Deficit, debito, futuro: il diritto di capire e di parlare su cose complesse

La recente decisione da parte del Governo Conte di “sforare” al 2,4% il rapporto deficit/Pil, contenuta nella Nota di aggiornamento al Def (Documento Economia e Finanza), ha suscitato reazioni contrastanti ed effetti collaterali sul piano non solo politico, ma anche mediatico-culturale, che impongono una riflessione pubblica.

A fare da contorno alle valutazioni critiche su cosa comporti questa decisione, ci sono state preoccupanti tendenze a zittire il dibattito, sull’onda della nuova retorica secondo cui, trattandosi di argomento tecnico, è meglio che il cittadino riceva passivamente la propaganda o l’informazione che più gli piace, e che passi all’incasso degli eventuali benefici immediati di tale scelta in termini monetari e assistenziali, ma senza sforzarsi di capire e chiedersi cosa può accedere domani, nel bene e nel male, in conseguenza di tale decisione del Governo. Bollare come “tuttologi” chiunque avanzi una critica sulla scelta politica economica è pericoloso e al tempo stesso disonesto intellettualmente. Siamo nell’epoca in cui la comunicazione, da strumento per veicolare la politica, si è sostituita essa stessa alla politica. Non importa più se si fanno le cose, ma se il popolo le percepisce come tali. Almeno ora, poi domani si vedrà. La forma si è mangiata la sostanza e la nuova dittatura dell’algoritmo (il sistema usato sui social network per decidere cosa debba scorrere sugli smartphone che hanno preso il posto dei giornali e delle relazioni umane), rischia di vietare che si parli di cose importanti, o che lo si faccia in modo serio. Ecco perché oggi la prima forma di resistenza e di intelligenza civica è quella di rompere questa gabbia di mediocrità e superficialità. Con umiltà di approfondimento, ma anche con la chiarezza nel prendere posizione.

Veniamo alla questione del 2,4%. Il rapporto deficit/Pil è il rapporto tra il deficit di uno Stato (ovvero la differenza annuale tra entrate e spesa) e la ricchezza prodotta (Prodotto interno lordo). Questo è solo uno dei parametri usati nell’Unione Europea per monitorare le condizioni di un Paese e nel caso specifico viene individuato dai Trattati un tetto del 3%, oltre il quale si ritiene che uno Stato sta spendendo troppo di più rispetto a quanto incassa e a quanto può pensare di recuperare con la ricchezza prodotta. In Italia questo rapporto è oggi al 2,3% reale ed il precedente Governo Gentiloni aveva tracciato la strada di portarlo allo 0,8%. La scelta del Governo Conte indica, invece, (in astratto, legittimamente) la volontà di aumentare la spesa pubblica, anticipando risorse che al momento però non hanno copertura e sono superiori a quanto realisticamente può essere recuperato dall’attuale livello di crescita generale.

Portare il rapporto al 2,4% non è di per sé una scelta né rivoluzionaria, né eccezionale. E per valutarla positivamente o negativamente va considerato il contesto di insieme. L’Italia nel recente passato ha raggiunto il 5,2% nel 2009, ed è tornata a livelli ritenuti compatibili per l’Unione Europea (sotto il 3%) dopo il 2014. Il punto è che oggi si decide di invertire la tendenza. Perché? E con quali rischi? Il motivo è disporre, almeno sulla carta, di risorse necessarie a finanziare determinati provvedimenti annunciati durante l’ultima campagna elettorale dalle forze politiche dell’attuale maggioranza, e poi ratificati nel programma di Governo nato 3 mesi dopo. Schematicamente: reddito di cittadinanza, abolizione dei requisiti per andare in pensione decisi dalla legge Fornero, flat tax, pace fiscale. Prima ancora che entrare nel merito di questi provvedimenti, va sottolineato che i miliardi di euro “artificialmente” liberati con questa mossa del 2,4% sono circa 29 sui 40 necessari per cominciare a dare qualcosa, probabilmente l’impressione, nel senso di tali misure, ma non a realizzarli. Basti pensare ai 10 miliardi di euro per il reddito di cittadinanza che, se spalmati sui 6 milioni e mezzo di cittadini individuati come beneficiari, fanno 128 euro al mese (i conti non tornano), ragion per cui è più probabile si tratti di un potenziamento di alcuni ammortizzatori sociali già esistenti (Rei, Naspi); o alla cosiddetta abolizione della legge Fornero, che si traduce nel ripristino della “quota 100”, un sistema per cui andranno in pensione anticipata rispetto alle attuali previsioni circa 300/400 mila tra gli attuali over 60 (fatto a parere di chi scrive giustissimo), ma che nulla cambia o migliora a livello legislativo e normativo per i giovani di oggi, né per il conseguimento della futura pensione, né per le opportunità lavorative, in assenza di uno sblocco delle assunzioni nella Pubblica Amministrazione; o alla flat tax, sistema, quest’ultimo, semplicemente aberrante (e anticostituzionale), per cui poveri e ricchi pagano in proporzione le stesse percentuali di tasse, che per il momento altro non sarà che una riduzione di tasse a chi ne ha meno bisogno.

Tutti gli analisti di economia concordano su un punto. Aumentare il deficit, seppur in modo controllato (l’ipotesi del Ministro dell’Economia, di intesa con la Presidenza della Repubblica, era di fermarsi all’1,8%), con una politica “espansiva”, ha senso se accompagnato da misure di indirizzo strategico in grado di incanalare almeno in parte questa massa monetaria in circoli virtuosi, in modo cioè da creare domanda, e quindi innescare nuova produzione, nuovi contratti di lavoro regolare, più entrate in tasse e contributi. Compensare, insomma, il deficit aumentato con ulteriore ricchezza prodotta. In caso contrario, senza tali misure, i soldi “regalati” a una platea di potenziali consumatori andranno bruciati senza ritorno. Ve lo immaginate, nel particolare contesto di degrado sociale e urbano di molte aree del Meridione, un sostegno assistenziale, senza controlli e fine a se stesso, o un risparmio sulle tasse, speso in consumi illeciti e in economia sommersa? Ecco l’importanza di una politica di crescita economica, che non è uno slogan, ma è fatta di misure precise (a titolo di esempio, detassazioni e incentivi mirati, investimenti pubblici in infrastrutture, obblighi di riconversione industriale verso l’economia verde e di risanamento dei territori).

Ma c’è da porsi un altro interrogativo. L’Italia può permettersi un tale azzardo? La risposta non è confortante, perché oltre al rapporto deficit/Pil esistono anche altri indicatori economici che ci vedono tra i Paesi più a rischio. Uno di questi è il debito pubblico che spiegato in parole semplici, è il debito, con tutti gli interessi, che lo Stato è costretto a pagare in futuro per aver ricevuto prestiti da banche, società finanziarie o risparmiatori che hanno acquistato i titoli di Stato e fornito liquidità. Oggi il debito pubblico italiano è al 132% circa del Pil (i parametri europei indicano come soglia di tollerabilità il 60%, e la media degli altri Paesi è dell’85%), e siamo il terzo Paese al Mondo in questa pericolosissima classifica, dopo il Giappone, che però gode di una continua crescita tecnologica, e la Grecia, sulla quale invece non occorre aggiungere altro in termini di preoccupante paragone. Questa situazione si traduce nella semplice considerazione che stiamo vivendo livelli di benessere fittizi, sganciati dalla reale tenuta del tessuto produttivo e imprenditoriale, che saranno scaricati sulle generazioni future. O su quelle che resteranno, considerata la perdita di capitale umano verso altre aree del Mondo. Quella del debito pubblico è una triste prassi italiana esplosa negli anni 80, contro la quale pochi governi sono riusciti a porre un freno, ma che nessuno ha risolto, eliminando le cause alla radice del problema. Se, per ipotesi, tutti i creditori (o anche una parte significativa) pretendessero contemporaneamente il pagamento di quanto a loro dovuto dallo Stato italiano, quest’ultimo andrebbe in default. Più concretamente, l’Italia sarà sempre sotto scacco di non ben identificati centri di potere che tengono per il cappio la politica economica e sociale nazionale; poteri che a differenza di quanto vuole far credere la retorica salviniana (e non solo), non coincidono con “l’Europa” o con uno Stato straniero, perché non hanno bandiera e possono essere tranquillamente italiani, ai quali la scelta del 2,4% potrebbe offrire un’ulteriore occasione per acquistare altri titoli di Stato. Perchè i soldi reali per una manovra di 40 miliardi di euro continuano a non esserci e non possono certamente essere stampati in una notte. Si parli di questo! E di come rendere la società italiana più solida, nel Paese dove imperano l’economica speculativa, fragile e irregolare.

In conclusione, il Governo Conte per ora non ha varato alcuna legge, che dovrà invece passare al vaglio del Parlamento. Ha indicato nel DEF le sue intenzioni, da realizzare nella prossima legge di stabilità. Non essendoci coperture economiche, ha allargato le maglie del deficit e si è esposto alle incognite del mercato, per dare l’impressione di cominciare a mantenere le promesse. Ed è questo il punto che più fa male sul piano culturale. In un Paese dalla memoria corta, dove il tema caldo di oggi è stato già dimenticato domani mattina, la messa in scena dell’annuncio dal balcone (elemento, quest’ultimo, considerata la storia italiana, alquanto infelice) a una folla telecomandata di parlamentari, impone di riprendersi il diritto, prima ancora che al dissenso, alla conoscenza e al ragionamento complesso su cose che non devono rimanere ad esclusivo appannaggio di tecnici e demagoghi.

Dario Chiocca

Scritto da Dario Chiocca


Classe '78, è tra i fondatori de L'Iniziativa, di cui è presidente. Puteolano, risiede nel quartiere di Monterusciello dall'infanzia. Laureato in Giurisprudenza, impegnato da sempre sulle questioni sociali, dal 2010 è avvocato presso il Foro di Napoli e svolge la sua attività professionale nel campo nel diritto civile e del lavoro.