L’INCHIESTA sul caso Olivetti: chi beneficiò della distruzione di un primato italiano nel Mondo?

Stabilimento Olivetti di Pozzuoli - Reparto Presse: gli operai al lavoro con l'attrezzatore in piedi e alcuni macchinari inoperosi.

Stabilimento Olivetti di Pozzuoli – Reparto Presse: gli operai al lavoro con l’attrezzatore in piedi e alcuni macchinari inoperosi.

La grandezza e la singolarità della fabbrica Olivetti sono inscindibilmente legate al genio e all’opera di Adriano Olivetti, tuttavia l’analisi storica, per comprendere il fenomeno, deve necessariamente ricercare in un contesto più ampio.

IL CONTESTO STORICO E LA FORMAZIONE DI ADRIANO

L’ing. Camillo Olivetti, fondatore della “Olivetti e C.”, lasciò le sue attività ai suoi sei figli. Credo, quindi, sia  corretto considerare la Olivetti nel suo insieme e con la dovuta misura, il suo uomo di punta, il suo amministratore delegato Adriano Olivetti che, grazie alle audaci e innovative scelte di politica industriale, condusse la Olivetti ad essere la prima del mondo nel suo settore.

A destinare Adriano alla guida della fabbrica fu suo padre, che lo fece entrare nelle officine fin da giovane. Fu una scelta saggia e lungimirante, che determinò il futuro dell’azienda. Uomo dalla vivace intelligenza, dalle argute intuizioni, con una vasta conoscenza tecnica viveva, inoltre, e questa fu la sua vera forza, una condizione di intima libertà e di profonda razionalità, che gli permettevano una mentalità aperta, mai offuscata da tabù o ideologie. Queste caratteristiche sono ampiamente e chiaramente messe in luce dal suo modo di vivere anche le sue vicende più intimamente personali. Il suo approccio con i problemi della fabbrica fu umanistico, nel senso pieno del termine, l’uomo fu sempre al centro delle sue ricerche e delle conseguenti soluzioni alle difficoltà nel loro continuo presentarsi.

Per volere del padre, nel 1925 soggiornò per diversi mesi negli Stati Uniti ed ebbe modo di osservare e studiare le applicazioni del taylorismo nelle fabbriche Ford, dove si trasformò in fordismo. Vale a dire la suddivisione del lavoro in fasi di uguale tempo già prestabilite dai cronometristi, che permettevano di organizzare la catena di montaggio (taylorismo). Grazie a questa organizzazione del lavoro e a forti incentivi monetari per gli operai che riuscivano a mantenere i ritmi di lavoro (fordismo), la Ford vide aumentare a dismisura la produttività delle sue fabbriche con conseguenti profitti alle stelle. In seguito, al cronometrista che stabiliva i tempi e i modi di lavorazione delle singole fasi di lavoro, razionalizzandole al massimo, cioè eliminando tutti i movimenti inutili, nella Olivetti si affiancò “l’allenatore”. Ovvero un operaio, che dopo essersi allenato per un tempo da lui stesso ritenuto necessario, riusciva ad eseguire quel lavoro nel tempo stabilito, dimostrandone la fattibilità. Al suo ritorno ad Ivrea, alla luce delle innovazioni proposte, la Olivetti avviò il progetto per produrre una nuova macchina da scrivere portatile. Nel 1932 fu avviata la produzione della MP1, che ebbe un immediato successo.

Nel 1936 l’assemblea degli azionisti (famiglia Olivetti) nominò Adriano Direttore Generale ed ebbe campo libero di espandere ulteriormente le sue idee. Durante il soggiorno negli Stati Uniti ebbe modo di conoscere  il “movimento per le relazioni umane” ed i relativi studi di Elton Mayo condotti nelle officine della Western Electric Company, che in seguito studiò a fondo. Conosceva, quindi, i danni provocati agli operai da un taylorismo spinto ed i limiti del fordismo. Era consapevole che i benefici apportati all’impresa da quel tipo di organizzazione del lavoro, erano direttamente proporzionali all’aumento del disagio e delle difficoltà provocate ai lavoratori e che nel tempo sarebbero stati annullati dalla disaffezione al lavoro, dall’assenteismo provocato da disturbi psichiatrici e da scioperi per migliorare le condizioni e la vivibilità della fabbrica. Elton Mayo ed altri studiosi suggerivano di migliorare le condizioni di lavoro in fabbrica concedendo pause, di rendere l’ambiente arioso e illuminato, di riconsiderare le fasi di lavorazione estremamente parcellizzate e così via. L’attenzione, comunque, era rivolta alla fabbrica, ma Adriano, andò molto oltre.

L’INNOVAZIONE DI ADRIANO OLIVETTI: L’UOMO AL CENTRO DELLA FABBRICA E DELLA PRODUZIONE

Gli studiosi di economia industriale avevano da tempo individuato il valore aggiunto come elemento determinante del profitto. E’ il lavoro manuale degli operai (che non hanno costi di ammortamento) ad aggiungere valore al prodotto, mentre le macchine e gli impianti, pur certamente necessari, per i loro costi di ammortamento aggiungono meno ricchezza al prodotto finito. E’ sugli operai, quindi, a doversi accentrare l’attenzione, è il loro lavoro il punto nodale della fabbrica. Nel dopoguerra, chiamato alla guida della Olivetti, Adriano dispiegò tutto il suo genio impregnato di cultura umanistica che lo portò a realizzare la fabbrica a misura dell’uomo. Egli capì, la sua visione fu chiara: non più la fabbrica al centro dell’attenzione, ma l’uomo con le sue aspettative ed i suoi problemi anche esterni alla fabbrica. Questo concetto era ed è ancora oggi, semplicemente rivoluzionario.

Gli effetti pratici, sul piano delle tutele sociali, furono significativi. Venne diminuito l’orario di lavoro settimanale  portandolo a 45 ore ripartite in cinque giorni con sabato festivo a parità di salario. Le ferie annuali furono di tre settimane ed aumentavano con l’anzianità di lavoro di vari scaglioni. Si potevano usufruire ulteriori dieci giorni di permesso retribuito in caso di bisogno di cure termali. I salari furono aumentati, risultando superiori di circa un terzo a tutte le altre industrie italiane. Fu istituito, inoltre, un premio di produzione annuale legato alla produttività ed elargito a luglio, in occasione delle ferie annuali collettive (questo istituto salariale fu previsto nella sola Olivetti per anni).

Fu costituito un fondo per la costruzione di case da assegnare ai dipendenti, mentre a chi fosse socio di cooperative edilizie o avesse la opportunità di comprarla dove meglio credesse, venivano concessi prestiti senza interessi. Ulteriori prestiti a tasso agevolato venivano concessi a coloro che ne avessero bisogno per spese eccezionali (spese matrimoniali, rinnovamento arredi o altro del genere). Le neo mamme, invece dei due mesi di aspettativa  previsti dalla legge, ne avevano nove, ampiamente sufficienti allo svezzamento. Subito dopo i bambini venivano accolti negli asili nido e poi ancora nelle scuole materne ed elementari. Tutte le strutture furono costruite dalla Olivetti in spazi nell’ambito della fabbrica o dei rioni limitrofi e funzionavano a tempo pieno, con la stesso orario della fabbrica e con uno stacco per la mensa. La Olivetti anticipò di oltre trenta anni la legge 148/90 Istitutiva del tempo pieno nelle scuole elementari d’Italia. Il parlamento ed il governo italiani assunsero a piene mani le esperienze del Canavese per organizzarle.

Nella Olivetti la cultura era privilegiata, i lavoratori disponevano di sale di lettura e l’accesso a fornitissime biblioteche (compresa una vasta letteratura marxista). In tutte le fabbriche Olivetti funzionavano le infermerie con uno staff medico ed infermieristico sempre presente, osservando lo stesso orario dei lavoratori. In qualsiasi momento, ogni dipendente ne poteva usufruire con permessi retribuiti, ma non era un pronto soccorso. Durante la settimana, alternandosi, specialisti visitavano i dipendenti ed i loro familiari e se purtroppo si presentava il caso, venivano ricoverati in cliniche specialistiche convenzionate con la Olivetti o in strutture pubbliche specializzate per quel tipo di male. Naturalmente erano previste anche tutte le analisi occorrenti. Questo tipo di organizzazione, che si chiama “day hospital” (ricovero diurno) arrivava in Italia con la legge 595 del 1985.

Dopo secoli, finalmente lavoratori e le loro famiglie potevano affrontare le avversità della vita con uno spirito sereno, non avrebbero più dovuto impegnare o vendere i gioielli gelosamente conservati proprio per le gravi evenienze, era già tutto pagato in cambio e grazie al loro lavoro. Scoprirono che potevano mangiare carne anche in altri giorni oltre la domenica, potevano comprare vestiti nuovi e i loro figli se avessero voluto, avrebbero certamente frequentata l’università. Tutto questo con la certezza di non essere mai licenziati, se non per andare in pensione che, tra l’altro, sarebbe stata migliore di altri lavoratori.

Nel 1952-53 Olivetti ebbe una crisi di sovra produzione per gli effetti della nuova organizzazione del lavoro, ma invece di pensare a riduzioni di personale, come ogni “bravo” imprenditore dell’epoca e non solo, avrebbe fatto, ampliò la divisione commerciale assumendo migliaia di giovani che opportunamente addestrati, smaltirono con ulteriori forti vendite tutti i magazzini in pochi mesi.

LE SFIDE DI ADRIANO OLIVETTI: MERIDIONE E RICERCA. NASCE LO STABILIMENTO DI POZZUOLI

Adriano Olivetti era anche uno studioso, portato ad una naturale ricerca di conoscenze e a costanti speculazioni filosofiche e politiche, che lo condussero a concepire innovazioni sociali futuribili. Lui sentì la responsabilità dell’industria nei confronti del territorio e dei suoi abitanti in termini locali, ma anche nazionali. Oltre, quindi, ad organizzare comunità agricole nel  Canavese per migliorare la vita anche ai contadini, che certamente non potevano essere tutti assunti nella Olivetti, da grande italiano, fece suo il secolare problema della disoccupazione nel meridione. Negli anni cinquanta, sotto la guida di Adriano, l’Olivetti affrontò e vinse due titaniche sfide: la realizzazione di uno stabilimento al sud e la creazione della Divisione Elettronica Olivetti.

Progettato dall’architetto ing. Luigi Cosenza, ma su scelte urbanistiche indicate dello stesso Adriano, sul golfo più singolare del mondo, a Pozzuoli venne edificato il più bel complesso industriale d’Italia. Insieme vennero costruite case per  lavoratori e strutture sociali come ad Ivrea. Interamente finanziato dal capitale privato della famiglia Olivetti, ne divenne il simbolo di impegno sociale per la rinascita del sud. Venne formalmente inaugurato il 23 aprile 55, Adriano Olivetti tenne uno dei più belli e sentiti discorsi della sua vita affermando tra l’altro “La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza”. Andò subito a regime ed in pochi anni il capitale investito, iscritto a bilancio nei beni patrimoniali, si decuplicò. Nel mondo non si hanno ancora notizie di un investimento tanto redditizio. Altro che la stupida immagine di azionisti senza dividendo presentata nell’ultima fiction Rai su Adriano Olivetti! Smentendo con i fatti ogni luogo comune ed ogni sfiducia sulle capacità e sulla voglia di lavorare dei sudisti, gli operai di Pozzuoli aggiunsero alla già alta produttività di tutti gli stabilimenti Olivetti in Italia un grande più 35%. La risposta alla sicurezza del posto di lavoro, ai benefici ricevuti, alla rinnovata speranza di un futuro luminoso per i propri figli, fu solo stupefacente, superò tutte le più ottimistiche previsioni. Anche i dirigenti più titubanti e pessimisti dovettero ricredersi e la Olivetti programmò ulteriori investimenti in Campania (fabbrica a Marcianise) ed in tutto il meridione aprendo decine di filiali commerciali e centri di assistenza tecnica, creando migliaia di nuovi posti di lavoro. La convinta e felice scelta di Adriano Olivetti di investire pesantemente nel sud, sicuro del grande risultato economico, che poi ci sarebbe stato,  qualifica l’industriale “il migliore che l’Italia abbia avuto” (cit. Nerio Nesi).

IL RAPPORTO CON LA POLITICA

L’impegno sociale per lo sviluppo del territorio, aveva inevitabilmente trascinato  Adriano Olivetti nel campo minato della politica e lui non si tirò indietro. Aveva maturata una visione urbanistica ben chiara e coerentemente, come era nel suo carattere affrontò la sfida,  accettò la candidatura alle elezioni comunali di Ivrea e ne divenne sindaco. Si rese subito conto che la sistemazione economica, sociale ed urbanistica di una città, non può essere avulsa dal territorio, ma per coinvolgere altri enti, occorreva un potere politico più ampio, che in quel momento solo le forze politiche nazionali potevano disporre.

Nel corso della legislatura seguita alle elezioni politiche del 1953, era stata abolita la legge che prevedeva un premio di maggioranza alla lista o alla coalizione che avesse superato il 50% dei voti. Il ritorno ad un sistema elettorale pienamente proporzionale avrebbe indotto i partiti a presentarsi da soli e non più in coalizione, allo scopo di ottenere il massimo consenso elettorale ed avere poi maggiore influenza nella formazione del governo e del suo programma. Adriano intuì cosa sarebbe successo ed immaginò il potere politico che avrebbe avuto una forza socialista unita e con le idee chiare nel contesto parlamentare e senza indugi, cercò un dialogo con i leader dei due partiti socialisti, ma le sue proposte vennero respinte da un Nenni ancora fortemente condizionato da un massimalismo ideologico (dichiarò, ma poi chiese scusa, che gli industriali, ovvero i capitalisti erano tutti uguali)  e da un Saragat timoroso di ritrovarsi alleato con i comunisti. Per questa storia si parla di cocente sconfitta, dovuta ad una sorta di eccessiva presunzione di Adriano. Io parlerei, invece, di vittoria postuma. Visto che dopo aver stupidamente provocato molti danni a loro stessi ed all’Italia con la proterva divisione dei socialisti, qualche anno dopo fu attuato esattamente ciò che Adriano aveva proposto. Posto davanti alla scelta di non fare niente e quindi di essere già sconfitto o tentare di costruire una nuova forza politica con le stesse finalità, non si arrese e scelse la seconda ipotesi.

Ma per avere successo in politica non basta prevedere il futuro ed essere nel giusto, occorre saper coniugare nel tempo tante altre variabili. Eletto da solo in parlamento, si limitò ad appoggiare il nascente governo Fanfani e a proporre una modifica alla legge che regolava i piani di fabbricazione cittadini. Lasciò il seggio al suo stretto collaboratore Franco Ferrarotti il 12/11/59, per riprendere di nuovo la guida dalla Olivetti.

UN CRIMINE CONTRO GLI ITALIANI: LA SVENDITA DELLA DIVISIONE ELETTRONICA OLIVETTI

L’impegno nell’elettronica della Olivetti nasce da lontano, trovando la spinta adeguata nelle capacità non comuni di Adriano Olivetti di comprendere le novità scientifiche e vedere le loro applicazioni nel futuro. La sua razionale intelligenza, il sapere operare connessioni tra i vari aspetti di ogni problema e di trovarne le soluzioni adoperando i diversi saperi, lo indussero ad investire nella creazione di laboratori di ricerca e di comparteciparne altri. Trovò in suo fratello Dino, alla guida delle iniziative negli Stati Uniti e in suo figlio Roberto in Italia due efficientissimi  collaboratori. Alle conoscenze tecnico scientifiche, aggiungevano buone capacità manageriali. Iniziando dalla consulenza di Enrico Fermi, si avvalsero dei migliori giovani scienziati e tecnici italiani, ma anche esteri. A cominciare dall’italo cinese Mario Tchov, che nonostante la sua giovane età (1924-61), era ritenuto un mostro di sapere nel campo elettronico. Fu  posto a coordinare sia le ricerche che le relative realizzazioni e i risultati non tardarono a venire.

Nel 1959 la Olivetti, che in questa fase potremmo benissimo definire l’industria dei primati, presentò al mondo il primo cervello elettronico l’ ELEA, da Elaboratore Elettronico Aritmetico, ma anche in omaggio alla scuola filosofica della città di Elea, dove, quasi 2500 anni fa, Parmenide e Zenone eccelsero nella logica. L’enorme successo di questo primo cervello elettronico interamente transistorizzato, indusse Adriano ad organizzare la Divisione Elettronica Olivetti destinata ad inglobare tutti i centri di ricerca e le officine ad alcuni di essi collegate, ubicati in varie località italiane ed estere. Operante già dal 1958, la costruzione che ospitava il Laboratorio Ricerche Elettroniche a Borgo Lombardo, ospitò la nuova attività che nel 1962 raggiunse le 2000 unità, rendendo necessario il trasferimento del Laboratorio a Pregnana Milanese. Al top del successo, lasciando sgomenti quanti lo conobbero, Adriano Olivetti ci lasciava il 27 febbraio del 1960, ma la sua opera continuò, portata avanti da uno staff infinito di bravissimi scienziati, tecnici, manager e migliaia di lavoratori. L’Italia, grazie alla Olivetti con Adriano alla guida, aveva superato tutte le altre nazioni del mondo. Si prospettava per il futuro dell’Italia qualcosa di eccezionale. Le potenzialità dell’elettronica e delle sue applicazioni avrebbero creato centinaia di migliaia di posti di lavoro, così come poi è successo, ma non è stata la Olivetti a gestirle, ne tanto meno l’Italia ad usufruirne. Forze economiche e politiche, per niente oscure, tramarono e nel 1964 attuarono i piani previsti in tutta la loro brutalità.

Già nel 1960 le banche creditrici della Olivetti avevano cercato di provocarne la crisi, ma la tempestiva entrata in borsa sventò il piano. Nel 1965 la Olivetti distribuì un dividendo relativo al bilancio al 31/12/64. Era stato possibile anche grazie al fatto che la Underwood, acquisita alla Olivetti nel ’59 e che nei primi anni aveva solo assorbito risorse finanziarie, quell’anno aveva raggiunto un attivo di bilancio. Attraverso la controllata Underwood, inoltre, le vendite dei prodotti Olivetti in America passarono da un ristretto 1,7% al 21,5% del venduto. La Olivetti stava benissimo, ma inspiegabilmente nel corso del 1963 ed ancora di più ai primi del ’64, le azioni della società, come se fossero completamente distaccate dalla realtà industriale, subirono forti perdite. Un attacco speculativo forsennato le aveva portate da L. 11.000 del ’62 a 2.500 del ’63 ed a solo 1.500 a marzo del ’64. Alla famiglia Olivetti, che deteneva il 72% del pacchetto azionario, crollarono i nervi.

In effetti la società Olivetti non aveva neanche una lira di debiti, era la famiglia Olivetti (mi sfugge se tutti i membri o quanti di essi) ad aver contratto debiti con le banche per sostenere gli aumenti di capitale. E fatto che risultò gravissimo, avevano offerto in garanzie le vecchie azioni, che ora le banche potevano trattenere a compenso dei crediti, che minacciavano di essere dichiarati insoluti da loro stesse.

La storia ci racconta che per ripianare i debiti, la famiglia Olivetti fu costretta a cedere il 50% delle proprie azioni, equivalenti al 36% del totale,  ad un gruppo di intervento composto da: FIAT, La Centrale e Pirelli con una partecipazione del 6% ciascuna (privati) e da Mediobanca ed IMI ognuno con il 9%, istituti bancari entrambi controllati dallo stato. Con il controllo del 6% delle azioni la FIAT pretese ed ottenne di nominare rispettivamente presidente e amministratore delegato due suoi uomini: Bruno Visentini che da vice presidente dell’IRI però, formalmente rappresentava il capitale pubblico e Aurelio Peccei dirigente integrato della FIAT, con il preciso mandato di Valletta a cedere a chi la chiedesse la Divisione Elettronica Olivetti. Il 31 agosto del ‘64 ne fu annunciata la svendita alla General Electric.

Un brutale crimine contro gli italiani venne consumato, nessuno udì, vide o parlò. L’esecutore fu l’ efferato campione delle più becere forze economiche, la FIAT. I mandanti furono la Confindustria condotta e regolamentata ancora con metodi fascisti ed uno Stato ossequioso e servile verso i suoi protettori o presunti tali, governanti gli USA. In ricordo del ruolo sostenuto dall’amministratore delegato della FIAT Valletta, riportiamo una sua dichiarazione ufficiale: “la società di Ivrea è strutturalmente solida e potrà superare senza difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. I non vedenti furono il P.C.I. che di fronte al grave evento dimostrò una strategia politica assolutamente inadeguata o persino inesistente. Gli altri partiti di sinistra e tutti i sindacati misero in luce la loro pochezza.

Il silenzio del governo fu assordante, ma dobbiamo anche rilevare che rispetto alla situazione politica, il tempismo degli organizzatori fu perfetto e desta il sospetto della partecipazione al piano di altri potenti complici.

Il secondo governo Moro, che sperimentava il centro sinistra organico dal 4 dicembre ’63 fu sfiduciato il 22 giugno ’64, ma il presidente Segni diede a Moro un nuovo incarico. Nei mesi che seguirono l’Italia camminò sul ciglio di un burrone, il disastro fu evitato solo all’ultimo minuto. Il comandante dei carabinieri generale De Lorenzo, conclusa la preparazione, stava per attuare un colpo di stato (il cosiddetto “Piano solo”) che avrebbe sicuramente fatto precipitare la nostra nazione in una sanguinosa guerra civile. Il 15 luglio, pochi giorni dopo una ennesima rottura della trattativa per la formazione del governo, il presidente Segni convocò il generale al Quirinale. Tutti i partiti interpretarono questo evento come un segnale estremamente pericoloso, seguirono giorni convulsi. Nenni accettò di bloccare ogni condizione e di sciogliere ogni dubbio, permettendo a Moro di presentarsi al  Parlamento per ottenere la fiducia del suo nuovo governo nei primi giorni di agosto. Ma due importantissimi e storici politici italiani, rimasero sul campo. Il 7 agosto il presidente Segni fu colpito da un ictus cerebrale, rimase tra la vita e la morte per alcune settimane e pur cavandosela, fu costretto alle dimissioni nel dicembre dello stesso anno. Dopo otto giorni dal primo attacco, colpito da emorragia cerebrale, il 21 agosto moriva il segretario del P.C.I. Palmiro Togliatti. Si trovava ad Yalta in Crimea, per un breve soggiorno,  su invito del sindaco di quella città (?).

Nell’ombra di questo drammatico contesto si consumò il furto del futuro alla Olivetti ed all’Italia.

GLI EFFETTI DEL PENSIERO DI ADRIANO OLIVETTI NELLE RELAZIONI SINDACALI

Un aspetto poco conosciuto e studiato è l’influenza del pensiero di Adriano Olivetti nelle relazioni e nei comportamenti sindacali dopo la sua dipartita. Cercherò di risaltarlo alla luce della fonte diretta delle mie esperienze e consapevole che il richiamo ai ricordi inevitabilmente comporterà passione, sentimenti e nostalgia, farò ogni sforzo perché non scadano nel soggettivismo.

Fui assunto alla Olivetti di Pozzuoli il 24 luglio 1961, avevo diciotto anni. Il mio carattere aperto ed esuberante mi portò a fare ampie conoscenze, divenni presto attivista sindacale e presi la tessera del P.C.I..

Alla fine del ’67 fui eletto in Commissione Interna nella lista della F.I.O.M. – C.G.I.L., risultando uno dei più giovani d’Italia. L’ultima  Commissione Interna (Organo di rappresentanza dei lavoratori poi sostituito dai Consigli di Fabbrica e oggi dalle Rsu) dell’Olivetti di Pozzuoli fu formata da due componenti F.I.O.M., due della F.I.M. C.I.S.L., uno C.I.S.N.A.L. e ben quattro di Autonomia Aziendale. Questo sindacato esisteva solo nella Olivetti, era antistorico e senza alcun spazio politico, tuttavia persisteva.

Il sindacato italiano non è mai stato pienamente autonomo, gli stessi Giuseppe Di Vittorio, Achille Grandi e Bruno Buozzi erano in rappresentanza rispettivamente del Partito Comunista, della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista, ma furono grandi perché riuscirono a formare il primo SINDACATO UNITARIO della storia italiana. Purtroppo durò solo pochi anni, per diversi, ma concordanti interessi politici, invece di uno, ne divennero tre, contro gli interessi degli stessi lavoratori che ipocritamente affermavano di rappresentare. Gli industriali non furono da meno e negli anni ’50 divenne quasi di moda organizzare gruppi aziendali, dispregiativamente chiamati sindacati gialli. Nel gennaio del ’52 Franco Ferrarotti, per volere di Adriano Olivetti, elaborò lo statuto di un nuovo sindacato chiamato Comunità di Fabbrica, in appoggio alla creazione di una società basata sulle comunità di lavoratori, pensata dallo stesso Adriano. In coerenza con il pensiero del suo ideatore, nel ’59, esaurito il ruolo per cui era stata creata, si chiamò Autonomia Aziendale, nella prospettiva di confluire nella U.I.L.. Dopo la scomparsa del suo fondatore, anche se era venuta a mancare ogni motivazione politica che ne giustificasse il perdurare, le “trattative” tra AUTONOMIA AZIENDALE e la U.I.L., continuarono per anni.

LA MIA TESTIMONIAZA DIRETTA

La Commissione Interna di Pozzuoli, prima di recarsi dal responsabile aziendale alle relazioni sindacali per qualsiasi motivo, usava concordare sia i contenuti che i relatori degli interventi. Immancabilmente la Direzione Aziendale conosceva ogni nostra intenzione. Tra me ed uno dei commissari della C.I.S.L., Antimo Barletta, intanto, la prima simpatia si era trasformata in profonda amicizia viva ancora oggi. Prendemmo a concordare solo tra noi due le rivendicazioni da porre, senza portarle in commissione e spiazzando puntualmente Fulvio Palombino, capo di AUTONOMIA AZINEDALE di Pozzuoli, che un giorno finì per andare in crisi isterica tentando di aggredire Barletta. Naturalmente non era quell’uomo a rappresentare il pensiero di Adriano, che disponeva di ben altre aperture mentali nei confronti dei sindacati, anche se avversari politici.

Le lotte unitarie del famoso autunno caldo intraprese nel 1969 avevano reso possibile l’unità sindacale e si discuteva il modo e i tempi per arrivarci. Si era anche deciso di bloccare i rinnovi della Commissione Interna in attesa di concordare il sistema per eleggere i Consigli di Fabbrica, i nuovi organismi sindacali aziendali. Profondo assertore dell’unità sindacale, elaborai un’idea che poteva permetterci di anticipare l’evento a Pozzuoli e la sottoposi al Barletta, che fu subito entusiasticamente d’accordo. Determinante per la sua realizzazione, fu anche il coinvolgimento di Lorenzo Caso, componente di Autonomia Aziendale nella Commissione Interna, nonché aspirante sindacalista della U.I.L.M.. la proposta era semplicissima: avremmo chiesto ai lavoratori di sottoscrivere la delega contemporaneamente a tutti e tre sindacati e imposto all’azienda di accreditare un terzo dei contributi volontari degli iscritti ad ognuno di essi. Anche se quest’onere contabile era previsto dal nuovo contratto di lavoro, temevamo di incontrare difficoltà da parte aziendale. Prima di rendere ufficiale la proposta, io e Barletta andammo a sondare la Direzione Aziendale. Ci fu solo una piccola obiezione: che fine avrebbe fatto il sindacato Autonomia Aziendale? La risposta fu semplice: se lo avesse voluto, avrebbe raccolto le sue deleghe. Dopo qualche giorno l’azienda ci comunicò che avrebbe accettato la nostra proposta. Nel giorno previsto decine di attivisti sindacali raccolsero centinaia di adesioni al sindacato. Tutti insieme, senza divisioni, e dunque più forti. Fu una festa, primi in Italia, oltre mille tra operai ed impiegati, su circa milletrecento, furono contenti di appartenere al nuovo Sindacato Unito. Autonomia Aziendale, di fatto confluita nella U.I.L.M., scomparve. Qualche mese dopo i centododici iscritti alla CISNAL (il sindacato di destra riconducibile al Movimento Sociale Italiano) furono ridotti ad un più ragionevole numero di trentotto.

L’ORGANIZZAZIONE DI LAVORO IN FABBRICA

Alcuni reparti dell’officina dello stabilimento di Pozzuoli avevano un’organizzazione del lavoro massacrante. La fase di lavoro alle presse ad esempio era questa: si prendeva un piccolo lamierino con la mano sinistra e lo si passava in una pinza tenuta nella destra, quindi lo si posizionava  in uno stampo, si premeva un pedale che lo faceva abbassare e riduceva, piegava o bucava il lamierino come occorreva. Le ribaditrici e la sinterizzazione avevano fasi di lavoro dello stesso tipo. Tenendo conto che i pezzi che occorrevano per costruire una calcolatrice erano quelli e non altri, c’era poco da discutere. Ma proviamo a domandarci: l’operaio addetto poteva essere impegnato solo con quei movimenti? Certamente no, altri operai lavoravano su quella macchina attrezzandola con gli stampi richiesti. Il Consiglio di Fabbrica studiò il problema e giunse a risultati inaspettati. Chiedemmo all’azienda di organizzare un corso per attrezzatori a tutti gli operai dei reparti interessati, in modo fossero loro stessi ad attrezzarsi la macchina, dopo aver lavorato sul numero di pezzi richiesti. Gli operai guadagnarono di più in seguito all’ottenuta qualifica superiore, l’azienda evitò di avere macchine ferme e quindi, meno capitali che non producevano. Ancora una volta verificammo che mettendo l’uomo al centro di ogni ragionamento, in fabbrica le cose andavano meglio per tutti, proprio come pensava Adriano Olivetti, ormai scomparso da qualche anno.

L’OPPOSIZIONE AL TRASFERIMENTO DEI LAVORATORI DA POZZUOLI A MARCIANISE

Dopo la nomina di Beltrami ad Amministratore delegato nella Olivetti (dal 1971 al 1978) furono adottate diverse misure in vista del miglioramento economico e finanziario dell’azienda. Pochi anni dopo, una di queste a noi di Pozzuoli non ci andava per niente: si trattava di andare tutti a Marcianise, con le inevitabili ricadute negative per il territorio. Fin dai primi sentori, più che notizie, il Consiglio di Fabbrica si mobilitò chiedendo smentite che non arrivarono al Coordinamento Nazionale Sindacale Olivetti ed alla F.L.M. (Federazione Lavoratori Metalmeccanici, il nuovo sindacato unitario che sostituì per circa un decennio a livello nazionale Fiom Fim e Uilm) provinciale e nazionale. Su mia richiesta Piero Fassino (negli anni a seguire dirigente politico nazionale e ora Sindaco di Torino), che ne era il responsabile, convocò il coordinamento dei comunisti della Olivetti per assumere posizione sul caso. Tutte le proposte di mobilitazione sindacale e politiche vennero ostacolate, anche se nessuno ebbe il coraggio di dire che ormai era già tutto deciso. Il Consiglio di Fabbrica, dopo una appassionata e lunga riflessione, decise di mobilitare i lavoratori, consapevole che la lotta sarebbe stata durissima. Su ogni iniziativa, ad ogni incontro affiggevamo comunicati alle maestranze direttamente nei reparti ed ogni volta suscitavano sentite discussioni. I comunicati si intensificarono, almeno uno al giorno. Quando non avevamo nulla da dire facevamo minacce di sciopero e proclami, ma senza mai agire ed alla fine gruppi di operai presero a criticarci, prima con calma, poi sempre più sdegnati. La Direzione Aziendale, intanto, proseguiva a trasferire a Marcianise coloro che individualmente erano d’accordo, affermando che si sarebbe limitata solo a costoro. L’esecutivo del Consiglio di Fabbrica chiese ai delegati di reparto di fare opera di persuasione contro e sorse il caso.

La lotta contro la delocalizzazione a Marcianise trovò infatti la svolta quando un operaio, dopo aver accettato il trasferimento, ci ripensò. L’azienda fu costretta a scoprire le sue carte, comunicò all’interessato che l’indomani non avrebbe trovato il cartellino per marcare la sua presenza a Pozzuoli. Il nostro comunicato di risposta assomigliava ad una dichiarazione di guerra, diversi reparti volevano già scioperare, ma mancavano pochi minuti alla chiusura della giornata di lavoro.

Il mattino seguente iniziò con la nostra determinata minaccia al capo dei vigilanti che tentò di impedire all’operaio di entrare in fabbrica: dopo avergli rotto la testa, avremmo chiamato i carabinieri perché il suo compito era di vigilare sul patrimonio e non di interferire nelle azioni sindacali. Arrivati nel reparto, il capo ci confermò che aveva disposizioni di non assegnare alcun lavoro all’operaio interessato. Dichiarammo immediatamente lo sciopero iniziando da quel reparto e dopo avere attraversato ogni angolo della fabbrica, ci ritrovammo tutti nella mensa in assemblea. Alla fine di un breve, ma infuocato discorso, invitammo i lavoratori a seguire i componenti del Consiglio di Fabbrica in direzione per affermare tutti quanti insieme che i trasferimenti non sarebbero stati accettati. Seguirono alcune ore di elevatissima tensione con diversi danni ai locali della direzione, poi invitammo i lavoratori di nuovo in assemblea e ci seguirono. Mancavano circa venti minuti all’orario di mensa, ma indicammo di riprendere il lavoro in modo da far comprendere che non si era trattato di isterismo, ma di fredda e determinata volontà. L’esecutivo si sarebbe di nuovo recato in direzione per sapere se si fossero convinti, in caso contrario avremmo deciso nuove azioni di protesta. La Direzione Aziendale ci aspettava, ce ne dissero di tutto e di più, minacciando denunce penali e licenziamenti per i danni provocati, e ci accusarono di favorire infiltrazioni di brigatisti nel nostro ambiente. La nostra risposta fu ferma. Non c’era terreno per infiltrazioni di brigatisti perché li avremmo ben superati nell’azione, e intanto ci assumemmo ogni responsabilità: se c’era qualche licenziamento da fare, avrebbero dovuto cominciare con tutti i delegati del Consiglio di Fabbrica. Ricordammo ai dirigenti aziendali che i lavoratori in quel momento stavano tranquillamente lavorando e che non volevano fare altro, erano furiosi e indignati perché a suo tempo avevano creduto nelle parole di un uomo, che in quel momento veniva tradito proprio da loro. Le nostre ragioni furono rafforzate proprio dal significato che Adriano Olivetti aveva dato alla fabbrica di Pozzuoli. Ritenendo chiusa ogni discussione, lasciammo la direzione annunciando che ci saremmo recati nel reparto per verificare che fine avesse fatto l’operaio, che non doveva essere trasferito. Se non lo avessimo trovato al suo posto avremmo ripreso lo sciopero. All’ingresso ci aspettava il delegato sindacale di reparto. Molto emozionato ci informò che da pochi minuti il capo aveva chiamato l’operaio in questione e lo aveva reinserito al suo posto di lavoro.

Alla Olivetti di Pozzuoli fu assegnata la produzione dei registratori di cassa e il trasferimento della fabbrica fu ritardato per molti anni. Fino agli anni ’90, ma questa è un’altra storia. Le maestranze puteolane conseguirono quel giorno una grandiosa vittoria politica, per l’occupazione e lo sviluppo del territorio, ma ancora oggi sono convinto che, anche se presente solo con il pensiero, grande merito debba essere assegnato al nostro poderoso alleato Adriano Olivetti.

Scritto da Gennaro Chiocca