“Corona e poi?”, riflessione sugli effetti psicologici e sociali di questa crisi

Il fisico Alessandro Vespignani durante una recente intervista ha dichiarato: “.. dobbiamo cominciare a dire agli italiani una verità scomoda. Mi rendo conto che è difficile farlo con un Paese praticamente in ginocchio, ma non possiamo illuderci di tornare alla completa normalità a giugno o a luglio. Queste sono le settimane in cui l’Italia deve dotarsi di un’infrastruttura di controllo che neanche immaginava fosse necessaria solo quattro settimane fa. Sarà così. Per un lungo periodo, per esempio, viaggiare non sarà più come prima. Dobbiamo mettere in conto che prima di entrare in un altro Stato saremo costretti a fare la quarantena, a fornire determinate garanzie sanitarie e così via..”.

Alla stregua delle richiamate affermazioni rilasciate da un autorevole scienziato e sulla scorta degli atteggiamenti degli stessi governi degli stati Europei, nei quali, nelle forme più moderate, è prevalsa la penuria di solidarietà, si potrebbe ritenere, da un punto di vista prettamente interiore, che più aumenti il tempo della quarantena e del distanziamento sociale e più è plausibile che si possa formare un’associazione mentale tra contatto sociale e negatività.

Questo necessario e reiterato modello comportamentale, correttamente imposto dalle autorità competenti, al fine di limitare il contagio, una volta debellato il “nemico invisibile”, potrebbe indurre la gente a diffidare degli altri. Il Covid-19 e le associazioni di pensiero negative che stanno già cambiando Noi ed il mondo, non ci impediranno, però, di restare uniti, di restare umani. Come per il passato, in cui dopo le crisi sono sorte grandi opportunità, anche questa pandemia potrà aiutarci a ridefinire le nostre reali priorità. La lotta alla povertà dovrà essere più efficace e quindi, di conseguenza, la crescita economica più vigorosa e meglio distribuita. I sistemi sanitari andranno rafforzati, privilegiando i modelli che meglio sapranno rispondere alle improvvise emergenze.

Il periodo trascorso in quarantena potrebbe trasformare il concetto di campanilismo, inteso più come riconoscenza verso chi ha lavorato con dedizione per la salute della comunità, piuttosto che come una limitante difesa dei propri confini. D’altronde, gli stessi medici ed infermieri hanno sostituito influencer e veline nell’essere considerati degli esempi da seguire. Gli applausi della gente all’arrivo dei medici giunti da Cuba e dall’Albania sottolineano il mutarsi di detto orientamento.

Proprio nel seguire detti esempi, la scienza e l’istruzione dovranno salire nella scala dei valori sociali, oggi purtroppo confusi, dal dover sembrare per forza felici e farlo vedere, (il c.d. strapotere del visibile – l’assoluto della competizione). Probabilmente sarà più semplice dissociarsi dai modelli di vita imposti dal sistema in cui era necessario fare sempre meglio ed ottenere sempre di più, magari stimolando un uso più sofisticato e flessibile della tecnologia, un rinnovato apprezzamento per la vita all’aria aperta. La voglia di libertà si esteriorizzerà non solo nei bar innanzi ad un caffè, ma anche nella cultura, nelle arti e nella manualità, per cancellare la paura e la tristezza, alla ricerca di un indispensabile ottimismo, suggerito dagli stessi scienziati come approccio vitale e linfa per la felicità.

Per coltivare uno spirito ottimista e positivo durante la quarantena, alcuni psicologi consigliano di concentrarsi sul distanziamento fisico, ma non su quello sociale. Il livello di socialità con gli altri non deve affievolirsi. Utilizzare chat e telefoni per ascoltare amici, parenti, colleghi e vicini di casa è molto utile, per non disabituarsi alla relazione … per restare umani … per restare “UNITI”.

Dottoressa Anna Sarnelli, Psicologa – Psicoterapeuta

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Scritto da Redazione