Intervista a Matilde Iaccarino, autrice di “La teoria della buona forma. Racconti minimi dal microcosmo umano”

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A due anni di distanza dalla pubblicazione di “Quattordici” Matilde Iaccarino, autrice flegrea, torna a rapire i suoi lettori con una nuova raccolta di racconti: “La teoria della buona forma. Racconti minimi dal microcosmo umano”, Valtrend editore. Una maturazione artistica che, agli scorci lirici della precedente raccolta di racconti “Quattordici”, ha saputo accostare un’indagine psicologica più approfondita, che si serve dei dettagli “spesso insignificanti” della vita quotidiana per realizzarsi e manifestarsi. In questi nuovi racconti lo sguardo dell’autrice è profondo, acuto, capace di squarciare la patina che avvolge la vita dei protagonisti e portarne a galla quell’essenza sottesa e a volte negata. In una coralità, intensa e drammatica, convergono voci variegate, eppure appartenenti ad uno stesso humus, quello che si radica nella periferia, non solo spaziale, ma anche psichica, in cui è confinato il proprio io, quello più autentico. E così gli ambienti si trasformano in pretesti per far emergere la trama di solitudini, amare verità e insieme forza d’animo, voglia di riscatto. La periferia umana viene cosi a ricongiungersi con il centro e la parola assume una forza salvifica, al di là della vuota retorica, che mai è appartenuta alla penna attenta e sensibile di Matilde Iaccarino.

 

–          Matilde come nasce il titolo della tua raccolta “ La teoria della buona forma”?

 

–          È stato un po’ casuale ed è successivo alla stesura dei racconti. La teoria della buona forma è una legge psicologica nata in Germania all’inizio del secolo scorso, nell’ambito degli studi della scuola gestaltica e rappresenta un sistema elaborato dal cervello che ci permette di individuare, all’interno di un contesto molteplice e complesso, un modello più semplice. È una sorta di trucco del cervello per semplificare realtà altrimenti troppo complesse e perturbanti. In questi racconti ho voluto rendere conto di cosa c’è dietro la “ buona forma”, la semplicità rassicurante della propria quotidianità. È un modello che ci permette di sopravvivere, evitando di percepire e riconoscere ciò che è dissonante, perturbante…

 

Ed è proprio quell’elemento sfuggente di cui parla Foucault, quello capace di far vacillare certezze e assunti che Matilde porta in superficie, attraverso quello che lei definisce uno “sguardo obliquo”.

 

Il mio è uno sguardo trasversale, uno sguardo “dietro la finestra”, che coglie le vite dei personaggi dietro e oltre la quotidianità. Il mio è un tentativo di cogliere gli elementi di turbamento, le smagliature in un quadro apparentemente semplice, che i meccanismi di semplificazione della mente rifuggono. La prospettiva del mio sguardo squarcia la superficie delle vite protagoniste.

 

–          Al centro dei racconti quindi si può considerare basilare l’emergere di un contrasto tra apparenza e realtà, che tanto caratterizza la contemporaneità?

 

–          Certamente, il contrasto tra apparenza e realtà è fondante. Ogni vita, che appartiene ai miei racconti, ha bisogno di semplificare, altrimenti non riuscirebbe a sopravvivere alla complessità. Ed è dai particolari semplici, su cui mi soffermo, che si ricostruisce una realtà complessa, a volte inaspettata e sconosciuta alla persona stessa. Possono essere anche dei semplici disegni di carta a raccontare un’altra realtà sottesa, come avviene nel capitolo “ Pensieri di carta”. I racconti diventano così delle finestre epifaniche su una realtà inedita, che però riserva aspetti tanto inattesi quanto positivi…

 

–          La struttura del testo è rappresentata da un insieme di racconti. Utilizzi questa forma narrativa, a te più congeniale, per mostrare cosa c’è sotto l’apparenza della superficie e delle certezze?

 

–          Il racconto in Italia, rispetto al romanzo ha un riconoscimento editoriale più significativo e mi sembra la forma letteraria più congeniale per un lettore che oggi non ha molto tempo per dedicarsi alla lettura. I racconti restituiscono un tessuto umano che talvolta appare degradato e ordinario. Donne, bambini, famiglie vivono la battaglia della vita senza aiuti, senza protezione, senza possibilità di realizzare i propri sogni. Eppure le fragilità diventano forza. C’è sempre nel racconto una motivazione, un sentimento umano, un’offerta di riscatto attraverso un patto di alleanza con i suoi personaggi, quasi a volerli tirare fuori dall’intricato groviglio in cui appaiono al lettore, evitando giudizi e condanne.
L’opera è divisa in due sezioni. La prima intitolata “estranei, amici, bambini, vicini” ha una forte impronta sociale. Mi muovo attraverso uno spazio obliquo, che è quello dell’incomunicabilità, del dolore, dei problemi legati alla periferia, che non è solo marginalità fisica, in un percorso in cui accompagno il lettore con mano attraverso le vite che porto sotto la mia lente d’ingrandimento. Le storie sono separate tra loro, ma è come se i personaggi fossero contigui, in certo senso si appartenessero, in uno stesso percorso verso la speranza e citando un passo di un mio racconto “ sognare è fuggire dal microcosmo della mia anima”, dice uno dei miei personaggi, in una città bulimica che divora i sogni delle persone che ci vivono. La seconda sezione, intitolata “donne, madri, figlie, amanti” ha un’impronta invece più intimista, più femminile. Protagonista è l’universo femminile declinato nelle varie figure di donne, madri, figlie, compagne. Leit motiv di questa seconda parte è lo sguardo femminile sul mondo, uno sguardo che guida però verso una via d’uscita, fatta di sentimenti.

 

 

Perché quest’attenzione al microcosmo umano, da cosa nasce?

 

–          Io amo definirmi una “ cantastorie” più che una scrittrice. Mi interessa osservare le vite delle persone. Non si tratta di eroi ma di persone che vivono alla periferia della propria esistenza, che non stanno al centro e mi piace osservarne i dettagli per ricostruire le storie, che compongono la variegata commedia umana.

 

 

–          Perché la scelta di integrare nel testo le immagini, ti affidi al potere evocativo delle stesse?

 

–          Si tratta di immagini surreali, fortemente simboliche, in bianco e nero e appartengono al giovanissimo illustratore Domenico Di Francia. Rappresentano un riassunto surreale delle percezioni degli stessi personaggi del libro, del loro intricato mondo interiore. Anche l’immagine di copertina, che mostra un paio di scarpe sospese su quello che sembra essere un tetto di un palazzo e in basso un labirinto, ha un’impronta fortemente simbolica. Il labirinto che si vede potrebbe essere quello della mente umana e l’immagine potrebbe evocare un volo mitico nell’anima. Non sappiamo però se il personaggio effettivamente si lancerà nel vuoto e questo è un tratto distintivo della mia scrittura, ovvero il finale aperto…

 

 

–          Nei tuoi racconti quindi al centro c’è l’uomo, le sue ansie, le sue paure. Esistono riferimenti letterari da cui ti senti più influenzata ?

 

–          Sicuramente mi sento molto vicina ad Alice Munro, scrittrice canadese del’900 che nei suoi racconti indaga le relazioni umane, viste attraverso la lente della vita quotidiana e allo scrittore statunitense Carver e alla sua narrativa breve. Protagonisti individui umili, spesso disperati, che si dibattono e si trascinano tra le difficoltà della vita dell’America di provincia. Un altro mio riferimento letterario è senz’altro Ernest Hemingway, con il suo stile essenziale e asciutto. C’è anche chi ha accostato la mia scrittura a quella di Anna Maria Ortese. Ma c’è una differenza importante, mentre infatti la sua è una scrittura dura, drammatica, che spesso non lascia scampo ai personaggi, nei miei racconti c’è un tocco di leggerezza, che anche nei momenti più difficili, non abbandona mai i peronaggi, che continuano, nonostante tutto, a guardare con stupore alla vita. C’è sempre una speranza, una via d’uscita per i miei protagonisti…

 

–          C’è sempre un viaggio nei tuoi racconti, che poi può considerarsi un viaggio dentro sé stessi?

 

C’è sempre un viaggio nelle mie storie, che spesso si conclude con elemento ricorrente che è il mare, che io amo particolarmente. Sono viaggi spesso simbolici, viaggi di ritorno, in cui i personaggi ritornano dentro di sé e hanno bisogno di riappropriarsi del proprio io e della propria intimità. Il viaggio quindi assume un aspetto quasi epico- eroico, ma all’interno della quotidianità, perché i miei protagonisti appartengono al mondo degli umili, ma attraversano un percorso che li porterà ad essere piccoli eroi delle loro degradate esistenze.

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Scritto da Valentina Soria


Mi chiamo Valentina Soria, sono giornalista pubblicista, laureata alla magistrale in Comunicazione Pubblica e d’Impresa. Mi interesso di comunicazione a 360°, dal giornalismo al copy writing alla cura di uffici stampa. Amo la mia terra flegrea e credo nell’importanza di dare “voce” alle piccole e grandi criticità del territorio con coraggio ed onestà.