L’INTERVISTA/ Assegnato il premio Wegener a Tiziana Vanorio, geofisica puteolana

L’European Association for Geoscientists and Engineers (Eage) ha assegnato il premio Wegener a Tiziana Vanorio, docente di Geofisica alla Stanford University, dove dirige il Laboratorio di Fisica delle Rocce. Flegrea puteolana, ha condotto con il proprio team una ricerca sulla composizione del sottosuolo della terra d’origine, arrivando a fare una importante scoperta sul bradisismo, con cui ha conquistato, nell’agosto 2015, la copertina di Science, prestigiosa rivista in campo scientifico. Il riconoscimento dell’Eage, l’associazione internazionale di studiosi di scienze della terra, fondata nel 1951, con base in Europa e membri in tutto il mondo, è stato assegnato per la prima volta nella storia ad una donna, non per una scoperta specifica ma per ciò che lo scienziato rappresenta e per tutto il lavoro svolto, dall’inizio della sua carriera fino al momento dell’assegnazione. Abbiamo fatto una chiacchierata con la professoressa prima della premiazione, avvenuta a Copenaghen l’11 giugno 2018 per mano del Principe Joachim di Danimarca.

Cosa rappresenta il Premio Wegener?

Una emozione particolare. Alfred Wegener è stato un visionario, padre della rivoluzionaria teoria della deriva dei continenti, genitrice di quella moderna della tettonica delle placche. È la prima volta che il premio viene assegnato ad una donna. Viviamo un mondo in cui per le donne è ancora duro affermarsi. Pensi che determinante è stata proprio una donna affinché il mondo scientifico avvalorasse le intuizioni di Wegener, meteorologo tedesco che formulò, nel 1915, una teoria secondo cui, circa 240 milioni di anni fa, le terre emerse sarebbero state unite in un unico grande blocco. Un super-continente chiamato Pangea, circondato da un unico oceano, detto Panthalassa. Circa 180 milioni di anni fa, la Pangea si sarebbe divisa prima in due grandi parti e poi ulteriormente. Le parti si sarebbero progressivamente allontanate le une dalle altre, andando alla deriva e originando gli attuali continenti. La teoria fu fortemente osteggiata e ignorata dai geologi contemporanei a Wegener, poiché si basava su semplici intuizioni, difficili da dimostrare al tempo, ma anche perché non era un geologo. A riportarla al centro della scena scientifica fu una sconosciuta ricercatrice americana. Per diversi anni, la geologa e cartografa Marie Tharp lavorò per conto della Columbia University alla redazione di mappe del fondo oceanico, realizzate sulla base dei dati provenienti dalla nave oceanografica Vema, sulla quale lavorava il collega Bruce Heezen. Il mondo era nel pieno della seconda guerra mondiale e gli americani utilizzavano la tecnica sonar per rilevare la presenza e la posizione di sottomarini. Nell’utilizzare questa tecnica facevano ovviamente anche scienza, scandagliando il fondale oceanico. Marie Tharp realizzò la prima mappa dettagliata dei fondali dell’Atlantico, grazie alla quale è stato possibile portare delle prove a supporto della teoria di Wegener, rivoluzionando così le idee geofisiche del tempo. I suoi lavori cartografici non sono solo simbolo delle conquiste geologiche e oceanografiche del Novecento, ma segnano anche un punto di svolta nella capacità di comunicare la scienza al grande pubblico. La crosta terrestre è composta da grandi frammenti irregolari che galleggiano su un oceano di rocce parzialmente fuse: le placche tettoniche. Nell’arco di milioni di anni, le placche si avvicinano e si allontanano, si scontrano e slittano l’una sull’altra, modificando l’aspetto dei mari e dei continenti. Sono questi gli assunti di base della tettonica a placche. Nella sua formulazione iniziale questa teoria geologica, oggi accettata dalla comunità scientifica internazionale, fu accolta con scetticismo e diffidenza. La prima versione della mappa del Nord Atlantico venne pubblicata nel 1957. Eppure, nonostante l’evidenza dei dati e delle immagini, molti studiosi si mostrarono ancora diffidenti. A convincere gli ultimi scettici sarà un filmato subacqueo realizzato nel 1959 dal celebre documentarista e oceanografo francese Jacques Cousteau. Sono tanti gli studi scientifici sulla tettonica a placche pubblicati negli anni successivi da Heezen e altri studiosi. Alle ricerche partecipò anche Tharp, ma il suo nome non comparve mai tra gli autori. Tharp inizierà a essere accreditata come coautrice dei lavori solo a partire dalla metà degli anni ‘60; nello stesso periodo avrà finalmente la possibilità di imbarcarsi e partecipare attivamente alle spedizioni della Vema. Ecco, nel 2018, da geofisica-ingegnere e donna sono onorata di essere stata insignita.

Ci racconta gli esordi della sua carriera?

Mi sono laureata e ho fatto il dottorato a Napoli. Ad un certo punto, già durante il dottorato, mi è venuto il desiderio di fare ricerca in altre nazioni. Credo fermamente che nel mio campo il confronto e il dialogo con altre realtà sia importante. Spesso sui giornali si legge questa cosa della fuga dei cervelli. Non mi è mai piaciuta come espressione. Più che cervelli in fuga, chi fa ricerca è un cervello in cerca, soprattutto se questa la si vuole fare a livello sperimentale. Per questo, nel il post dottorato, mi sono fermata presso l’Università di Stanford. È, però, a Nizza che è iniziata la mia carriera. Ci sono rimasta per un breve periodo per poi ritornare a Stanford perché questa università offre l’interdisciplinarietà, determinante in questo ambito.

Il Premio Wegener, appena ricevuto è un riconoscimento alla sua carriera, nella quale centrano tanto i Campi Flegrei, lo studio dei quali, nel 2015, le hanno fatto conquistare la copertina di Science.

Credo di essere diventata geofisico perché sono nata a Pozzuoli. Ho vissuto gli anni dell’ultima crisi bradisismica, quella degli anni ‘80. La curiosità è stata acuita dal vissuto e, allora, ad un certo punto, ho voluto studiare quei fenomeni. Dopo il dottorato, avevo portato con me dai Campi Flegrei a Stanford delle rocce provenienti da un carotaggio fatto proprio negli anni dell’ultima crisi bradisismica. Trasferitami in Francia, avevo lasciato quel materiale in America e quando ci sono ritornata mi venne la curiosità di analizzare nuovamente quei campioni, utilizzando la moderna tecnologia. Da lì è venuta fuori la scoperta che si è guadagnata la copertina di Science. Il bradisismo flegreo ha una peculiarità che mi ha sempre incuriosita. La deformazione è un fenomeno comune a tutte le caldere. Quella flegrea è, però, particolare perché si deforma tanto ma la conseguente attività sismica è ritardata rispetto alla deformazione. Questo fenomeno dipende dalla composizione delle rocce sotto la città di Pozzuoli, ricche di materiale fibroso conferente una duttilità che solitamente queste non hanno. Tali rocce determinano che la caldera possa deformarsi tanto prima di arrivare al limite della rottura, generando di conseguenza terremoti. Ad esempio, era il gennaio del 1982 quando inizia il sollevamento. Tuttavia, la sismicità si è avuta solo nell’aprile del 1983. Il bradisismo flegreo si caratterizza, dunque, per la natura delle rocce, ricche di materiale fibroso, lo stesso ritrovato anche nel cemento romano. Non è un caso che questo fosse fatto con la pozzolana dei Campi Flegrei.

Perché lei dice che le scoperte fatte fino a questo momento, avvalorandosi della multidisciplinarità, conducono da Puteoli a Marte, passando per una Caldera? Cosa centra Marte con i Campi Flegrei?

Lo studio di rocce come quelle della caldera flegrea e di materiali come il cemento romano sono uno spunto affinché si possa iniziare un nuovo corso. Il pianeta ha oggi bisogno di materiali sostenibili che possano resistere a lungo anche in condizioni rigide. L’odierno cemento si è dimostrato essere non così durevole. È responsabile dell’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera e costa anche dal punto di vista energetico, perché per produrre calce occorre portare ad alte temperature le rocce carbonatiche. Riuscire ad arrivare alla formula di un cemento durevole, come quello degli antichi romani, che costi meno dal punto di vista ambientale ed energetico, è allora fondamentale. Mi chiede che centra la Caldera flegrea con Marte. Ebbene, quello che viene chiamato cemento a base di zolfo è, oggi, utilizzato dagli ingegneri per studiare materiali adatti alla vita su Marte. Se un giorno si dovesse abitare quest’ultimo, i colonizzatori dovranno trovare il modo di costruire utilizzando le risorse offerte dal pianeta rosso. Il calcestruzzo marziano sarebbe costituito da zolfo, scaldato fino alla temperatura di liquefazione, miscelato con la terra di Marte, fatta attualmente utilizzando un simulante. Quest’ultimo altro non è che la cenere vulcanica proveniente dalle isole Hawaii, simile per composizione a quella della Caldera flegrea. Avendo studiato le rocce flegree e avendo acquisito conoscenze circa il cemento fatto nell’antica Puteoli, partendo da queste due realtà, stiamo lavorando per individuare una “ricetta” e applicarla alla creazione di materiale sostenibile, adatto ad un ambiente severo come Marte? Per questo da Puteoli a Marte, passando per una Caldera. Il materiale del futuro potrebbe provenire dal passato e dalla Caldera dei Campi Flegrei.

Rischio vulcanico. Soffermiamoci sui Campi Flegrei. Il bradisismo ascendente dell’ultimo periodo quanto può presagire l’imminente nascita di un vulcano?

Non si può dire con precisione quando e dove ci sarà una nuova eruzione nel Campi Flegrei. Tuttavia, mentre i terremoti non si possono in alcun modo prevedere, le eruzioni vulcaniche danno dei segnali. Dal 2014 ad oggi, a Pozzuoli la terra si è sollevata di circa 27 centimetri. Nell’ultima crisi bradisismica, iniziata nel 1983, il sollevamento complessivo misurato in meno di due anni fu di 180 cm, il tutto accompagnato da numerose scosse di diverse intensità. La situazione è preoccupante quando il tasso di sollevamento dei livelli del suolo è elevato, cioè quando si osserva un sollevamento enorme in un breve lasso di tempo. Inoltre è normale che ci sia attività sismica in una caldera attiva come quella flegrea. Bisogna preoccuparsi quando l’innalzamento del livello del suolo è accompagnato nel breve periodo ad un’intensa attività sismica. Vuol dire che qualche cosa nel sottosuolo si sta fratturando, perché il magma sta risalendo o perché ci sono dei fluidi in pressione che spingono per fuoriuscire. Osservando i bollettini dell’Osservatorio Vesuviano sui Campi Flegrei, oggi sembra essere tutto nella “norma”. Da monitorare.

Cosa consiglia ai suoi concittadini?

Bisogna che ci sia una cultura della prevenzione, costruendo secondo regole ferree e condivise. Lo scorso settembre, a Casamicciola, una singola scossa di bassa magnitudo ha fatto danni. Non è pensabile che gli edifici vadano giù così, soprattutto quando questi sono costruiti da privati in maniera frettolosa, per aggirare le regole. Occorre assumere la consapevolezza diffusa di vivere in una zona vulcanica e, di conseguenza, operare in un certo modo. La furbizia di un giorno può essere la stupidaggine di una vita.

Vulcanesimo, bradisismo, presenza di acque termali. Possono questi elementi fungere da attrattore turistico?

Certo! Ischia è da questo punto di vista un modello da seguire. Non ho mai creduto nell’utilizzo dei giacimenti geotermali della zona flegrea per scopi industriali. Produrre energia elettrica utilizzando questi sarebbe una cosa bellissima. Lo fanno in Islanda, ma il territorio dei Campi Flegrei è diverso. È vulnerabile per l’urbanizzazione e la storicità. Si possono avere zone altamente a rischi ma non vulnerabili, perché non ci vive nessuno. Non è il caso dei Campi Flegrei. Aumentare la vulnerabilità, effettuando carotaggi e perforazioni profonde che vanno ad intaccare equilibri precari in una zona fortemente antropizzata, non mi pare il caso. Come poter mettere a reddito questo bene? Facendo come Ischia! È la maniera più naturale e meno invasiva, con sbocchi occupazionali grazie al turismo.

Cosa vedevano gli antichi arrivando a Puteoli?

Qualche anno fa, tornando da Ischia verso Pozzuoli, mentre la nave attraccava, uno studente mi chiese come avevo fatto a rinunciare a quella meraviglia trasferendomi negli Stati Uniti. Vedeva nei propri occhi tutta quella bellezza… immagino che abbia fatto lo stesso effetto agli antichi. La fortuna di Puteoli è stato il suo porto. È quel mare che porto nelle narici, ovunque io vada.

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Scritto da Gemma Russo


Gemma Russo nasce a Pozzuoli, città in cui vive. Giornalista pubblicista, da sempre collabora con L'Iniziativa-Voce flegrea, ma anche per Il Roma, Luciano Pignataro Wine Blog e Slow Wine. È responsabile della comunicazione per la Pro Loco Pozzuoli e per Slow Food Campi Flegrei. Nel 2013, partecipa alla raccolta Moderne Cantastorie con un saggio breve. Nel 2015, è coordinatrice per la Campania e la Basilicata alla guida cartacea Fare la Spesa con Slow Food. Dal 2016, recensisce per Osterie d'Italia. Nel 2017, scrive e pubblica Storie dal Rione Terra, raccolta frutto di un anno di impegno al Percorso Archeologico del Rione Terra di Pozzuoli. L’incontro con chi ha vissuto direttamente o indirettamente la rocca tufacea ha dato vita ad una pubblicazione con storie che dipingono la natura bradisismica della terra, l’importanza archeologica e storica, la quotidianità che non c’è più, fatta di usi e i costumi, anche gastronomici.