“La salute prima di tutto? Forse”. I numeri dei contagi da covid sul lavoro

I dati Inail – È di 131.090 il totale delle denunce per infezione da Covid-19, contratto sul luogo di lavoro, registrato dall’Inail al 31 Dicembre 2020, ovvero il 23,7% delle denunce di infortunio pervenute da inizio anno e il 6,2% dei contagiati nazionali totali comunicati dall’ISS (Istituto Superiore di Sanità) al 31 dicembre contro, rispettivamente, il 20,9% e il 6,5% registrati al 30 novembre. È quanto emerge dal report “I dati sulle denunce da Covid-19” diffuso dall’ Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro. Decisiva la “seconda ondata” dei contagi che ha avuto un impatto più significativo rispetto alla prima, anche in ambito lavorativo. Da inizio pandemia al 31 dicembre, sono cinque i mesi che registrano la più alta percentuale di denunce, ovvero il 93,2%: marzo e aprile, cioè i mesi della “prima ondata” e ottobre, novembre e dicembre, i mesi della seconda. Nella fase post lockdown che coincide coi mesi estivi i casi di denuncia si sono notevolmente ridotti, fino a totalizzare lo 0,3% raggiunto nel mese di luglio, la percentuale più bassa dell’anno 2020. E con circa 36 mila denunce, novembre è il mese che ha registrato il più alto numero di casi segnalati all’INAIL.

LE CATEGORIE PIU’ COLPITE – A denunciare sono i lavoratori italiani per l’85,7% contro il 14,3% dei lavoratori stranieri e sette su dieci sono donne. La classe di età va dai 50 ai 64 anni e rappresenta il 42,2% del totale delle denunce, segue la fascia dai 35 ai 49 anni, ovvero il 37%. Le donne, con il 69,6%, sono le più colpite. Il dato si inverte per quanto concerne le denunce di infortunio con esito mortale: l’83,2% riguarda gli uomini, il restante 16,8% le donne della medesima fascia di età. Il totale delle denunce per decessi è pari a 423. La percentuale più alta delle denunce, sia per infezione sia per decesso, si registra nelle regioni settentrionali, le più colpite dalla pandemia. I lavoratori che operano a stretto contatto con il pubblico sono i più esposti al contagio da Covid-19, pertanto il settore della sanità e dell’assistenza sociale (ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche e policlinici universitari, residenze per anziani e disabili) è il più colpito, con ben il 68,8% delle denunce. Nello specifico: i tecnici della salute (ad es. infermieri e fisioterapisti) rappresentano il 38,7%, le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali (operatori sociosanitari), il 19,2% ed i medici il 9,2%. Segue il settore dall’amministrazione pubblica (attività degli organismi preposti alla sanità – Asl – e amministratori regionali, provinciali e comunali) con il 9,1%. Nel settore privato si segnala lo logistica, i servizi di supporto alle imprese e di pulizia.

La situazione in Campania – la Campania registra un minor numero di denunce per infortunio e per decesso rispetto al resto d’Italia: rispettivamente il 5,4% e il 9,5% da inizio pandemia al 31 dicembre. Sono 7.105 le denunce di infortunio sul lavoro da Covid-19 e 40 con esito mortale. In linea con i dati nazionali, la fascia d’età che ha denunciato è quella dai 50 ai 64 anni (il 55% sono donne, il 45% uomini). Anche nella nostra regione il settore più colpito è quello sanitario con il 65,6%. I tecnici della salute rappresentano il 42,3% ed i medici l’11,4%. Al secondo posto, il settore dei trasporti e magazzinaggio con il 7,2%. Napoli è la città che registra la percentuale più alta di denunce, ovvero il 69,9%. Caserta e Salerno si attestano rispettivamente al 10,4% e al 10,1%. Poi, Avellino con il 5% e Benevento con il 4,6%.

La normativa – La circolare dell’INAIL n. 13/2020, pubblicata in applicazione del decreto legge Cura Italia, stabilisce che “nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS- CoV-2) in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio e lo invia telematicamente all’Inail che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato. Le prestazioni Inail nei casi accertati di infezioni da coronavirus in occasione di lavoro sono erogate anche per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato con la conseguente astensione dal lavoro”.

Le responsabilità del datore di lavoro – Dalla sanificazione degli ambienti di lavoro alla gestione degli spazi comuni (distanziamento di almeno 1 metro), dalla fornitura di dispositivi di protezione individuali (mascherine), alla gestione delle riunioni ed eventi interni (non sono consentite le riunioni in presenza) e ancora, la gestione di una persona sintomatica in azienda e lo smartworking. Sono solo alcuni degli obblighi di un datore di lavoro al fine di tutelare la salute dei propri dipendenti nel rispetto delle norme anticovid individuate nel “Protocollo condiviso di regolazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”, d’intesa tra Governo e parti sociali.

Considerazioni – I numeri, già di per sé drammatici e significativi, non possono tener conto di quanto accaduto nell’ultimo anno tra i lavoratori irregolari, ma anche tra quelli più precari o più facilmente ricattabili, poiché questi ultimi sono spesso impossibilitati a sporgere denuncia. Il dato generale, in ogni caso, dimostra che nel corso della pandemia il binomio “tutela della salute / lavoro”, pur enunciato da chi governa ai vari livelli istituzionali, con il passare dei mesi ha lasciato il posto all’esigenza produttiva, spesso a discapito di chi lavora e delle persone a loro più vicine.

A cura di Vania Cuomo

Scritto da Vania Cuomo


Laureata in Filosofia. Appassionata di arte e viaggi, musica e supereroi. Sensibile alle tematiche medico-sanitarie alle quali si avvicina come autrice di fumetti prima, social media manager e blogger poi. Coniuga giornalismo e social per diffondere una corretta informazione. Certa che il cambiamento di cui il mondo necessita sia, prima di tutto, culturale.