Emergenza plastica, Greenpeace promuove l’iniziativa “plastic radar”

Si chiama “Plastic Radar”, l’iniziativa promossa da Greenpeace che permette di segnalare la presenza di rifiuti di plastica in spiaggia, in mare, nei fiumi e nei laghi, semplicemente con una o più foto da inviare, nel pieno rispetto della privacy, assicura l’organizzazione ambientalista (che da sempre si batte per la salvaguardia del pianeta), sul servizio di messaggistica istantanea Whatsapp al num. +39 342 37 11 267, attivo dal 6 luglio scorso. L’adesione all’iniziativa permette di raccogliere i dati ed elaborare le informazioni riguardo lo stato dell’inquinamento da plastica sulle nostre spiagge, nei nostri mari e lungo fiumi e laghi, al fine di individuarne le cause, i responsabili, e le aree più minacciate.

Come si partecipa: Contribuire a salvare l’ambiente e la nostra salute è facilissimo, bastano 5 step: 1. Scatta una foto al rifiuto in plastica trovato in mare, spiaggia, fiume, lago. 2. Invia la foto, con il rifiuto in plastica ben visibile, su Whatsapp +39 342 37 11 267. 3. Fai sapere a Plastic Radar: la tua posizione, la tipologia e la marca del rifiuto. 4. Dopo la segnalazione, getta il rifiuto nell’apposito contenitore della raccolta differenziata. 5. Condividi Plastic Radar sui tuoi gruppi Whatsapp e social.

L’allarme – È di 6 mila e 800 il totale delle segnalazioni ricevute da Plastic Radar soltanto lo scorso anno. Le bottiglie di plastica, che impiegano dai 100 ai 1000 anni per decomporsi, il prodotto più segnalato. A questo dato già allarmante se ne aggiunge un altro ancor più preoccupante: ogni anno, in Italia, circa 11 miliardi di bottiglie in plastica (PET) per acque minerali e bevande confezionate vengono immesse al consumo. Più del 60% di queste, ovvero 7 miliardi di bottiglie da 1 litro e mezzo non viene riciclata ma viene incenerita nei termovalorizzatori e nei cementifici, smaltita in discarica oppure dispersa nell’ambiente. E, come se non bastasse, le bottiglie non riciclate emettono una quantità di gas serra pari a 850 mila tonnellate di CO2 (anidride carbonica) contribuendo in modo massiccio all’inquinamento del pianeta. È quanto emerge dal recente rapporto di Greenpeace L’insostenibile peso delle bottiglie di plastica i cui valori citati si riferiscono esclusivamente alla produzione delle bottiglie in PET e non tengono conto delle emissioni generate nelle fasi successive, ad es. imbottigliamento, imballaggio secondario, pallettizzazione dei fardelli, solo per citarne alcune. “Nonostante questi numeri impietosi, le grandi aziende continuano a immettere sul mercato enormi quantitativi di bottiglie di plastica, non assumendosi alcuna responsabilità riguardo il corretto riciclo e il recupero” afferma Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia che chiede di recepire la direttiva europea che vieta la produzione dei prodotti di plastica monouso dal 3 luglio 2021, direttiva a cui l’Italia, prima in Europa per il consumo di bottiglie di plastica, non si è ancora adeguata.

Le richieste di Greenpeace: l’ONG si rivolge direttamente alle maggiori aziende produttrici di prodotti di plastica: Coca-Cola, Nestlé, PepsiCo, San Benedetto e Sant’Anna a cui chiede di: 1. ridurre drasticamente il ricorso a bottiglie in plastica monouso; 2. adottare sistemi di vendita basati su un elevato impiego di contenitori riutilizzabili; 3. lavorare insieme alle grandi catene di supermercati per installare stazioni di ricarica per le bevande. Queste aziende devono riconoscere una volta per tutte che la plastica monouso ha impatti distruttivi sulle persone e sul Pianeta, e devono impegnarsi ad abbandonarla completamente. Altrimenti, ben presto non resterà che un mare di plastica!

E la denuncia è più che condivisibile.

Scritto da Vania Cuomo


Laureata in Filosofia. Appassionata di arte e viaggi, musica e supereroi. Sensibile alle tematiche medico-sanitarie alle quali si avvicina come autrice di fumetti prima, social media manager e blogger poi. Coniuga giornalismo e social per diffondere una corretta informazione. Certa che il cambiamento di cui il mondo necessita sia, prima di tutto, culturale.