Europa, la mappa degli indipendentismi/ Irlanda e Scozia: crisi irrisolte per la Gran Bretagna

Prosegue l’analisi della “mappa degli indipendentismi” europei, che nella prima puntata di questa rubrica ha approfondito la situazione catalana. In linea con un lavoro di ricerca che si pone allo stesso tempo come prontuario storico e critica politica, l’articolo in oggetto verterà sulla questione britannica in relazione ai rapporti con l’Irlanda e la Scozia.

IRLANDA, LE ORIGINI STORICHE – L’isola di smeraldo è stata la culla del socialismo gaelico, al cui interno convivevano intrecciandosi istanze di classe e caratteri fortemente indipendentisti: è doveroso, pertanto, citare James Connolly come il personaggio che più di tutti animò il movimento socialista irlandese. Marxista convinto e responsabile della propaganda delle idee socialiste nell’isola, riuscì solo in parte a diffondere il socialismo come sinonimo di libertà e giustizia: a lui risale la fondazione dell’Irish Socialist Republican Party (ISRP), un partito che si pose l’obiettivo della emancipazione dalla dominazione britannica congiuntamente alla liberazione dall’oppressione di classe.

Come detto precedentemente, i due temi si intrecciavano costantemente in Connolly che, richiamando un passato “mitico” facente riferimento alla cultura gaelica, vedeva nel potere britannico un colonizzatore non solamente economico e militare, ma anche culturale.

Il cosiddetto “Rinascimento gaelico”, nacque dunque dalla riscoperta delle tradizioni letterarie, culturali e linguistiche dell’isola, messe a repentaglio da leggi che ne proibivano la diffusione all’interno delle scuole e dalle condizioni socio-economiche che costringevano molti all’emigrazione. La tentazione di “accontentarsi” della sola indipendenza nazionale spinse Connolly alla lotta contro le ali del partito che avrebbero sacrificato gli ideali socialisti in nome di uno sterile nazionalismo che non avrebbe portato un miglioramento reale del benessere dell’isola: la frattura portò gli indipendentisti ad appurare la necessità di dare vita ad un soggetto più radicale, il Sinn Féin, che avrebbe dominato a fasi alterne la scena politica fino ai nostri giorni. La maggiore accusa mossa da Connolly verso il Sinn Féin riguardò il suo carattere settario: mentre il fervente marxista ribadiva l’importanza dell’unità della classe operaia all’interno di un processo rivoluzionario, il nuovo partito escludeva radicalmente la parte cristiana protestante del Nord.

Negli stessi anni, ad inizio ‘900, Connolly lavorò alla creazione di una nuova organizzazione sindacale (Irish Transport and General Workers’ Union, ITGWU) che, tramite il ricorso sistematico allo sciopero ed al boicottaggio, creò una forte solidarietà trasversale all’interno del movimento operaio, capace di superare le fratture religiose: nel 1913 si arrivò così allo scontro tra lavoratori ed industriali, con questi ultimi che minacciarono di licenziamento tutti coloro facenti parte della sigla sindacale. Proprio in seguito a questa battaglia, conosciuta come la “serrata di Dublino”, nacque l’Irish Citizen Army (ICA) che di lì a qualche anno si trasformò nel più famoso Irish Republican Army (IRA), l’esercito repubblicano.

IL RUOLO DELL’IDENTITA’ CATTOLICA – Risulta importante sottolineare la componente religiosa ed il grado di influenza della Chiesa cattolica sulle coscienze di gran parte degli irlandesi: fu fatto espresso divieto dai vertici di discutere di temi religiosi all’interno delle riunioni tematiche del partito, in modo da relegare la scelta religiosa alla dimensione strettamente personale e, contestualmente, evitare di creare fratture all’interno del movimento operaio rivoluzionario. Tuttavia, nelle contee del Nord (Armagh, Antrim, Derry, Down, Fermanagh e Tyrone), la comunità protestante rivendicava il lealismo nei confronti della corona britannica ed il fattore religioso rappresentava una variabile fondamentale nei rapporti con i britannici.

Connolly, tuttavia, riteneva di poter condurre l’isola di smeraldo verso quell’idea di Repubblica cooperativa che aveva guidato dall’inizio la sua azione politica e realizzare, così, la One Big Union, come lui stesso la definì.

Storicamente, la prima rivendicazione d’indipendenza riconosciuta viene identificata negli eventi accaduti a Parigi, al Congresso dell’Internazionale Socialista del 1900, quando per la prima volta la delegazione irlandese votò come entità separata da quella inglese. Il casus belli si presentò, infine, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando la popolazione irlandese dovette rispondere alla chiamata alle armi da parte di Londra. La rivolta del 23/24 aprile 1916, organizzata nel cuore di Dublino, pur terminando nel sangue con la sconfitta dei rivoluzionari passò alla storia come la Easter Rising (traducibile come “Resurrezione Pasquale”).

IL CONFLITTO DEL 1919 – 1921 E LA NASCITA DELLO STATO LIBERO DI IRLANDA – La autoproclamatosi “Repubblica Irlandese”, pur durando nei fatti meno di una settimana, rimase nell’immaginario collettivo il punto di partenza per un rinnovato sentimento indipendentista che diede linfa alla guerra anglo-irlandese durata dal 1919 al 1921: le trattative seguite alla tregua istituirono lo Stato libero d’Irlanda, del quale le contee protestanti del Nord non faranno parte. Era dal 1172, anno della presa di potere di Enrico II d’Inghilterra, che l’Irlanda gravitava sotto il dominio britannico; dal 1800, invece, tramite l’Union Act, l’Irlanda veniva considerata parte della Gran Bretagna ed i suoi rappresentanti avrebbero fatto parte del parlamento di Westminster.

La guerra anglo-irlandese rappresenta una ferita ancora oggi sanguinante: il conflitto, il cui incipit è generalmente considerato l’uccisione di due uomini della polizia da parte di un reparto di attivisti dell’IRA, divampò principalmente per due motivi: innanzitutto per via dei ripetuti attacchi alle postazioni governative organizzati per reperire armi e denaro; in secondo luogo, a causa della brutale campagna condotta dalle truppe britanniche che, senza apparente motivo ed in via del tutto arbitraria, facevano ampio ricorso ad arresti, distruzioni di beni ed uccisioni di civili provocando così una importante svolta all’interno dell’opinione pubblica irlandese. La violenza quotidiana divenne la normalità e l’estenuante battaglia necessitava di un leader a cui fare riferimento.

La figura di Michael Collins, Ministro delle Finanze irlandese, prese così le luci della ribalta grazie alla vitalità, l’attivismo, la grande intelligenza, le capacità organizzative (rete spionistica, fornitura di denaro ed armi) ed al forte appeal che galvanizzava i combattenti e che la letteratura storica gli attribuisce. Fu probabilmente proprio questa sua leadership a far sì che Éamon de Valera, Primo Ministro e poi Presidente della Repubblica d’Irlanda, gli voltasse le spalle in circostanze poco chiare dopo la firma del Trattato di pace. Di fatti, de Valera delegò Collins stesso per la discussione, la negoziazione e la firma del Trattato con gli inglesi: Collins accettò riluttante e fu incolpato di aver raggiunto un accordo al ribasso che, come detto sopra, istituiva sì lo Stato libero d’Irlanda ma rinunciava almeno momentaneamente al sogno repubblicano (le contee del Nord rimarranno escluse) oltre a definire il Paese con lo status di dominion britannico (che comportava che la nuova assemblea legislativa irlandese avrebbe dovuto giurare fedeltà anche al Re d’Inghilterra), condizione che cessò di esistere solo nel 1937 e che portò all’assunzione del nome gaelico Eire. Il Sinn Féin, dunque, si scisse violentemente; gli oppositori del trattato, riunendosi sotto de Valera (dimessosi dalla sua carica) ed abbandonando il Parlamento, cominciarono una campagna che portò alla guerra civile irlandese (iniziata ufficialmente nell’aprile del ’22) ed all’assassinio di Collins (agosto del ’22). La mancanza di preparazione ed armamenti, fece sì che l’esercito regolare avesse in breve tempo il sopravvento sui ribelli: il cessate il fuoco avvenne ufficialmente nel maggio del ’23.

L’aspetto forse più tragico delle vicende irlandesi fu che vide contrapposti uomini che fino a pochi mesi prima avevano combattuto fianco a fianco per la libertà del loro Paese.

Contestualmente al trattato istitutivo dello Stato libero d’Irlanda, le contee del Nord vennero riunite in un nuovo Stato chiamato, per l’appunto, Irlanda del Nord, con capitale Belfast e sotto il dominio del Regno Unito d’Inghilterra. Le tensioni ed i conflitti interni all’isola di smeraldo tra nazionalisti/repubblicani e unionisti/lealisti riesplosero in una nuova ed ancor più sanguinosa guerra civile durata circa trent’anni, a partire dalla fine degli anni ’60 e fino al c.d. accordo del Venerdì Santo (10 aprile 1998), con il quale si reintrodusse il parlamento nordirlandese e si stabilì che il governo avrebbe rispettato nella sua composizione la rappresentatività di tutti i partiti.

SCOZIA, UN DOMINIO INGLESE MAI DEL TUTTO ACCETTATO – Per ciò che riguarda la Scozia, la sua appartenenza al Regno d’Inghilterra risale agli Union with Scotland Act del 1706 – ratificato dal parlamento inglese – ed Union with England Act del 1707 – ratificato dal parlamento scozzese -: con questi due atti, i due regni che condividevano lo stesso monarca sin dal 1603, anno in cui Giacomo VI di Scozia eredità il trono inglese, furono dichiarati uniti in un unico regno con il nome di Gran Bretagna. L’atto di Unione era tuttavia ben lontano dall’essere generalmente accettato in Scozia, tant’è vero che diverse furono le petizioni inviate al Parlamento scozzese: molteplici furono le guerre che il Regno di Scozia combatté contro il Regno d’Inghilterra tra il XII ed il XIV secolo e diverse sono state anche le battaglie in quegli anni di chi si rifiutava di unirsi al potere avvertito come straniero. La fusione non fu tranquilla né pacifica, e nel 1746, a Culloden, i sostenitori dell’antica casata reale scozzese, quella degli Stuart, combatterono e persero l’ultima battaglia combattuta sul suolo britannico, mettendo fine a ogni prospettiva realista di riottenere l’indipendenza.

GLI ANNI RECENTI – Il terreno di scontro odierno è formato da due campi di battaglia apparentemente diversi ma intimamente intrecciati: se da un lato, Scozia ed Irlanda del Nord richiedono da tempo e con forza una certa autonomia dalle politiche di Londra pur continuando a gravitare nella sua sfera di influenza (la famosa “terza via” indicata da Salmond, oltre ai semplici “sì” e “no” al referendum), dall’altro lato il voto del c.d. Brexit ha riacceso i sopiti sentimenti indipendentisti dei due Paesi. La mappa del voto ha clamorosamente indicato, infatti, come le popolazioni di Scozia e Irlanda del Nord abbiano votato senza troppi indugi per rimanere all’interno dell’Unione Europea, così come Londra e le aree economicamente sviluppate del Paese: oggi, tuttavia, con l’uscita della capitale finanziaria europea dal mercato unico, Theresa May sostiene con determinazione che “Brexit è Brexit”, con tutte le conseguenze che questo comporta.

Nel marzo di quest’anno, la nuova leader del partito scozzese Scottish National Party (SNP), Nicola Sturgeon, ha annunciato un prossimo referendum sull’indipendenza del Paese, da tenersi presumibilmente quando la Gran Bretagna sarà in procinto di completare l’iter di uscita dall’Unione Europea. Questo referendum sarebbe il secondo nel giro di pochi anni (appunto, quello indetto da Salmond e tenutosi nel settembre 2014): se il primo terminò con una vittoria degli unionisti con circa il 55% dei voti, a causa probabilmente del timore che un piccolo Stato non avrebbe sopravvissuto facilmente nel mondo delle relazioni bilaterali, è opinione diffusa che questo nuovo referendum potrebbe rappresentare la fine della Gran Bretagna così come la conosciamo. La Scozia, difatti, è uno dei Paesi che più beneficiano dei fondi comunitari e la paura di ritornare a frontiere e dazi doganali è molto forte: con il fronte indipendentista in netta crescita, la prospettiva di una separazione sembra ogni giorno meno lontana.

Ciononostante, la “nostalgia europea” sembra essere generalmente usata come il pretesto giusto per dare nuova linfa al sentimento indipendentista che, sin dalle leggi di unione di inizio ‘700, permea il popolo scozzese: a conferma di ciò, come più volte si è ripetuto alla luce della vicenda catalana, una separazione dal Regno Unito non permetterebbe alla Scozia l’accesso immediato al mercato europeo ma la vedrebbe costretta a compiere tutto l’iter di ammissione, che prevede l’unanimità del Consiglio europeo, dove siedono i capi di Stato e di Governo dei 27 paesi europei.

Altro problema per il parlamento di Westminster è rappresentato dal caso irlandese: se tramite gli accordi del Venerdì Santo su citati si è raggiunta una certa stabilità, soprattutto dal punto di vista legale, con il Brexit sono riaffiorati quei conflitti latenti all’interno dell’isola. L’accordo prevedeva soprattutto che non vi fosse nessun confine tra le contee del Nord (Ulster) ed il resto d’Irlanda, una conquista che oggi andrebbe persa proprio a causa del Brexit: infatti, con l’uscita del Regno dall’Unione, il confine tra le “due Irlande”, diverrebbe un confine esterno dell’Ue e pertanto il governo irlandese si vedrebbe costretto a controllarlo. È soprattutto questa certezza ad aver riacceso gli animi in Irlanda del Nord, favorendo coloro che propongono una riunificazione dell’isola, tramite un referendum che porti le sei contee dell’Ulster a far parte della Repubblica d’Irlanda, abbandonando Londra e la Regina. È proprio in questo contesto che il partito Sinn Féin ha riacquistato vigore ed elettori, arrivando a proporre tramite la sua nuova leader, Michelle O’Neill, un referendum sulla separazione da Londra e l’adesione alla Repubblica d’Irlanda: secondo la O’Neill, il Brexit sarebbe “un disastro per l’economia e per il popolo”.

CRISI E PROSPETTIVE – In un articolo apparso il primo novembre sulla rivista online “ISPI” (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, N.d.R.), Antonio Villafranca sottolinea puntualmente come le spinte secessionistiche stiano esercitando un ‘fascino senza precedenti’. Il mondo – intendendo così la Comunità Internazionale -, reduce dal secondo dopoguerra, sembrava muoversi verso una sempre più completa integrazione dei Paesi all’interno di un sistema-Globo: la stessa Carta delle Nazioni Unite, l’accordo istitutivo che ne è alla base, delinea questa idea di un mondo fortemente interconnesso a livello politico ed economico, rispettoso della pluralità e dell’eterogeneità ma riunito all’interno di organizzazioni sovra-nazionali che possano lavorare per un bene(ssere) superiore. La stessa Unione Europa, nata dall’intuizione di mettere in comune le materie prime più importanti per l’industria bellica della metà del secolo scorso – vale a dire carbone ed acciaio – si propone oggi come Istituzione comunitaria capace di regolare le vite di circa 750 milioni di cittadini all’interno di un’area comune in cui nulla più dovrebbe essere lasciato ai rapporti di forza bilaterali.

Tuttavia è opinione diffusa che, attraverso la crisi scoppiata a cavallo del biennio 2007-08 ed il peggioramento verticale delle condizioni di vita di gran parte della popolazione mondiale, le Istituzioni sovra-nazionali abbiano agito da freno alla ripresa economica, favorendo così il riemergere di istinti egoistici, protezionisti e populisti. Le spinte secessioniste, frutto di processi storici di lunga data, hanno così trovato terreno fertile dove prosperare.

Ad oggi, sembra chiaro che la fretta di rinnegare l’Unione Europea, il Brexit, si sia rivelato un clamoroso boomerang per gli interessi di Londra che, in breve tempo, ha visto riemergere con tutta la loro forza le istanze referendarie e secessioniste dei popoli irlandese e scozzese.  Di questo passo, senza lo sviluppo di un percorso di dialogo costruttivo, il Regno Unito così come l’abbiamo sempre conosciuto potrebbe ritrovarsi a passare in brevissimo tempo da una “Great Britain” ad una “Little England”.

(NELLA FOTO: UNA SEDE DELLO SINN FEIN A BELFAST – Irlanda del Nord- Aòòìesterno: un murales in onore di Bobby Sands, attivista e poeta irlandese morto in carcere il 5 maggio 1981 dopo uno sciopero della fame a oltranza).

Adriano Ranalli

Scritto da Adriano Ranalli


Classe ’93, residente a Pozzuoli. Amante del confronto dialettico e della buona informazione, è membro de “L’Inziativa” per cui scrive dal novembre 2014. Laureato in Scienze Politiche dell’Europa e Strategie di Sviluppo, studia per lavorare nel campo della diplomazia.