MUSICA/ I Thelegati, quando il rock incontra il dialetto napoletano

Nel panorama artistico italiano, la musica napoletana ha sempre avuto grande rilievo, in passato come ai giorni nostri. In quest’ottica, tra le varie correnti che stanno caratterizzando il panorama musicale del nostro territorio, c’è senza dubbio quello che in molti definiscono come “neapolitan rock”, vale a dire, un genere tendenzialmente esterofilo, come quello rock, ma che affonda le sue radici nel folklore napoletano, tra modi di dire e gesti quotidiani. Tra le band che meglio interpretano questo genere vi sono sicuramente i Thelegati: si tratta di un gruppo di tre ragazzi di Cercola, Danilo, Ciro e Stefano, nato come una band rock blues, ma che ha subìto un’evoluzione musicale che li ha portati a spingersi verso un genere un po’ più hard, senza però abbandonare la loro principale peculiarità, vale a dire le stesura dei testi in dialetto napoletano. Li abbiamo incontrati alla presentazione del loro secondo lavoro, un EP intitolato “Laceno Lake session” e abbiamo avuto modo di conoscerli meglio e di fargli qualche domanda.

Nel vostro primo lavoro, “Zitto chi sape ‘o juoco”, siete partiti da un genere ben definito che era quello rock blues. In questo EP, “Laceno lake session”, invece, ci sono pezzi decisamente più stoner rock, come mai questo cambiamento?

“Il cambiamento è nato innanzitutto per esigenza – ci spiega Danilo Di Fiore, in arte “Cefrone”, il chitarrista della band – visto che siamo rimasti in tre, da quando il tastierista è uscito dal gruppo: da quel momento abbiamo deciso di crearci un sound diverso da quello che avevamo avuto fino ad allora. Non è un sound esclusivamente nostro, però stiamo lavorando affinché lo diventi, completando così quello che per noi è un processo di maturazione. Inoltre, sebbene nel primo album sia molto blues – aggiunge Ciro D’Ambrosio, detto “La Bionda”, il batterista del gruppo – in realtà dal vivo risultavamo essere molto più esplosivi, e questo ci ha fatto riflettere su come il primo disco sia stato frutto di uno status momentaneo, che però non era una fedele rappresentazione di ciò che eravamo”.

Oltre alla variazione di genere, è evidente anche un cambiamento nei temi: il vostro primo album era un po’ più scanzonato, con dei temi un po’ più goliardici, mentre in questo EP è tutto più cupo, lo si intuisce, al di là del sound, anche dei titoli come “La notte” e “Blackout”. E’ un cambiamento dovuto al nuovo genere musicale a cui vi siete approcciati?

“Nel primo album, che è di matrice classica, ossia blues/rock ‘n’ roll, la concezione di tutti i testi era la stessa, cioè l’idea di raccontare un aneddoto, magari spesso divertente, mentre i pezzi del nuovo EP, hanno un vero e proprio significato: ad esempio “Blackout”, che è stato composto in cinque minuti e registrato in trenta, attualmente è il pezzo che più ci rappresenta, perché è l’emblema del nostro cambiamento, un punto di arrivo e di ripartenza, proprio come un blackout che interrompe ciò che si sta facendo e permette di ripartire daccapo. In questo EP, quindi, i temi sono sicuramente diversi da quelli del primo album, ma, sebbene abbiamo intenzione di portare avanti questo progetto musicale con questo nuovo genere, è possibile che nei prossimi lavori i temi siano ancora diversi, la musica è bella proprio per questo”.

Quello però che non cambia è la scelta del dialetto nella stesura dei testi, che è stata confermata anche nel nuovo lavoro. Anche in futuro siete decisi a scrivere in napoletano?

“In realtà non è un vincolo, perché i testi sono prevalentemente scritti di getto, se si pensa in napoletano, si scrive in napoletano, ma ciò non toglie che se domani venisse fuori un testo in italiano, non perderemmo tempo a tradurlo in napoletano. È capitato che “Pelo” – Stefano Pelosi, il bassista – si sia presentato in sala con un testo in italiano, ma non ci siamo preoccupati di questa differenza, perché nel momento in cui si ha un’idea e si sa questa idea dove deve arrivare, con la musica come mezzo, non è importante il linguaggio che si utilizza per esprimersi. Il napoletano è la lingua che più si avvicina all’inglese, ciononostante, però, chi ascolta questo genere di musica, storce il naso all’idea che i testi siano in napoletano e non ci dà credibilità, per lo meno finché non ci ascolta dal vivo e non capisce che in realtà noi abbiamo qualcosa da dire”.

Il vostro primo lavoro è stato un LP, cioè un album, mentre adesso state presentando un EP, solitamente le band emergenti fanno l’inverso, come mai avete deciso di fare un percorso diverso?

“Oggi, purtroppo o per fortuna, è diventato molto più semplice registrare dei brani: ci sono casi in cui, addirittura, dei prodotti “homemade” siano qualitativamente migliori di quelli registrati in sala di incisione. Il nostro primo album è nato dall’idea di avere qualcosa da presentare ai locali per prendere le serate ed andare a suonare in giro. Inizialmente avevamo intenzione di registrare un EP, soltanto che eravamo talmente affezionati ai brani che avevamo composto, che non ci siamo sentiti di escluderne nessuno, ed è venuto fuori un vero e proprio album. Ma era la fotografia di quel momento, che col tempo ha finito per non rappresentarci più. Per questo motivo abbiamo resettato tutto, e abbiamo ricominciato con un nuovo EP, diverso dal lavoro precedente, che ci rappresentasse di più”.

Infine una domanda d’obbligo, una curiosità che sicuramente i nostri lettori avranno: da dove nasce il nome Thelegati, questa fusione tra l’articolo determinativo inglese ed il termine italiano?

“Nasce dal fatto che inizialmente Ciro non suonava la batteria da molto, e durante una delle prime serate un nostro amico commentò ad alta voce ”Ciro, stai tutto legato!”. Il termine ci piacque ma apparteneva soltanto a lui, e quindi abbiamo provato a capire come potesse identificare tutti i componenti della band. Abbiamo provato a tradurlo in inglese, ma non ci convinceva. Alla fine abbiamo optato per “Thelegati” che, se si traduce l’articolo dall’inglese, significa “I Legati”, cioè il nome che avevamo inizialmente scelto. Per correttezza, abbiamo contattato i Therivati, visto che sarebbe potuta nascere un po’ di confusione, ma abbiamo riscontrato una grande disponibilità, anzi adesso ci chiamano “i nostri cugini piccoli”.

ARTICOLO DI FABIO CUOCO 

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Scritto da Redazione