Rubrica Arte & Cultura / L’anfiteatro flavio di Pozzuoli: tra valore storico e bisogno di recupero

L’anfiteatro di Pozzuoli, conosciuto anche come Anfiteatro Flavio, è il terzo in Italia per dimensioni, dopo quello di Roma e di Capua. Risalente alla seconda metà del I sec. d.C., fu realizzato per far fronte all’incremento demografico di Puteoli che aveva reso inadatto il vecchio edificio utilizzato per gli spettacoli pubblici in età repubblicana. Collocato al tempo in una posizione strategica, nei pressi dell’incrocio delle strade provenienti da Napoli, Cuma e Capua, è detto “Flavio” perchè si desume la sua costruzione sotto l’imperatore Vespasiano (70 – 79 d.C.) dall’iscrizione di dedica del monumento in cui si ricorda: Colonia Flavia Augusta/puteolana pecunia sua (“La Colonia Flavia Augusta costruì a proprie spese”). Secondo altri, invece, esso fu solo dedicato e ultimato in età flavia, ma la sua costruzione si crede sia iniziata e in parte compiuta da Nerone (54 – 68 d.C). Probabilmente anche in relazione al fatto che Puteoli fosse una colonia neroniana nel 60 d.C.
Ad ogni modo, ciò che risulta evidente dalle strutture murarie è una costruzione avvenuta in due fasi. Infatti mentre l’alzato esterno in reticolato e mattoni concorda con l’età flavia, i sotterranei, i pilastri di un portico esterno e vari punti di rinforzo sono tutti in mattoni, costruiti dunque secondo una tecnica tipica del II secolo d.C.

IL PERCORSO ARCHEOLOGICO – Appena entrati ciò che subito scorgiamo è l’arena, luogo in cui avevano luogo gli spettacoli: giochi con animali, seguiti dalle esecuzioni dei criminali, combattimenti di gladiatori o la riproposizione di famose battaglie. Gli spalti, o cavea, potevano contenere fino a un massimo di 40.000 spettatori. Come nella maggior parte degli anfiteatri la cavea si divide dal basso verso l’alto in tre settori principali detti maeniana. Gli elementi divisori sono costituiti da parapetti (praecinctiones) sui quali sboccano i vomitoria, cioè i passaggi attraverso i quali gli spettatori potevano raggiungere l’arena, posizionandosi in base alla classe sociale di appartenenza. All’altezza di ciascun vomitorium sono poste le basse scalinate che servivano agli spettatori per salire e scendere lungo la cavea. Lo spazio compreso tra due vomitori ai lati e due praecinctiones in alto e in basso è chiamato cuneo, il quale costituisce un ulteriore elemento di divisione in settori dell’area destinata al pubblico.

L’UNICITA’ – I sotterranei, posti a circa 7 metri di profondità, dispongono di una pianta piuttosto semplice: due corridoi rettilinei che si tagliano a croce e un corridoio circolare, che concorrono a creare tante piccole gallerie le quali regalano ai visitatori suggestivi giochi di luce. Destano grande interesse anche le parti ancora ben visibili degli ingranaggi utilizzati per sollevare le gabbie che portavano le belve sull’arena. In una vasta fossa vi sono invece quelli che sembrano essere altri elementi di scenografia degli spettacoli, i quali venivano improvvisamente sopraelevati per fare da sfondo alle lotte dei gladiatori o alla cruenta caccia degli animali. L’Anfiteatro è da sempre protagonista di leggende, tra queste quella legata al martirio di San Gennaro. Imprigionato e condannato a morte nel 305, si racconta che il 19 settembre fu portato insieme ai suoi compagni proprio nell’arena all’interno della quale furono liberate le bestie, probabilmente orsi. Queste ultime, però, si fermarono al cospetto dei martiri lasciandoli miracolosamente illesi. Il giudice ordinò allora che venissero decapitati nei pressi della Solfatara, cosa che avvenne il 23 settembre. In ricordo dell’accaduto, nel 1689 fu allestita una cappella dedicata proprio a S. Gennaro in uno degli ambienti dell’anfiteatro, per opera dell’allora vescovo di Pozzuoli, Domenico Maria Marchese. La cappella fu aperta al culto fino al 1837, anno in cui iniziarono gli scavi dell’anfiteatro ad opera dei Borbone, che ne ordinarono la decorazione con un altare maiolicato e una statua in ceramica raffigurante i santi Gennaro e Procolo stretti in un eterno abbraccio. Nel 1931 fu poi restaurata e riconsacrata.

TRA BELLEZZA E DEGRADO – Non è difficile purtroppo notare i rifiuti lasciati negli angoli nella parte iniziale del percorso, o i numerosi reperti accatastati e privi di una sistemazione e catalogazione, assolutamente necessarie per valorizzarli. Il tutto concorre a restituire all’anfiteatro un aspetto di vero e proprio “deposito”. Per il visitatore che sceglie di svolgere la visita in maniera autonoma e affidarsi dunque alla lettura dei pannelli posti lungo il percorso, questi ultimi risultano in gran parte “datati”, sbiaditi dal sole o lesionati, e con un linguaggio che andrebbe aggiornato seguendo gli standard consigliati dalla didattica museale. Giungendo nell’arena, poi, la maggior parte delle gradinate è purtroppo inagibile e gli spalti di legno utilizzati negli anni 90 fino ai primi del 2000, risultano marci e cadenti in numerosi punti, rendendo la struttura inaccessibile. Insomma, sebbene sia stato attribuito agli stessi architetti del Colosseo, si può dire che l’Anfiteatro Flavio non abbia affatto avuto la stessa fortuna del suo “parente” romano. Nonostante le richieste continue di sovvenzioni per lavori che senza dubbio permetterebbero la messa in sicurezza del sito, e una migliore fruizione dello stesso, restiamo ancora in attesa che gli siano restituiti il valore e la dignità che merita.

Martina Iacuaniello

Scritto da Martina Iacuaniello


Classe 1990. Vive tra Roma e Napoli, ed è da sempre appassionata di arte, letteratura e politiche culturali. Dopo aver conseguito la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è attualmente iscritta alla magistrale in Storia dell'arte alla Sapienza di Roma.