Diritto al voto e analfabetismo funzionale, come difendere la democrazia?

“Se non hai la minima idea di ciò che ti sta intorno, hai anche il dovere civile di non soggiogare il resto di noi alla tua ignoranza”. Così dichiara lo scrittore politico americano Harsanyi in un articolo, recentemente pubblicato sul sito wired.it dal titolo “Perchè c’è bisogno ancora del voto degli ignoranti”, che ha avviato un interessante dibattito all’interno della nostra associazione, “L’Iniziativa”.

L’articolo, come s’intuisce dall’affermazione di cui sopra, problematizza il suffragio universale sulla base non solo del pensiero dello scrittore, ma soprattutto di dati empirici rilevati in un sondaggio del 2013 operato dall’ Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), in cui l’Italia si classifica tristemente al primo posto per analfabetismo funzionale tra i paesi europei presi in esame. L’analfabetismo funzionale consiste nel non essere in grado, pur essendo capaci di leggere, scrivere ed effettuare calcoli matematici, di elaborare i dati raccolti in maniera tale da raggiungere un’effettiva comprensione delle questioni analizzate e, di conseguenza, della realtà empirica in senso esteso. Se a questo aggiungiamo “l’analfabetismo digitale”, che consiste nell’incapacità di distinguere una notizia vera da una bufala, nel verificare il contenuto di un link ingannevole  o nel seguire le normali regole di confronto sui social network, il quadro è completo.

Harsanyi propone l’introduzione di un terzo requisito per l’idoneità al voto, ovvero quello informativo (ad oggi gli unici due criteri sono quello anagrafico e quello cognitivo). Sarebbe problematico, tuttavia, applicare tale criterio: attraverso quale metodo si misurerebbe in maniera efficiente il grado di informazione di un cittadino? Un test sarebbe probabilmente riduttivo, così come un titolo di studio non sarebbe necessariamente una garanzia di cultura e di coscienza sociopolitica.

Una tesi come quella dello scrittore americano desta ovviamente scalpore in una società democratica, in cui il diritto al voto costituisce ormai già dal secolo scorso la principale ed incontestabile espressione di democrazia diretta dal basso. Per analizzare in maniera efficiente la questione, occorre tuttavia contestualizzarla. Se esaminiamo il momento storico che la società vive, riscontriamo evidenti segni di involuzione e divisione. Innumerevoli i casi empirici a tale proposito: la Brexit, la vittoria di Donald Trump alle elezioni statunitensi, le proteste anti – immigrazione a Ferrara, solo per citarne alcuni tra i più recenti. Tali avvenimenti, lungi dall’essere slegati l’uno dall’altro, sono frutto di una realtà politica, economica e socioculturale densa di contraddizioni e difficoltà, che lascia ampio spazio al malcontento generale, ai populismi, alla ricerca del beneficio immediato piuttosto che del miglioramento dalla radice, creando dunque le condizioni per lo sviluppo di punti di vista elitari e classisti. In uno scenario simile è facile farsi attanagliare dalla pericolosa sensazione di sfiducia verso la politica o, in senso più ampio, verso le scelte compiute dal genere umano. Come è altrettanto semplice e pericoloso identificare in una classe sociale umile e disinformata la responsabilità dello scatafascio in cui ci troviamo. Un atteggiamento indifferente e rassegnato ne è senza dubbio complice; tuttavia, il vero nemico non è la popolazione ignorante e disinformata, bensì l’ignoranza e la disinformazione – e chi dall’ignoranza e dalla disinformazione del popolo ci guadagna. Tali tesi possono sembrare un retaggio idealista ed anacronistico di tempi ormai andati, ma la realtà è che la storia conferma il concetto espresso: le classi umili sono sempre esistite, ma al momento della loro entrata in scena nel panorama politico si sono dimostrate partecipative e propositive; l’importante ruolo che esse hanno svolto nei movimenti sociali e alle elezioni del secolo scorso lo testimoniano.

IL CASO ITALIA – Cos’è cambiato da allora? Perché la partecipazione alla vita politica è calata così drasticamente?

Settant’anni fa era sicuramente forte il desiderio di riscatto nel nostro Paese, il bisogno di far sentire finalmente la propria voce dopo anni di guerra e di dittatura fascista, in cui i cittadini avevano visto i loro diritti repressi uno dopo l’altro. Secondo le statistiche, il livello di partecipazione è diminuito progressivamente a partire dagli anni ’70, quando con la “questione morale” evidenziata da Berlinguer – l’allora segretario del Partito Comunista Italiano – fu portata alla ribalta la corruzione dei partiti politici. A questo proposito, un altro dato essenziale per comprendere la trasformazione sociale in atto già da decenni è proprio quello del decadimento dei grandi partiti di massa e dei sindacati. Di quegli organi che all’epoca svolgevano la vitale funzione di raccordo tra politica e popolo oggi non resta che il ricordo, in alcuni casi il fantasma. E il problema è che non sono stati sostituiti da niente altro. Ne consegue in maniera evidente che il cancro della società odierna è costituito da un mix di fattori che hanno origine da poche, essenziali matrici. L’impossibilità dei cittadini di sentirsi rappresentati dalla classe politica, la crescente sfiducia nei riguardi del ceto dirigente, una politica ormai tristemente ridotta a marketing e comunicazione, perfettamente in linea con un assetto societario in cui non ci sono punti di riferimento da cui partire per ridisegnare la realtà, in cui il senso di comunità viene meno ed è rimpiazzato da un individualismo acuto e sterile, che non permette l’organizzazione e la cooperazione. Una “società liquida”, citando Bauman. È proprio la mancanza di organizzazione e cooperazione che acuisce la frattura tra popolo e potere: a questo punto il popolo non può che frammentarsi, affidandosi a chi alimenta tali divisioni.

Alla luce di tali argomentazioni, la risposta alla questione posta in partenza, sull’efficienza o meno del suffragio universale non può che essere quella di evidenziare come la limitazione il diritto fondamentale al voto provvederebbe drammaticamente a ghettizzare ancor di più le fasce escluse, con tutti i rischi che tale deriva conseguono. È necessario ribadire non solo l’importanza dell’inclusione della cittadinanza tutta alla vita politica, ma anche e soprattutto l’incremento di una partecipazione che sia consapevole e critica, con gli strumenti della cultura, dell’informazione, della conoscenza. Perché se è vero che ci troviamo in una “società liquida”, se è vero che la strada che stiamo percorrendo ci allontana sempre più da qualsiasi prospettiva di miglioramento, allora è più che mai doveroso invertire il senso di marcia piuttosto che lasciarsi trascinare inermi da una corrente che conduce al baratro.

Scritto da Martina Brusco


Nata a Napoli nel 1996, residente a Pozzuoli. Studentessa di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale. Entra a far parte dell’associazione e testata giornalistica “L’Iniziativa – Voce Flegrea” nel 2014, con il desiderio di coniugare la passione per il giornalismo e la politica all'impegno sociale sul territorio.