“Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”, il testo in scena a cura dell’associazione En Art

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FOTO DI PAOLO VISONE

Stay hungry, stay foolish”, ovvero “ sii affamato, sii folle”. Non si tratta di nessuna formula segreta per l’immortalità o chissà quali elisir, è semplicemente un modo di affrontare le cose, un approccio mentale vincente, un’intenzione, che riguarda ognuno di noi da vicino, ogni giorno, indipendentemente dal campo di azione. Ci voleva così Steve Jobs, folli ed affamati, curiosi e avidi. Il solo modo, secondo il fondatore della Apple, di raggiungere le proprie mete nella vita e magari andare anche oltre i propri stessi limiti. Una sfida continua, inarrestabile, caparbia verso il superamento di ogni ostacolo, con quel pizzico di follia che ogni grande progetto, in quanto tale, comporta. Quella sorta di sana incoscienza che ci permette di lanciarci nelle novità, magari guidati solo da un’intuizione. Basterà però questo cocktail a sancire il successo di ogni ardua iniziativa, che comporti la necessità di rischiare e mettersi in gioco? Oppure le soli caratteristiche e doti individuali non bastano e ad incidere è anche il contesto socio-culturale in cui quelle “idee” vanno concretizzate?

In buona sostanza Steve Jobs e l’impero della Apple, da lui realizzato, sarebbero stati tali se invece di nascere in California sarebbero appartenuti, per esempio, al sud Italia? La cronistoria della “Mela” sarebbe stata evidentemente diversa, forse sarebbe rimasta solo un’intuizione, una chimera. E’ quello che sostiene il giornalista e scrittore Antonio Menna nel ultimo lavoro Se Steve Jobs fosse nato a Napoli(Sperling e Kupfer edizioni). Un testo che rivive sul palcoscenico attraverso l’omonima opera teatrale della giovane associazione “En Art”, nata nel 2012 dall’unione di professionisti e tecnici appartenenti a diversi ambiti artistici (teatro, cinema, musica, danza, fotografia e arti visive) con lo scopo di realizzare eventi culturali per sensibilizzare il pubblico producendo attivamente cultura e avviando così  un circolo virtuoso trasversale.

Attraverso questo spettacolo l’associazione ha voluto mettere in scena con attenta ironia e arguzia, non trascurando la verve comica e satirica, la propria interpretazione del testo, in una sapiente miscela di comicità e riflessione, che diverte, lasciando al contempo l’amaro in bocca. Raccoglie la sfida dunque la giovane compagnia teatrale, cimentandosi in un lavoro articolato di elaborazione, adattamento e personalizzazione, con un’attenta cura alla caratterizzazione dei personaggi, che diventano veri e propri clichè di un modus operandi tipico delle nostre terre. Tutto assume un volto ben definito nello spettacolo: la corruzione, la camorra, l’accesso al credito, i meccanismi clientelari che frenano, nella nostra terra ogni tentativo di auto-imprenditoralità, se non si posseggono quei tanto conclamati “santi in paradiso”. Purtroppo a Napoli il genio non basta, almeno così sembrano volerci comunicare gli autori della pièce teatrale, in perfetta linea con lo scrittore Antonio Menna, il cui testo, ricordiamo, è nato come post nel blog dell’autore, letto da più di 500.000 persone, prima di diventare un libro.

Un amaro racconto di come nel nostro Paese spiccare il volo sia molto più difficiletra ostacoli e ingiustizie, che si celano ovunque. Lo spettacolo targato En Art delinea perfettamente la situazione attuale del sud Italiadelle difficoltà di diventare imprenditori di sé stessi e lo fa attraverso la storia, a tratti amaramente grottesca, di due ragazzi (Stefano Lavori e Stefano Vozzini) che decidono di creare un’azienda produttrice di computer nei Quartieri Spagnoli di Napoli, adibendo a “luogo di produzione” il garage di famiglia di uno dei due giovani. Ma per i due “ avventurieri” le insidie sono ovunque e proprio quando pensano di avercela finalmente fatta accade qualcosa di imponderabile, a rimescolare le carte. Eppure il cuore di Napoli pulsa fortei quartieri non sono solo “pizzo“, ci sono giovani che cercano di emergere e si ribellano. E’ questo in fondo che intendono comunicarci gli autori: un messaggio di denuncia e insieme di riscossa, di presa di coscienza della necessità di un moto inverso, che ridìa spazio alla libera iniziativa individuale, senza più barriere e “veti”, imposti da burocrazia o camorra o anche solo mancanza di “cultura dell’innovazione”. L’associazione “En Art” riesce perfettamente nell’intento, realizzando un’opera curata in ogni dettaglio, dal contenuto alla forma.

La regia è affidata a Pasquale Ioffredo e Mauro Di Rosa, che ha curato anche la rielaborazione teatrale. Il cast è formato da: Chiara De Crescenzo, Mauro Di Rosa, Pasquale Ioffredo, Demi Licata, Luca Lo Martire, Pierpaolo Stellato. Le musiche originali, fortemente compositive della scena, sono affidate a Eddy Napoli. I costumi sono stati curati da Francesca Filardo, mentre la scenografia di scena è di Carmela Serpe. Interessante, ritmato, attentamente studiato il disegno luci di Pier Francesco Borruto. La fotografia di scena appartiene infine a Paolo Visone, già reduce della medesima esperienza nella compagnia di Enzo Moscato. Ad ospitare lo spettacolo è il teatro Le nuvole, teatro stabile d’innovazione di Città della Scienza. Altro segnale non trascurabile.

Forse che il cambiamento possa e debba partire dalle macerie e dalle ceneri di quello che la barbarie umana ha distrutto? Chissà che avrebbe pensato in proposito proprio Steve Jobs. Questo difficilmente lo scopriremo, ma lo spettacolo in scena il 22 (alle 20.30), 23 (alle 18.30) e il 24 (alle 20.30) novembre al Teatro Galilei presso Città della Scienza di Napoli, sarà certamente un momento di sicuro divertimento che non trascurerà però la riflessione e l’elaborazione personale di una realtà e di una responsabilità che è prima di tutto collettiva. Uno spettacolo a cui vale davvero la pena di assistere per esplorare una realtà che non si può ignorare, ma anche per delineare una possibile alternativa.

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Scritto da Valentina Soria


Mi chiamo Valentina Soria, sono giornalista pubblicista, laureata alla magistrale in Comunicazione Pubblica e d’Impresa. Mi interesso di comunicazione a 360°, dal giornalismo al copy writing alla cura di uffici stampa. Amo la mia terra flegrea e credo nell’importanza di dare “voce” alle piccole e grandi criticità del territorio con coraggio ed onestà.