Menu principale:
Archivio
Articoli & ricerche a cura di Gennaro Chiocca
La Repubblica romana si estese alla Campania
La nascita del primo "mercato comune", oltre 2000 anni fa
Intorno al 338 a.c. quasi tutte le città della Campania Felix aderirono alla Repubblica Romana. Gli antichi spiegarono questo evento con un termine che si avvicina al concetto giuridico della donazione: "deditio". Capua, Acerra, Atella, Avella, Caiatia, Cuma, Suessuola divennero romane "sine suffragio". Secondo il modo di pensare dei romani, essi non ebbero bisogno di usare la loro forza militare per convincere quei popoli a partecipare al grande mercato comune in costruzione, ma furono queste città che si "donarono". Tutte situate nella fertilissima (felix) pianura nord-campana, mantennero la loro autonomia, come attestano anche le numerose monete ritrovate e chiaramente attribuibili alle varie comunità citate. La via Appia da Roma raggiungeva Terracina e collegava Fondi e Formia, romane sine suffragio al 338 a.c. circa, fino alla Campania. La deduzione delle colonie di diritto latino di Cales (334) e di Fregellae (328), nonché la costruzione della via latina che garantiva le comunicazioni da Roma, attraverso il Lazio Aggiunto (Latium adiectum), fino a Capua in direzione sud, resero possibile la creazione di un libero e prospero mercato che unì area ed abitanti in ogni aspetto. Al punto che qualche secolo dopo Augusto, nella riforma delle amministrazioni territoriali, la pone come I regione "Lazio et Campania". Il completamento però, avvenne con un ulteriore capolavoro politico: nel 326 a.c. la Repubblica stabilì un equo foedus con Napoli definita "ottimo iure". Fu un trattato alla pari tra 2 stati e tale rimase fino alla conclusione della guerra sociale, quando ai napoletani fu assegnata la cittadinanza romana (89 a.c.).
La Repubblica Romana, divenuta potenza economica, era ormai pronta per uscire dal provincialismo. Grazie a Napoli ci riuscirà introducendo nel commercio uno strumento essenziale per la costruzione di un grande mercato comune: la moneta. Alla fine del IV sec. a.c. l'uso della moneta costituiva ancora essenzialmente un mezzo per il pagamento di mercenari, ma seppur con lentezza iniziava a sostituire pseudo-monete come le barre di bronzo romane, a dir poco ingombranti. La prima moneta romana fu coniata a Napoli e portava la legenda "romano" scritta in greco, la seconda recava la stessa legenda scritta in latino. Le monete napoletane, con una massiccia circolazione in tutta l'area romana favoriranno lo scambio di merci ed il corrispondente benessere.
In effetti si erano determinate condizioni storiche tali da rendere l'economia e gli interessi delle città del Lazio meridionale complementari a quelle della Campania settentrionale e viceversa. Anche le strutture istituzionali erano simili ed avevano in comune la partecipazione delle classi meno abbienti al governo dello Stato e questo precludeva a ristrette oligarchie ogni possibilità di impadronirsi del potere politico. L'uniformità culturale rendeva inclini quei popoli a sentirsi parte di una grande comunità in grado di assorbire le diversità che pure esistevano.
Nell'analisi di questo evento deve essere considerato che per la prima volta interi popoli rinunciavano alla propria individualità, preferendo far parte di un soggetto politico assolutamente nuovo. L'adesione delle città campane alla Repubblica Romana renderà irreversibile il cammino dell'uomo occidentale verso la costruzione di una società universale. Per considerarne la grandiosità basta una sola riflessione: solo dopo 2300 anni sorge in Europa un progetto dalla stessa valenza politica, il Mercato Comune Europeo costruito con norme comuni per diversi Stati.
Gli etruschi: il popolo che vinse la morte
Nel 1985 alcune regioni, diverse province e numerosi comuni del centro Italia promossero il "progetto etrusco". Furono organizzate ben 20 mostre a carattere nazionale ed innumerevoli iniziative minori. Finalmente, i magnifici tirreni uscirono dall'oblio e ritornarono nel mondo reale, il grande pubblico iniziò a conoscerli senza il pesante velo del luogo comune che li voleva misteriosi, incomprensibili, estranei alle radici della civiltà occidentale. Grazie a valentissimi e tenaci studiosi abbiamo appreso inconfutabili verità.
L'evoluzione che portò alla formazione del popolo etrusco iniziò ben 2500 anni a.c. e riguardò un territorio che andava dai primi contrafforti alpini (Mantova) al vallo di Diano. Dal Veneto meridionale, la Romagna e le Marche settentrionali, superati gli Appennini tosco emiliani includeva tutta la fascia tirrenica fino a Sala Consilina. Alla fine dell'età del bronzo, nel 1100 a.c. circa i pastori guerrieri appenninici, che già formarono una cultura unitaria nell'area descritta, avevano ormai sviluppato una agricoltura fiorente, i villaggi sparsi si riunirono per formare grandi comunità (proto villanoviani) e con l'età del ferro, nel IX sec. a.c. circa, iniziò l'urbanizzazione e l'organizzazione della società villanoviana-etrusca.
Ad assumere il potere politico fu una classe sociale aristocratica. Gli etruschi entrano a pieno titolo nella grande civiltà mediterranea, insieme a fenici e greci. Come questi, le loro città costituivano un'entità statuale autonoma e si reggevano su una economia di mercato che permetteva scambi mercantili e culturali senza steccati etnici. Con opere di grande ingegneria idrica riuscirono ad irreggimentare le acque dei grandi fiumi. Lavorarono i metalli realizzando il più grande centro siderurgico dell'antichità (Populonia); l'arte orafa raggiunse livelli artistici di tale bravura (Vetulonia), che ancora oggi non è stata neanche eguagliata. Capua e Pontecagnano si contendono il primato dell'applicazione del primo "Piano Regolatore Urbanistico" ben 150 anni prima del pur bravo e famoso Ippodamo da Mileto. Entrambi i centri attuarono una divisione ortagonale dell'abitato, funzionale alla disposizione dei vari quartieri e posero le necropoli al di fuori del perimetro cittadino.
Più di ogni altra manifestazione di cultura o di tecnologia però, gli etruschi ci stupiscono per la magnificenza e la ricchezza delle loro tombe gentilizie (familiari). I corredi non erano dedicati ad una singola persona come per i principi di omerica memoria, ma a tutti coloro che venivano sepolti nelle stessa tomba familiare, a prescindere dal rito crematorio o ad inumazione, uomini, donne o bambini che fossero. Anche se il richiamo all'ideale eroico miceneo è forte non è la spiegazione di questa usanza, almeno non la sola.
Ogni centro abitato aveva le sue necropoli che erano lo specchio della città dei vivi. Le tombe, sempre più evolute dal punto di vista architettonico, non erano singole, ma destinate ad ospitare i componenti familiari che nel tempo passavano ad un mondo diverso, ma in continuità con quello vissuto, visto che i corredi erano costituiti da oggetti che avevano usati in vita. Dalle armi ai libri, dai gioielli alle ceramiche di uso comune, dal carro ai giocattoli per bambini, al congiunto trapassato non doveva mancare nulla nel nuovo mondo; egli, dunque, continuava una sorte di vita tesa a proteggere i propri cari comunicando con loro nel sogno. I vivi si sentivano rassicurati e non avevano bisogno di alcuna divinità a cui affidarsi (fino all'arrivo degli Dei portati dai greci intorno al 550 a.c.). Gli etruschi onoravano i propri morti e in determinati giorni dell'anno, stabiliti dal magistrato (autorità) competente, si recavano a far visita nella loro "casa" che tenevano sempre curata, festeggiando con lauti banchetti. Questo rapporto non può essere definito culto dei morti perché questi non venivano adorati e mai gli etruschi li hanno "deizzati". Il rapporto restava confidenziale, caldo e protettivo come si conviene tra familiari. La morte era concepita come un evento naturale che permetteva al congiunto di proseguire il suo ruolo familiare in altro modo e tuttavia necessario ai vivi per continuare una esistenza opulenta, ma intrisa di cultura, aristocratica e nel contempo aperta. La morte, dunque, non provocava traumi e se gli etruschi non la vinsero completamente, forse perché restava la mancanza del contatto fisico con i sepolti, ci andarono certamente vicino.
Questa grande civiltà raggiunse il suo massimo splendore intorno al 550 a.c., dopo inizia un'altra storia, non meno affascinante, ma comunque diversa.
Le origini e l'avvento del Cattolicesimo
A partire dalla scomparsa di Cristo, nel corso di circa tre secoli il cattolicesimo, pur restando una confessione assolutamente minoritaria, si era sviluppato abbastanza in tutto l'Impero romano. Era organizzato in diocesi quasi tutte urbane, guidate dal vescovo che, oltre alle anime attendeva anche ad aspetti secolari. Considerata l'alta autorità morale del vescovo, i suoi pareri e consigli col tempo divennnero vere e proprie norme o sentenze atte a regolare i rapporti giuridici all'interno della comunità religiosa. Questa comunità, grazie a donazioni e lasciti di componenti ricchi, riuscivano ad avere cura di indigenti poverissimi. I primi luoghi di culto venivano edificati, ma sarebbe più corretto dire scavati, in fondi privati resi disponibili. Si trattava delle famose "catacombe", dove i fedeli ambivano a trovare anche la loro sepoltura accanto ai santi martiri. Qui si officiavano i riti sacri ed i vescovi trasmettevano il Verbo. Per renderli degni, questi ambienti venivano affrescati, dipinti e decorati, nasceva così un'arte che è stata definita sacra per i riferimenti a simboli e figure religiose a cui si ispirò.
I contrasti tra i vescovi e le autorità imperiali su quale giurisdizione (vescovile o civile) dovesse pronunciarsi sui lasciti e sulle eredità, quando componenti della stessa famiglia, ma di religioni diverse, entravano in lite, esplose in tutta la sua drammaticità all'inizio del '300. La cosiddetta persecuzione di Diocleziano rischiò di decapitare letteralmente il cattolicesimo. I vescovi che decidevano di emettere sentenze basandosi su canoni di comportamento (diritto canonico) dei litiganti in causa e non sul diritto civile romano vigente, come avveniva nei tribunali, venivano processati e condannati alla decapitazione insieme ai diaconi loro aiutanti. I beni illegalmente incamerati dai vescovi vennero tutti confiscati rendendo impossibile l'opera delle comunità cattoliche. Nel 311, per complesse motivazioni politiche, l'imperatore Galerio ordinò la cessazione della ricerca e condanna dei vescovi che si sostituivano ai giudici, ovvero finì la persecuzione diocleziana. Due anni dopo il nuovo imperatore Costantino emanò lo storico editto destinato a cambiare il Mondo. I beni confiscati vennero restituiti ai vescovi che furono esentati da ogni tributo ed ebbero, inoltre, la facoltà di amministrare il diritto civile nelle basiliche, luoghi pubblici dove operavano i tribunali posti in genere nelle vicinanze del foro della città. Costantino, in quanto pontefice massimo, si comportò come capo della chiesa cattolica e guardiano della sua confessionalità. Convocò il consiglio di Nicea, dove furono prese decisioni ancora oggi alla base della religione cattolica.
Nel 380 l'Imperatore Teodosio stabilì che il diritto civile venisse amministrato esclusivamente dai Vescovi, le basiliche poste sotto la protezione di santi martiri si trasformarono in luoghi di culto.
Nel 435 l'imperatore Teodosio II comandò che tutti i templi pagani ancora in piedi, dopo l'ondata distruttiva dei fanatici cattolici, venissero trasformati in chiese, dopo opportuna "purificazione". Le catacombe furono progressivamente abbandonate, ma vissero fino a tutto il VI secolo.
Le testimonianze archeologiche rinvenute sul territorio
A Cuma il riscontro archeologico delle fonti storiche è particolarmente chiaro. Giunti appena sull'Acropoli ritroviamo il Tempio di Apollo, mentre sulla sommità vi è quello cosiddetto di Giove. I resti architettonici greci di queste due opere sono visibili solo all'occhio dell'esperto, mentre più evidenti sono le tracce romane, ma per entrambi la trasformazione in chiese cattoliche è evidentissima. Il podio del tempio di Apollo è colmo di fosse sepolcrali cristiane. Doveva essere una chiesa parrocchiale poiché la più maestosa sulla cima dell'Acropoli presenta chiari elementi per ritenerla cattedrale. Venne così chiamata la principale chiesa della diocesi per la presenza del trono o sedia del vescovo che dalla sua cattedra insegnava il Verbo (quindi cattedrale). L'acropoli, sebbene fulcro della città, era fuori dall'abitato. La presenza della strada lastricata tra le due chiese rende il sito un complesso, una meta di pellegrinaggio e di sacre processioni dei devoti alle reliquie dei santi venerati. I materiali usati e lo stile architettonico indicano che i templi di Cuma furono trasformati in chiese alla fine del V o all'inizio del IV secolo. Alla stessa epoca risale la cattedrale-duomo di Pozzuoli (in quanto domus, cioè casa del Vescovo), l'antico tempio di Augusto venne trasformato in chiesa dedicata al protettore della città San Procolo.
Il vescovo di Benevento Gennaro, insieme al diacono Sossio di Miseno, al vescovo di Pozzuoli Procolo, Festo e Desiderio di Benevento e Acuzio ed Eutichete di Pozzuoli, furono decapitati nei pressi della Solfatara il 19 settembre "temporibus diocletiani" che la tradizione vuole il 305. Le spoglie di San Gennaro furono poi tumulate nel sepolcro gentilizio della famiglia Januaria alle falde dei colli Aminei presso Capodimonte, ovvero nella catacomba di San Gennaro.
San Procolo, Sant'Acuzio e Sant'Eutichete, secondo gli acta vaticana furono posti nel sepolcreto annesso ad un luogo di culto dedicato a Santo Stefano chiamato "stefania". Questo luogo è stato talvolta definito Basilica o Cattedrale, ma per il 305 tali titolazioni sono assolutamente improprie. Il sito indicato che si trova a Pozzuoli in località Cigliano nel fondo Barletta, fa parte di una villa rustica e non ha niente in comune con le catacombe, unici luoghi di culto cristiano dell'epoca, per i quali non venivano utilizzate strutture esistenti, ma erano scavate ex novo o ampliate da sepolcreti. Per verificare la storia bisognerebbe ritrovare il foro di Puteoli e quindi la basilica che, secondo alcuni studiosi, si troverebbe nell'area dove attualmente insiste il cinema Sofia.
Lo stadium di Pozzuoli - oltre la storia
Sono ormai due anni che un finanziamento di 3 milioni e mezzo di euro nell’ambito del Pit Campi flegrei, ha permesso di avviare e portare quasi a termine i lavori di recupero e valorizzazione di uno straordinario monumento: lo stadio, risalente alla metà del secolo d.c. (l’epoca d’oro e della fiorente Puteoli) ma che inspiegabilmente, quasi dimenticato, è rimasto fuori dai circuiti turistici.
Gli archeologi hanno discusso per decenni sulle rovine che affioravano lungo la via Domitiana: si trattava di un circo o di uno stadio? Nel 1976 in un convegno internazionale sui Campi flegrei promosso dall’Accademia dei Lincei, l’archeologo Ferdinando Castagnoli presentò un suo attento lavoro dimostrando definitivamente che si trattava di uno stadio. Ricordiamo, del resto, che nel circo si svolgevano in prevalenza sfide equestri, mentre lo stadio era destinato all’atletica, particolarmente popolare nelle zone di preminente cultura greca. In verità, diversi indizi erano noti da tempo. Citiamo, ad esempio, il vaso di Praga, raffigurante i monumenti di Pozzuoli e, tra questi, un edificio indicato “stadium”. Sono state ritrovate, inoltre, numerose iscrizioni greche che si riferiscono ai vincitori di giochi ginnici a Pozzuoli in occasione delle feste Eusebeia, che secondo le fonti l’imperatore Antonino Pio istituì in onore di suo padre adottivo Adriano. Nel II secolo d.c. in Italia solo due città disponevano di uno stadio: Roma e Puteoli. Si comprende, quindi, l’importanza del restauro dei resti di Pozzuoli che è quasi ultimato. Il luogo dello stadio romano è stato individuato in Piazza Navona e ne sono visibili pochi resti. Per ammirare le forme architettoniche dell’antico stadio, anche se non in tutta la sua magnificenza, sarà possibile solo a Pozzuoli, altrimenti bisognerà andare in Grecia orientale.
Gli esperti hanno calcolato che lo stadio puteolano misurava metri 260 x 65. Partendo dall’entrata chiaramente individuata e restaurata, lo stadio si allunga in direzione ovest attraversando l’odierna via Domitiana, raggiunge un attuale distributore di carburanti dall’altro lato e, poi ….. precipita lambendo virtualmente l’entrata dello stadio che nella prima metà del novecento vide le imprese sportive dei “diavoli rossi” della gloriosa Puteolana (scherzi del destino).
Il crollo di parte dello stadio nella sottostante pianura è certamente dovuto allo sprofondamento della parte meridionale della “Starza” (il rialzamento alla base del Monte Gauro). Un fenomeno violento durato giorni o forse addirittura ore, sicuramente traumatico, ma quando è avvenuto? Fin dai primi anni del 1800 eminenti studiosi si sono impegnati per capire il fenomeno del bradisisma che ha interessato per secoli la zona flegrea. Esso si manifesta in due fasi: l’ascendente, che si è sempre verificata in concomitanza di fenomeni di vulcanesimo, e la discendente, nei tempi intermedi. Sono state attuate misurazioni, fatte comparazioni con altre zone, applicate le conoscenze di varie scienze ed elaborate, infine, diverse teorie. Al momento, però, nessuno studioso ha considerato la possibilità che si possa verificare una discesa improvvisa dall’impatto catastrofico. Il nostro antico stadium, muto testimone, afferma invece che è possibile.
Resti di San Vito: un popolo che si evolve
Pompei è di certo il sito archeologico che mostra con chiarezza un’importante fase della civiltà romana. Come sappiamo, il 79 d.c. è una data fatidica: dai suoi resti viene in risalto soprattutto l’aspetto post-repubblicano. Ma per conoscere nei dettagli come si svolgeva la vita nel pieno del periodo dell’Impero, dopo la città di Roma, bisogna studiare Pozzuoli.
Puteoli fu una delle principali città imperiali, uno dei cuori pulsanti dell’economia del mondo antico. Insieme al porto e le attività di trasformazione dei prodotti agricoli, un fiorentissimo artigianato dava lavoro a migliaia di salariati. Gli schiavi, anche se presenti, restavano solo una componente della manodopera complessiva, in genere addetti ai lavori domestici dei ricchi patrizi.
All’inizio del IV secolo d.c. Puteoli raggiunse i 200 mila abitanti. La città, partendo dal nucleo intorno al Rione Terra, si estese verso Neapolis lungo la via Antiniana ed in direzione Capua, passando per il Quarto miglio lungo la via consolare Campana. Il costume etrusco (e quindi romano) del VI sec. a.c., che voleva luoghi esclusivi per le sepolture ubicati all’esterno del perimetro cittadino, era stato superato da tempo. I ricchi facevano erigere mausolei per se e la propria discendenza ai lati delle vie principali, affinché tutti conoscessero la loro magnificenza e a via Campana ne troviamo diversi. Il popolo onorava i suoi morti e riteneva che questi vegliassero sui vivi. L’usanza era di incenerire i defunti, porre i resti in urne ed esporli nella propria casa in piccole edicole, magari con dediche che esaltavano le virtù di colui che vi era deposto. Sia in via Celle che a San Vito, cioè lungo l’antica via Campana, sono stati riportati alla luce numerosi resti archeologici risalenti fino alla prima metà del III sec, che ben documentano quanto sopra descritto.
Nella prima metà del secolo scorso diversi storici ed archeologi ritenevano di riconoscere e distinguere le varie civiltà dal modo di seppellire i morti, sostenendo spesso antistoriche invasioni e sovrapposizioni di popoli, basandosi su ritrovamenti di tombe "ad incinerazione" frammiste a quelle ad inumazione, cioè seppellimento in bare. A lungo si è pensato di attribuire al popolo invasore le tombe più recenti, poichè l'assunto era che ad un rito corrispondeva un popolo.
Sulla via Campana sono state scavate tombe ad incinerazione e a qualche decina di metri sepolture ad inumazione che finirono per prevalere alla fine del 300. Gli studiosi che sostengono che uno stesso popolo può presentarsi con aspetti diversi, perché la cultura si evolve e si trasforma a prescindere del rito e dal modo di seppellire i morti, trovano a Pozzuoli una indiscutibile dimostrazione. Sappiamo bene che tra il 200 ed il 300 nessun popolo ha invaso e occupato militarmente l’Italia né tantomeno Puteoli e le sepolture, ancorché diverse, appartengono alla stessa civiltà.
Dalle testimonianze archeologiche di via Celle e San Vito si evince che nella Puteoli romana i defunti venivano onorati con festeggiamenti e grandi libagioni non solo in occasione del rito di sepoltura, ma in giorni stabiliti dal calendario che le autorità civili e religiose predisponevano ogni anno.
Il consuolo
Ancora qualche decennio scorso, anche nel napoletano, in occasione della perdita di un proprio caro, nel giorno del funerale i vicini di casa con cui ci si “trattava” in modo più che amichevole, si facevano onere di offrire ai parenti stretti del morto il “consuolo”, ovvero un lauto pranzo da consumarsi in onore del defunto ricordando le sue qualità.
Vivara, eccezionali scoperte dell'età del bronzo
Sull'Isola dei Campi flegrei la civiltà micenea comincia una nuova evoluzione
I ritrovamenti
I primi saggi di scavi nell’isolotto di Vivara, vicino all'isola di Procida, furono condotti intorno al 1930 dal giovane Giorgio Buchner, nella ricerca di dati per la sua tesi di laurea sulla vita nelle isole flegree dalla preistoria ai romani. A Punta Capitello emersero ceramiche riconducibili alle culture proto appenninica XVII - XV sec. a.c. ed appenninica fine XV inizi XIII sec. a.c. Queste culture interessarono tutto il centro-meridione italiano. Consistenti tracce sono presenti anche nella zona flegrea. Due frammenti però, risultarono di particolare rilievo: datati al 1475 a.c. circa, provenivano dalla Grecia micenea. Nonostante l’enorme interesse suscitato, ulteriori scavi sono ripresi solo nel 1975 dalla università La Sapienza di Roma, per la vastità e la ricchezza archeologica del sito, le ricerche proseguono ancora oggi. A Punta Mezzogiorno è stato individuato l’insediamento più antico, fine XVIII inizio XVII sec.a.c. ed è apparso chiaro un intenso contatto con la coeva cultura eolica detta di Capo Graziano.
La storia
Il momento di massimo sviluppo di Vivara può essere colto a Punta d’Alaca ed è compreso tra gli inizi del XVI e la metà del XV sec. a.c.. Sono state ritrovate numerose scorie di minerali che indicano una sostenuta lavorazione di rame e bronzo. Sulla grande massa di resti ceramici di diverse provenienze è stato fatto uno studio che ha permesso di tracciare una rotta marina e relativi punti di appoggio. Senza alcun dubbio, Vivara costituì uno dei più importanti snodi commerciali dei micenei che interessò il Tirreno settentrionale e la Sardegna, le isole Eolie e la Sicilia, le coste ioniche ed il golfo di Taranto e, proseguendo verso sud, le coste dell’Elide e della Messenia, arrivando alle Cicladi ed all’Egeo orientale.
Le ricerche subacquee hanno reso possibile la ricostruzione virtuale del porto con i suoi magazzini scavati nel tufo, ma sono presenti anche alzati in legno. Il cratere di Vivara a quel tempo usciva dal mare di ulteriori 10 metri, ciò significa la presenza di una larga spiaggia dove le navi (non più lunghe di 15 metri) venivano tirate a secco per la normale manutenzione o eventuali riparazioni.
I sistemi di scrittura e contabilità
La gestione di un tale scalo commerciale presuppone una contabilità che veniva efficacemente tenuta grazie ad un complesso sistema di computo e memorizzazione a mezzo di tokens fittili, senza lo strumento della scrittura. (?) La civiltà egea aveva elaborato una scrittura proprio in funzione della contabilità, necessaria alla gestione di una economia ridistribuiva come quella “palazziale” e nella sua evoluzione, intorno al 1450 a.c. circa, era pervenuta al “lineare B”. Questa scrittura venne usata a Creta e nelle città micenee della Grecia continentale, è attestata nel Peloponneso e nella Beozia. Perché è assente a Vivara?
L'ipotesi
Nella civiltà egea il “palazzo” era il centro politico ed amministrativo da cui dipendevano anche i villaggi del territorio, era compito precipuo degli scribi tenere una precisa scrittura funzionale alla gestione economica. Considerando l’accentramento politico si è ritenuto, altresì, che fosse l’autorità palazziale ad armare le spedizioni navali, ma la quasi totale mancanza di riscontri scritti negli archivi portati alla luce poneva non poche perplessità. Riflettendo sul fatto che il Wanax, reggente del palazzo che costituiva la massima autorità nella società micenea, era diverso dal Basileus (capo di un gruppo di uomini) che dirigeva il villaggio ed era anche titolare di alcuni diritti reali (proprietà di appezzamenti agricoli), alcuni studiosi hanno ipotizzato che il villaggio avesse una certa autonomia politica ed economica sufficiente ad organizzare il commercio navale. Ma ben altra cosa è la gestione di una comunità, specialmente se per il suo stesso equilibrio sono necessarie soluzioni di problemi sociali generati da rapporti economici complessi tra i suoi componenti e della comunità verso l’esterno. Ebbene, ora sappiamo che a Vivara non operava lo scriba contabile, ma l’antenato del calcolatore funzionò perfettamente. Generò, inoltre, nuovi tipi di rapporti umani che saranno l’embrione di una nuova organizzazione sociale. In definitiva Vivara costituisce il primo esempio di superamento della società “palazziale”.
Campi flegrei: il mito e la storia
Partendo dal mito si può ricostruire la storia? Nel rispondere a questa domanda diversi studiosi e cultori sono incorsi in clamorosi abbagli. Si è verificata spesso l’impossibilità di collegare il mito alla storia e in taluni casi, forzando vacue ipotesi, si è finito per sconfinare nella pura fantasia. Attualmente è ritenuto opportuno seguire il metodo razionalista, ovvero di trovare prima le testimonianze certe e solo dopo individuare il nucleo storico costituito da un fatto o da un evento su cui è stato costruito il mito.
I campi flegrei, cioè campi ardenti e l’Averno, che permetteva l’accesso agli inferi, costituiscono di per sé un mito. Su questo territorio Omero collocò il luogo dove Ulisse entrò nel mondo dei morti. Strabone, riprendendo il poeta Eforo che a sua volta aveva attinto ad antiche leggende, ci porta a conoscenza dei Cimmeri, misterioso popolo che abitava in caverne sotterranee di argilla ed usciva solo di notte per dare vaticini (presagi) in cambio di doni. Fu allontanato dalle nostre terre da un altrettanto misterioso re scontento delle previsioni ricevute.
Questi i miti, proviamo ora a considerare la realtà.
Sappiamo dai vulcanologi che la zona flegrea fu interessata, dal 1800 al 1500 a.c., da grandi eruzioni che formarono i crateri di Agnano-Montespina, degli Astroni, del Senga e dell’Averno. Non ci sono difficoltà ad immaginare come si presentassero in quegli anni i Campi Ardenti. L’Averno cominciò ad abbassarsi permettendo infiltrazioni dal mare fino a formare il ben conosciuto lago. Per diversi decenni la fuoriuscita di gas e vapori che la presenza di acqua aumentava a dismisura, dovettero dar luogo ad uno spettacolo grandioso. Sappiamo ancora che la catastrofica eruzione del Somma-Vesuvio del 1700 a.c. circa, chiamata delle "Pomici di Avellino" cancellò in vaste zone della Campania insediamenti del bronzo antico. La presenza di appartenenti a questa cultura, che troviamo spesso abitare in caverne con pavimentazioni di argilla, è stata ritrovata a Licola e Monterusciello. Indizi formidabili per un collegamento tra mito e realtà che non davano luogo, però, ad ulteriori riflessioni perché ci si doveva arrestare di fronte ad un fatto logicamente insormontabile: tracce di micenei ad Ischia e Vivara risalivano al 1350 a.c. circa. Qusti, pertanto, non potevano aver visto eventi relativi ad alcuni secoli precedenti. La riprova che in quell'epoca i fenomeni dell’Averno fossero rientrati in una normale attività fumarolica, è il ritrovamento di tracce abitative sepolte sotto le ceneri dei Fondi di Baia che si formarono nel 1350 a.c. circa. Dimore stabili erano a poche centinaia di metri dall’Averno.
La scoperta
Scavi archeologici sono stati condotti a Vivara dal 1975 da valenti istituti ed università e proseguono ancora oggi. Da pochi giorni è reso pubblico un primo risultato di scavi relativi agli inizi del XVI fino alla prima metà del XV sec. a.c. A Punta d’Alaca è stato riportato alla luce un grosso villaggio collegato da una scala scavata nel tufo al sottostante porto nella baia di Genito. Vivara e Procida a quel tempo erano unite. Dalle scorie di rame e bronzo analizzate e studiate, sappiamo che i vivaresi lavoravano i minerali provenienti dalla Sardegna e dalla Toscana che sotto forma di “pani” venivano trasportati in tutto l’Egeo. La ceramica ritrovata ci indica, per la molteplicità dei siti di provenienza, che Vivara costituì un florido snodo commerciale, ponte di raccordo tra la civiltà egea e l’occidente mediterraneo. Resti di abitazioni sia a Punta Mezzogiorno che a Punta Capitello sono databili dal 1700 al 1650 a.c. Maggiore precisione ci sarà al momento della pubblicazione, fin d’ora però possiamo affermare che i micenei di Vivara ebbero la possibilità di osservare gli spettacolari fenomeni dell'Averno e stabilire contatti con i popoli proto-appenninici della zona, che - ancorché abitanti in caverne - praticavano l’agricoltura e l’allevamento.
A Vivara sono stati ritrovati anche fossili di legumi (fave, piselli, lenticchia), che nell’isola non avrebbero certamente trovato spazio per la coltivazione. Potevano essere scambiate, quindi, solo con gli "argilloi". Gli egei di Vivara avevano conoscenza degli splendidi palazzi minoico-micenei, altro che caverne: questa possibilità era del tutto assente nel loro sapere. I Cimmeri, gli abitanti delle nostre terre, non potevano che apparire diversi e misteriosi e l’Averno, le cui mefitiche esalazioni impedivano di avvicinarsi anche agli uccelli, che altro poteva essere se non l’entrata dell’Ade? La nostra terra, per essere entrata nelle leggende egee, faceva parte di questa civiltà? Il mito lo aveva indicato, Vivara ci ha consegnato le prove.
Cuma villanoviana, incontro di civiltà:
una storia ancora sconosciuta
Campania: le prime civiltà
La nostra regione, luogo di incontro tra culture fin dalla preistoria, rivestì un ruolo determinante nell’evoluzione della civiltà. La frequentazione antichissima di genti provenienti dall’Area Egea stimolò aperture culturali tra le comunità locali già nell’età del rame (calcolitico).
Nell’età del bronzo, dal 1700 a.c. circa, è accertata a Vivara la presenza stabile di micenei ed il fatto significativo è che convissero con le comunità dell’area flegrea già allora densamente abitata. Tracce di presenza umana nel suo divenire culturale sono state ritrovate a Licola e Monteruscello (1800 a.c. circa), a Monte S. Angelo (1500 - 1400 a.c. circa) ed in località Montagna Spaccata (1300 - 1200 a.c. circa). Anche ad Ischia è ampiamente documentata la presenza di abitati riferibili alla cultura appenninica (1300 - 1100 a.c. circa) negli stessi siti di Castiglione e Monte Vico dove è stata ritrovata ceramica micenea datata tra il 1450 ed il 1200 a.c. circa. Queste località furono coperte da uno spesso strato di sedimenti vulcanici in seguito ad una eruzione del monte Rodaro ed ancora oggi proteggono i resti archeologici che sono stati indagati solo superficialmente.
I rapporti tra micenei ed appenninici flegrei furono pacifici e non possiamo escludere relative integrazioni (matrimoni misti) considerando la secolare convivenza. Non ci meraviglia, quindi, che in età storica l’approccio dei nuovi coloni greci con i residenti campani fu diverso dalle altre aree della Magna Grecia e della Sicilia, dove fu conflittuale. Il precoce rapporto con l’evoluta civiltà egea, d’altronde, aveva certamente inciso sul processo culturale degli appenninici, che pur nelle loro peculiarità comuni a tutta l’Italia centro-meridionale, raggiunsero molto presto lo stadio della civiltà villanoviana, diventando fin dai primi contatti, in perfetta parità politica e culturale, degni partners commerciali delle colonie greche di Pithecusa, Cuma e poi di Poseidonia. Alla luce degli esiti storici e delle testimonianze archeologiche possiamo affermare che l’insediamento dei greci a Cuma e la definizione del suo territorio poté avvenire solo con il consenso di Capua etrusca. E’ significativo che una consolidata solidarietà tra i due importanti centri costituì una costante che durò circa 250 anni. L’abitato di Cuma villanoviana sorgeva sul promontorio che diverrà l’agropoli della polis greca, risale alla fine del bronzo e l’inizio della età del ferro, tra il X ed il IX sec.a.c.
Le ricerche e le scoperte archeologiche su Cuma
I primi scavi e relativi ritrovamenti furono effettuati da Emilio Stevens nel lontano 1878, a pochi anni dalla prima scoperta avvenuta nel 1853 a Villanova di una civiltà che dalla località prenderà il nome di “villanoviana”. Una società ancora semplice, dove gruppi familiari coltivavano il rispettivo pezzo di terra, ma già operavano il commercio, mentre la metallurgia e l’artigianato erano in forte sviluppo. La generazione successiva assumerà la vera e propria facies etrusca resa in tutto il suo splendore dai ricchi corredi delle tombe gentilizie (familiari). Non avendo le conoscenze attuali, osservando comunque che i ritrovamenti di Cuma non erano greci, all’epoca di Emilio Stevens furono definiti “preellenici”. Nel 1903 ulteriore materiale preellenico fu messo in luce dallo scavatore dilettante Ernesto Osta. Ettore Gabrici dal 1906 al 1910 acquista il merito di aver catalogato il materiale che nel frattempo era stato acquistato dal museo di Napoli grazie alla tenacia del bravo direttore Paolo Orsi.
Da qualche decennio, ordinati dal grande Buchner, nei settori “Preistoria” e “Pithecusa” nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli sono visitabili reperti delle tombe villanoviane-etrusche di Cuma risalenti alla seconda metà del IX fino al primo quarto del sec. VIII a.c. . Cuma esprime una cultura affine al villanoviano laziale ed appare perfettamente inserita nei circuiti commerciali dei grandi centri etruschi campani di Capua e Pontecagnano, ma anche delle città tirrene di Tarquinia, Veio, Certeteri, Vulci e Populonia. I ricchi corredi tombali indicano che un ceto gentilizio aveva assunto il potere politico, in grado di gestire la società aveva anche raggiunto uno stadio di grande benessere, come attestano gli ori, l’ambra del Baltico, i bronzi e le ceramiche di lusso esposti nelle teche museali di Napoli.
Considerazioni
E’ sconcertante, ma dopo oltre un secolo non è stato effettuato nessuno scavo mirato alla ricerca di resti etruschi ed è emblematico che i custodi del sapere (?) ufficiale chiamino le tombe villanoviane-etrusche di Cuma ancora preelleniche. Questo termine, corretto solo dal punto di vista cronologico, risalta l’ignoranza e la pigrizia mentale di coloro che preferiscono adagiarsi su luoghi comuni consolidati. Intanto, un sito archeologico di enorme importanza, forse unico, che potrebbe illuminare la nostra storia e raccontarci l’incontro di due grandi civiltà, resta completamente ignorato
Menu di sezione: