Polveri sottili vettori del coronavirus, lo studio italiano

Era solo un’ipotesi, poi la conferma: il coronavirus SARS-Cov-2 è trasportato dal PM10, ovvero dalle polveri sottili presenti nell’atmosfera. Ad annunciarlo, circa un mese fa, è la SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), in una “Position paper” (presa di posizione su un argomento) sulla “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”. Il particolato atmosferico funziona da “carrier”, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. Lo studio ha correlato i dati dell’ARPA circa i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 del mese di febbraio e il numero dei casi infetti diffusi dalla protezione civile, aggiornato al 3 marzo. Dall’analisi incrociata risulta una relazione diretta tra il numero di casi di Covid19 e lo stato di inquinamento da PM10. A confermare la teoria sono gli studi, in collaborazione con le università Trieste, Bari, Bologna e l’Ateneo di Napoli “Federico II”, condotti su 34 campioni di PM (materia particolata) raccolti, dal 21 febbraio al 13 marzo, nell’area industriale della provincia di Bergamo: “Possiamo confermare di aver ragionevolmente dimostrato la presenza di RNA virale del SARS-CoV-2 sul particolato atmosferico” afferma Leonardo Setti, biochimico e coordinatore del lavoro.

LA RICERCA NON SI FERMA – Gli eccellenti risultati della ricerca italiana, condivisi con l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), aprono a nuove possibilità circa il monitoraggio dell’epidemia, al fine di evitare le drammatiche conseguenze sanitarie, economiche e sociali causate dalla mancanza di preparazione di fronte all’emergenza pandemica, esplosa in gran parte del mondo, circa 5 mesi fa. Rilevare, con anticipo, la presenza del virus nell’aria, analizzando le polveri sottili a cui i virus si “attaccano”, è di fondamentale importanza per “adottare adeguate misure preventive prima dell’inizio di una nuova epidemia”, dichiara Alessandro Miani, Presidente della SIMA. A tale scopo, è già pronto un nuovo studio della Società Italiana di Medicina Ambientale: “Searching for SARS-COV-2 on Particulate Matter: A Possible Early Indicator of COVID-19 Epidemic Recurrence”, in “pre-pubblicazione”, come annuncia Greenreport. Sono in corso, inoltre, ricerche per accertare se il particolato atmosferico, oltre a trasportare e diffondere il virus come già provato, possa essere anche fonte di contagio: “lo step successivo si concentrerà sul verificare lo stato di vitalità del virus sul particolato e la sua capacità di virulenza”, afferma Miani, che raccomanda, inoltre, l’utilizzo di mascherine “sia negli ambienti pubblici indoor sia negli ambienti outdoor con una distanza minima di sicurezza di 2 metri”, per contrastare la diffusione del contagio da Covid19, soprattutto in vista dell’annunciata “fase 2” che partirà dal 4 maggio. E infine, l’appello: “L’impatto dell’uomo sull’ambiente sta producendo ricadute sanitarie a tutti i livelli. Questa dura prova che stiamo affrontando a livello globale deve essere di monito per una futura rinascita in chiave realmente sostenibile, per il bene dell’umanità e del pianeta”.

Numerosi gli studi confermati circa il legame tra inquinamento e coronavirus: dall’Università di Harvard e di Catania, passando per i lavori svolti dalle Università di Siena e dell’Aarhus University in Danimarca, fino alle ricerche della SIMA, soltanto per citare i più recenti. I sorprendenti effetti positivi del lockdown sull’ambiente, inoltre, ci dimostrano che la Natura può vivere senza l’uomo, ma l’uomo non può sopravvivere senza rispettarla.

A cura di Vania Cuomo

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Scritto da Redazione