porta in uno scantinato dei quartieri spagnoli, dove ha inizio la storia vera e propria. Due giovani Stefano Lavori e Stefano Vozzini, interpretati rispettivamente da Mauro di Rosa e Luca Lo Martire, sono due ragazzi nati e cresciuti tra i vicoli di Napoli, lì dove ogni giorno devi scendere a compromessi per vivere, dove le stesse vite devono fare i conti con meccanismi più grandi, che vi ruotano intorno, da cui sembra impossibile sfuggire. I due protagonisti non vanno all’università, passano intere giornate a smanettare davanti al computer, qualcuno li chiama “ricchioni” perché passano tanto tempo insieme. Un giorno a Stefano Lavori viene un’idea, quella di un computer innovativo, un nuovo sistema che rivoluzionerà il mercato, che potrebbe renderli molto ricchi in brevissimo tempo. C’è passione, entusiasmo nell’aria, ma manca la materia prima ovvero il denaro per acquistare i pezzi necessari all’assemblaggio dei primi computer. Allora pensano di venderli prima di averli prodotti, così che con i soldi ricavati sarebbero riusciti a comprare il necessario. Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo, cominciano ad abbattersi, ma non si arrendono. Ben presto entrano in una sorta di circolo vizioso: necessitano di soldi ma senza soldi “non si cantano messe”. Nessuno è disposto a rischiare e investire su quell’idea, seppur geniale.

Finchè la decisione di vendere il motorino e con il ricavato riescono finalmente ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna e guadagnano qualcosa. Ne fanno ancora un altro. La cosa sembra andare, ma hanno bisogno di un capitale maggiore ed è così che si scatena un vero corto circuito. I giovani entrano nel magma fagocitante di una burocrazia ottusa, di un sistema perverso, che non dà campo.

Una chiave di lettura che nell’espressione scenica non lascia spazio ad equivoci. E’qui che si scatena la preparazione tecnica, l’espressività e il trasformismo scenico degli attori, che in maniera ironica e intensa interpretano, con forte personalizzazione e caratterizzazione, tutti i personaggi in cui i due giovani protagonisti incapperanno sulla strada verso la realizzazione del loro sogno e che metteranno loro i bastoni tra le ruote, dimostrandosi personaggi di volta in volta loschi e affaristi, interessati solo a lucrare.

Perfettamente riproposti quelli che finiscono per diventare veri e propri clichè: dal commercialista tipico burocrate al banchiere senza scrupoli, alla fiscalista disegnata con toni sadici, ai vigili urbani corrotti, fino ad arrivare alla politica, raffigurata come effige dei “santi in paradiso” e alla camorra, senza volto. Resta un punto interrogativo: se Steve Jobs fosse nato a Napoli avrebbe potuto fondare l’impero della Apple? Oppure “siamo quello che le circostanze ci consentono di essere”? “Ti senti come uno che può fare il record del mondo e tutti ti mettono lo sgambetto” si ascolta nel finale dello spettacolo, quando ormai la rassegnazione ha preso il sopravvento. Ma nel messaggio di En Art c’è di più: c’è un invito a reagire, a credere ancora in un riscatto che è prima di tutto generazionale. Quello che colpisce dell’opera è senza dubbio la maestrìa scenica con la quale sono costruiti i personaggi, attraverso l’espediente del simbolismo e dell’ironia, affermando senza mai svelare troppo, evocando, suggerendo, senza mai lasciare tutto all’evidenza. Quello che ne viene fuori è una sorta di metateatro pirandelliano, che riflette su sé stesso e nel dialogo, anche con il pubblico, si costruisce e si definisce, lasciando una traccia consistente nella mente degli spettatori. Trionfano in scena plasticità e dinamismo, in perfetta sincronia ritmica con la musica e le luci, lasciando trasparire l’intento fortemente dissacrante degli autori e degli interpreti.

La scenografia è costantemente presente sul palco, mobile, funzionale alla scena e alla trasformazione dei personaggi. Il risultato è sorprendente. Il ritmo incalzante. Ci si appassiona lasciandosi coinvolgere da quella forma di divertimento che lascia spazio alla riflessione e alla rielaborazione personale, perfettamente in linea con l’intento dei due registi Pasquale Ioffredo e Mauro di Rosa. “L’arte è emozione, è vivere un’esperienza, è dare una forma ad una sensazione. Ogni opera artistica nella sua fase embrionale è una materia puramente onirica, frutto del pensiero, di sensazioni. In seguito acquisisce una forma che tende a stuzzicare l’intimità dello spettatore che per noi non è un semplice fruitore dell’opera in questione, ma lo “obblighiamo” a pensare” afferma con convinzione Mauro di Rosa.

La regia è affidata a Pasquale Ioffredo e Mauro Di Rosa, che ha curato anche la rielaborazione teatrale. Il cast è formato da: Chiara De Crescenzo, Mauro Di Rosa, Pasquale Ioffredo, Demi Licata, Luca Lo Martire, Pierpaolo Stellato. Le musiche originali, fortemente compositive della scena, sono affidate a Eddy Napoli. I costumi sono stati curati da Francesca Filardo, mentre la scenografia di scena è di Carmela Serpe. Interessante, ritmato, attentamente studiato il disegno luci di Pier Francesco Borruto. La fotografia di scena appartiene infine a Paolo Visone.

Avatar

Scritto da Valentina Soria


Mi chiamo Valentina Soria, sono giornalista pubblicista, laureata alla magistrale in Comunicazione Pubblica e d’Impresa. Mi interesso di comunicazione a 360°, dal giornalismo al copy writing alla cura di uffici stampa. Amo la mia terra flegrea e credo nell’importanza di dare “voce” alle piccole e grandi criticità del territorio con coraggio ed onestà.