Inquinamento e letalità da coronavirus: gli studi a confronto

“La correlazione fra polveri sottili e mortalità da Covid-19 è un’informazione importante che contribuisce a definire meglio lo scenario dei fattori di rischio. Sono studi importanti da tenere nella dovuta considerazione, ma da qui a trarre conclusioni definitive ce ne corre un pochino, anche se di certo non li sottovalutiamo”, è la risposta del Presidente del CSS (Consiglio Superiore di Sanità), Franco Locatelli, ad una domanda, posta in una recente conferenza stampa, circa la correlazione tra inquinamento ambientale e Covid19, “è un tema che va approfondito, siamo difronte ad uno scenario nuovo e stiamo acquisendo man mano delle conoscenze”, conclude il Presidente dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità), Silvio Brusaferro.

Dagli studiosi dell’Università di Harvard, a quelli di Catania; passando per i ricercatori dell’Università di Siena fino ai colleghi danesi della Aarhus University, la comunità scientifica di tutto il mondo si interroga sulle nuove problematiche che il coronavirus ha posto, non soltanto in ambito sanitario, ma anche in quello ambientale.

La rivista scientifica Environmental Pollution ha pubblicato, lo scorso 6 aprile, lo studio dal titolo: “Can atmospheric pollution be considered a co-factor in extremely high level of SARS-CoV-2 lethality in Northern Italy”? In esame sono le zone inquinate della Lombardia e dell’Emilia Romagna, dove si è verificata un’alta letalità da coronavirus: “Fino ad ora gli unici fattori presi in considerazione erano il differente modo di contabilizzare contagiati e deceduti, e l’anzianità della popolazione. Ma lo stato di salute iniziale di quelle popolazioni è anche indotto dal livello di inquinamento atmosferico”, spiega il ricercatore Dario Caro, ideatore dell’articolo, “in particolare, ci siamo chiesti quale fossero le condizioni iniziali delle popolazioni che vivono in quelle aree così inquinate, e se queste condizioni potessero essere un co-fattore nell’alta mortalità registrata”, chiarisce Caro. Secondo i dati raccolti dalla Protezione civile italiana e raccolti nello studio, al 21 marzo la letalità registrata in Lombardia ed Emilia Romagna “era attorno al 12% mentre nel resto d’Italia era a circa il 4,5%”. I dati sono in continua evoluzione e ancora molto aleatori, come dimostrano quelli forniti dalle stesse autorità preposte alla loro raccolta ed elaborazione; la letalità media in Italia registrata dall’Istituto superiore di sanità al 2 aprile è salita all’11,8%, segnando una distanza che rimane molto marcata rispetto al dato medio globale (5,4%, secondo quanto riferito il 4 aprile dall’Istituto Spallanzani di Roma) ed europeo (7,5%). Un contesto nazionale che rimane fortemente legato a quello presente nel nord del Paese, con la sola Lombardia che al 5 aprile assomma 8.905 decessi (e l’Emilia-Romagna 2.051) su un totale nazionale pari a 15.887, riporta Greenreport.

A confermare il legame tra inquinamento ambientale e mortalità di Covid19 è anche uno studio di Harvard (cui fa riferimento l’ISS), pubblicato sul New York Time, guidato dall’ esperta di salute pubblica internazionale, Francesca Dominici. La ricerca condotta su 3.080 contee degli Stati Uniti ha evidenziato che “l’aumento di 1 μg/m3 di PM2.5 è associato ad un aumento del 15% del tasso di mortalità COVID-19”.

Le aree geografiche con un’elevata concentrazione di PM2.5, ovvero le polveri sottili che penetrano negli alveoli polmonari, provocando soprattutto patologie respiratorie, hanno anche un elevato tasso di mortalità da Covid19. “I risultati dello studio sottolineano l’importanza di continuare a far rispettare le vigenti normative sull’inquinamento atmosferico per proteggere la salute umana durante e dopo la crisi COVID-19”, concludono i ricercatori.

Emergenza sanitaria ed emergenza ambientale sono due facce della stessa medaglia. Salvaguardare l’ambiente significa salvaguardare anche la nostra Salute, indipendentemente dalla pandemia da Covid19.

A cura di Vania Cuomo

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Scritto da Redazione