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Uguali: la manifestazione contro l'omofobia
di Giusy Di Dio
Nell'ultimo mese due sconcertanti avvenimenti si sono verificati a Roma e a Firenze. Nella capitale due ragazzi, Cristian e Federico, sono stati violentemente aggrediti in Via S. Giovanni, la celebre Gay Street, perché si tenevano per mano, mostrando, quindi, affettuosità in pubblico. Stessa sorte è toccata in Piazza Salvemini, Firenze, ad un ragazzo di 26 anni, malmenato all'uscita di un locale.
L'Arcigay insorge e torna a parlare di omofobia, violenza ed intolleranza. Già, perché queste non sono che le ultime, di una lunga serie di aggressioni avvenute in tutta Italia ed a tale proposito Carlo Cremona, Presidente dell'associazione partenopea I-Ken Onlus dichiara: "Sono avvenute delle strane coincidenze nazionali, se tracciassimo una mappa delle violenze, risulterebbe una figura tristissima dell'Italia, Campania compresa. È per questo che il 10 Ottobre a Roma, I-Ken, insieme con altre associazioni nazionali, parteciperà alla manifestazione "Uguali". Sarà una battaglia per l'uguaglianza in cui sosterremo la proposta dell'onorevole Anna Paola Concia per far sì che il governo accetti la legge contro l'omofobia".
Alla manifestazione parteciperanno gay, lesbiche, bisessuali e transgender per chiedere la piena attuazione del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione e spronare le scuole ed i media ad agire con interventi informativi e culturali come l'Arcigay rende noto. Il Ministro per le pari opportunità Mara Carfagna, insieme con l'onorevole del Pd Anna Paola Concia, ha proposto un disegno di legge che prevede aggravanti per i reati a sfondo discriminatorio, necessità democratica rivendicata da tutte le associazioni gay italiane.
Vi è di fondo, però, una chiusura mentale, una tirannia di buon senso e di rispetto per le scelte altrui ma soprattutto per l'uomo stesso e la sua libertà. Da quando, scelte di vita diverse, rendono un individuo pericoloso? Si è parlato, inoltre, della creazione di un quartiere gay a Roma, proposta probabilmente poco ponderata poiché sarebbe solo un modo per arginare il problema e contribuirebbe a delineare ed intensificare il divario, la cosiddetta "diversità". L'ex deputata di Rifondazione Comunista, Vladimir Luxuria si dichiara, in un'intervista, seriamente preoccupata: "Ci sentiamo la categoria più esposta. C'è un tiro a bersaglio e abbiamo paura. Roma è diventata una città a rischio per i gay". Siamo alle soglie del 2010 e non è più tempo di caccia alle streghe.
Uguali: la manifestazione contro l'omofobia
di Giusy Di Dio
Nell'ultimo mese due sconcertanti avvenimenti si sono verificati a Roma e a Firenze. Nella capitale due ragazzi, Cristian e Federico, sono stati violentemente aggrediti in Via S. Giovanni, la celebre Gay Street, perché si tenevano per mano, mostrando, quindi, affettuosità in pubblico. Stessa sorte è toccata in Piazza Salvemini, Firenze, ad un ragazzo di 26 anni, malmenato all'uscita di un locale.
L'Arcigay insorge e torna a parlare di omofobia, violenza ed intolleranza. Già, perché queste non sono che le ultime, di una lunga serie di aggressioni avvenute in tutta Italia ed a tale proposito Carlo Cremona, Presidente dell'associazione partenopea I-Ken Onlus dichiara: "Sono avvenute delle strane coincidenze nazionali, se tracciassimo una mappa delle violenze, risulterebbe una figura tristissima dell'Italia, Campania compresa. È per questo che il 10 Ottobre a Roma, I-Ken, insieme con altre associazioni nazionali, parteciperà alla manifestazione "Uguali". Sarà una battaglia per l'uguaglianza in cui sosterremo la proposta dell'onorevole Anna Paola Concia per far sì che il governo accetti la legge contro l'omofobia".
Alla manifestazione parteciperanno gay, lesbiche, bisessuali e transgender per chiedere la piena attuazione del principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione e spronare le scuole ed i media ad agire con interventi informativi e culturali come l'Arcigay rende noto. Il Ministro per le pari opportunità Mara Carfagna, insieme con l'onorevole del Pd Anna Paola Concia, ha proposto un disegno di legge che prevede aggravanti per i reati a sfondo discriminatorio, necessità democratica rivendicata da tutte le associazioni gay italiane.
Vi è di fondo, però, una chiusura mentale, una tirannia di buon senso e di rispetto per le scelte altrui ma soprattutto per l'uomo stesso e la sua libertà. Da quando, scelte di vita diverse, rendono un individuo pericoloso? Si è parlato, inoltre, della creazione di un quartiere gay a Roma, proposta probabilmente poco ponderata poiché sarebbe solo un modo per arginare il problema e contribuirebbe a delineare ed intensificare il divario, la cosiddetta "diversità". L'ex deputata di Rifondazione Comunista, Vladimir Luxuria si dichiara, in un'intervista, seriamente preoccupata: "Ci sentiamo la categoria più esposta. C'è un tiro a bersaglio e abbiamo paura. Roma è diventata una città a rischio per i gay". Siamo alle soglie del 2010 e non è più tempo di caccia alle streghe.
Pubblica amministrazione: a rischio 120 mila posti di lavoro
di Francesca Migliaccio
C’è crisi, è un dato di fatto. Stando al Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato, i precari nei settori di riferimento della sola funzione Pubblica, senza contare enti di ricerca, scuole, università e conservatori, ammontano a 201.716 unità. Oltre 60mila lavoratori, entro luglio 2009, resteranno senza lavoro, a loro vanno aggiunti i 60mila che resteranno a casa entro il 2011. Sono i cosiddetti precari del pubblico impiego, che perderanno il lavoro a causa dello stop alla regolarizzazione voluto dall’attuale governo.
La Funzione pubblica Cgil ha presentato le proprie stime per rispondere a quelle presentate dal ministro Brunetta. Oggetto della discussione è un articolo della manovra economica di Tremonti, precisamente si tratta dell’articolo 7 del disegno di legge 1167, nel quale si sottolinea che le amministrazioni non potranno più rinnovare i contratti precari oltre i 36 mesi. Se il disegno di legge sarà approvato definitivamente (il testo è già passato alla Camera, ora è sotto il vaglio del senato), tutti questi lavoratori resteranno senza lavoro e molti servizi pubblici, da loro resi, spariranno. La Cgil riflette sul fatto che senza questi lavoratori, inquadrati come collaboratori co.co.co., i cittadini avranno seri problemi, non potranno usufruire di tanti servizi, mancheranno maestre d’asilo, infermieri, vigili del fuoco. Il Governo sta svelando il suo piano politico, favorire il settore privato a discapito di quello pubblico, ma sta anche perdendo credibilità, mandando a casa i propri dipendenti. Per la Cgil, il ministro Sacconi vuole semplificare il mercato del lavoro riducendo le regole, mentre lo scopo dei sindacati è quello di semplificarlo reintroducendo regole certe.
Per i sindacati, l’obiettivo principale deve essere ridurre la frammentazione del mercato del lavoro, in quanto in esso esistono più di 40 tipologie contrattuali, come il part-time, il lavoro a tempo determinato, le collaborazioni, la somministrazione, e tanti altri. La Cgil è convinta che bastino 4 o 5 figure tipiche. Una delle strade possibili per risollevare il lavoro precario è intervenire sulle logiche degli incentivi; non solo è necessario abbassare i costi del lavoro a tempo indeterminato, ma è fondamentale cominciare a far costare di più il lavoro non standard. Mescolare incentivi e disincentivi per invertire il processo della precarizzazione del lavoro, quindi, che negli ultimi anni ha travolto tutti i settori. La Cgil sostiene che bisogna intervenire al più presto, sia per dare risposte ai lavoratori precari, sia per tutelare i lavoratori futuri che, se la situazione non migliorerà, si troveranno ad affrontare una crisi più dura di quella che investe l’Italia oggi. Ed è proprio questo il momento in cui andrebbero fatte le dovute riforme, cosa che il governo attuale esclude a priori.
Regione Campania, conti in rosso:
Bassolino riduce le Asl e taglia i posti letto
di Lucio Castracani
Dopo le Elezioni europee sapremo meglio, forse, le sorti del sistema sanitario campano. E’ questa la scadenza dal Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Sacconi alle Regioni che devono risanare i conti della sanità per evitare il commissariamento. Tra queste c’è la Campania e la Giunta, su proposta del Presidente Antonio Bassolino ha già deliberato, fin dal mese di marzo, una serie di misure operative per attuare le disposizioni previste dalla legge sulla riqualificazione del sistema sanitario regionale (legge regionale n. 16 del 2008) e del piano di rientro di disavanzo. Tra i provvedimenti presi, la riduzione del numero delle Asl (Aziende sanitarie locali) da 13 a 7, con la nomina di un commissario straordinario per ciascuna di esse, la riduzione di 685 unità del numero di posti letto, la trasformazione di 1000 posti letto da “acuti” in “Rsa” e la trasformazione di altri 900 di “acuti” in posti letto di riabilitazione e lungodegenza.
Un ulteriore tentativo di convincere il Governo centrale ad evitare il commissariamento della Sanità in Campania è stata la mossa politica di rimpiazzare l’assessore regionale al ramo Angelo Montemarano con il Presidente della fondazione Pascale, Mario Santangelo, che aveva già ricoperto tale incarico 14 ani fa. Lo stesso Presidente Bassolino ha dichiarato a proposito che “con la nomina di Mario Santangelo ad assessore alla Sanità intendiamo rendere ancora più forte l’opera di risanamento dei conti e di rinnovamento”, quanto a Montemarano, come riportato dal quotidiano Repubblica, il Governatore ha dichiarato che “continuerà a dare un suo contributo positivo” ed infatti l’ex assessore è stato candidato alle Elezioni europee nella lista del partito Democratico, come rappresentante della componente che fa capo a Rosy Bindi. Se non ci sono state bocciature politiche, resta però il buco economico, da risanare in tempi brevissimi, per evitare danni ben più gravi ai cittadini. Come riportato da “il Mattino”, nel 2006 l’assistenza sanitaria ha determinato uno sforamento di 810 milioni di euro, debito al quale nel 2007 si sono aggiunti, secondo le denunce delle opposizioni, altri 752 milioni di euro.
Al di là delle possibili riduzioni (giustificate come sprechi) del servizio per i cittadini, la vicenda incide direttamente sui bilanci delle famiglie perché la società regionale, per pagare i debiti della sanità, è destinataria di molte somme derivanti dall’aumento dell’Irpef, dell’Irap e delle accise sulla benzine. Voci per le quali i cittadini campani pagano di più rispetto al resto di Italia. Un danno calcolato in 170 milioni di euro l’anno per i prossimi 30 anni.
Violenza sulle donne: in Italia succede
con persone conosciute e tra le mura di casa
di Valeria Ciotola
Anna è stata violentata ad 8 anni dal padre, ora ne ha 16 e ha avuto il coraggio di raccontare la sua storia.Marta 45 anni, il marito la picchiava da quasi 15 anni, ora è in galera e lei può raccontare la sua storia.Giovanna 17 anni, è stata stuprata mentre faceva una passeggiata romantica con il suo fidanzato. Ora è morta e non può raccontare la sua storia. Ragazze, bambine, mogli, madri, casalinghe, lavoratrici, ognuna di loro ha una storia da raccontare, una storia di violenza, triste, vergognosa, subita da un amico, un parente o da uno sconosciuto. Qualcuna di loro non può più parlare, altre non hanno il coraggio.
Si sentono in colpa, piene di vergogna per ciò che hanno subito o che continuano a subire, si sentono le uniche responsabili. Non hanno nessuno che le consiglia, che le appoggia o che più semplicemente le spinge a denunciare e a parlare, perché l'unica arma per combattere queste violenze è parlare, raccontare e denunciare le propria storia, non sono loro le colpevoli, sono solo vittime. Oggi la donna può votare, vestirsi come vuole, lavorare in ogni campo, ma è ancora oggetto di discriminazioni, come ieri.
E' discriminata sul lavoro, perché non le è permesso conciliare l'attività di madre e moglie con la carriera. E' statisticamente provato che una donna lavoratrice ha meno possibilità di fare carriera di un uomo, perché prima o poi si sposerà, avrà dei figli che non le permetterebbero di dedicare tutta le sua attenzione al lavoro. E le Istituzioni aiutano ben poco una madre lavoratrice. E' discriminata in famiglia, perché ogni lavoro domestico, grande o piccolo è di sua responsabilità, come fosse una legge non scritta che esiste da secoli. E' discriminata sull'abbigliamento, perché un abito troppo scollato, una gonna un pò più corta è come se autorizzasse un uomo a commettere una violenza. E' vergognoso e triste sapere che nel 2009 situazioni del genere sono all'ordine del giorno.
Le cifre della violenza
Secondo un indagine dell'Istat sulle violenze fisiche e psichiche delle donne in Italia, è emerso che più di mezzo milione di loro ha subito violenze, tra quelle che sono state vittime di uno stupro o un tentativo di violenza, il 43,8% di loro lo ha subito in luoghi familiari e, negli ultimi tre anni, il 25,8% delle violenze subite si è verificato a casa della vittima o di amici e parenti; l'11,8% in automobile; il 9,9% a lavoro o negli spazi attinenti. Il 28,8%, invece, è avvenuto in strada, il 4,3% in un parco pubblico, o in un giardino o al mare e il 5,9% in un locale pubblico. Il 29,4% ha subito più volte violenze dalla stessa persona.
Come è possibile che in una società evoluta esistono ancora storie di violenza animalesca e barbara contro le donne? Cosa è cambiato rispetto al secolo scorso o addirittura ai primi albori della civiltà? Forse l'unica differenza è che non esistevano dati ISTAT e i mezzi di comunicazione che potevano diffondere le notizie. Dov'è questa emancipazione se ancora una donna non viene ascoltata quando denuncia il suo malessere? Sono tanti i casi donne più o meno giovani stuprate e maltrattate, che trovano il coraggio di denunciare l'accaduto e poi lasciate sole nella loro sofferenza e nel loro disagio, senza che nessuna giustizia faccia il suo dovere. Spesso si sottolinea strumentalmente che gli autori di violenze sono extracomunitari o clandestini. Eppure, non è così: per gran parte di questi abusi gli autori sono italiani, parenti, conoscenti o amici delle vittime o solo pazzi psicopatici. E' facile incolpare le minoranze, come è facile esercitare il proprio potere fisico verso chi è più debole.
Il progetto Arianna
Nel 2006 è partito un progetto da parte del Dipartimento per le Pari Opportunità, il "Progetto Arianna", per far emergere e contrastare le violenze sia familiari che extra-familiari sulle donne.
L'obiettivo del Progetto è realizzare una "Rete Nazionale Antiviolenza" sostenuta da un numero telefonico di pubblica utilità 1522, un servizio pubblico pensato e nato nell'intento di fornire ascolto e sostegno alle donne vittime di violenza. Il 1522 è attivo 24 ore su 24 per tutti i giorni dell'anno, è accessibile dall'intero territorio nazionale gratuitamente. Le operatrici telefoniche, impegnate nel servizio forniscono una prima risposta ai bisogni delle donne vittime di violenza, offrendo informazioni utili ed un orientamento verso i servizi socio sanitari pubblici e privati presenti a livello locale.
Internet a rischio censura
di Tiziana Scotto
Aumentano le denunce di cittadini relative alla censura che, sempre più spesso, si abbatte su argomenti o notizie "scomode" per qualcuno. Allo stesso tempo, non mancano i tentativi di rendere meno libero l'accesso ad internet e lo scambio di idee, sia in orizzontale (ovvero tra noi non-potenti) che dal basso verso l'alto, cioè tra noi ed i potenti.
Internet è oggi forse l'unico strumento che permette a chiunque di esprimere le proprie idee e di farle valere ad un livello superiore, anche al di fuori di una organizzazione di consenso. Le possibilità che la rete sta offrendo a tutti quelli che sentono di avere qualcosa da dire è enorme. La partecipazione a dibattiti e la possibilità di interpellare personaggi pubblici favoriscono la mobilità del pensiero e l'avvicinamento delle stesse classi dirigenti a ciò che desiderano i non-professionisti del consenso. Fare rete è oggi un modo laico, forse l'unico, di vivere all'interno dei meccanismi democratici, facendo valere non sé stessi, ma le proprie idee, all'interno di gruppi in cui la propagazione del pensiero non divenga per forza funzionale all'affermazione sociale ed economica del sé. La rete permette di limitare il meccanismo che porta il pensante a servirsi del pensiero per fini di potere personale.
Negli ultimi mesi, grazie a siti come youtube, facebook e tanti blog di informazione indipendente, internet è diventato lo strumento per smascherare la cattiva gestione o episodi imbarazzanti relativi ad altri media, in primo luogo della televisione. Il filmato della conduttrice della trasmissione Domenica In, costretta dagli autori a redarguire il prestigiatore Giucas Casella per una banalissima battuta sul Premier, ha fatto il giro della rete. Così come solo sul web è stato possibile ascoltare le farneticanti dichiarazioni del Presidente del Consiglio che invitava i terremotati dell'Abbruzzo a vivere quell'esperienza come "un camping di fine settimana", trasmesse da tutte le televisioni europee e che nessun tg italiano ha voluto acquistare. La lista potrebbe continuare, e comprendere le tante gaffes del nostro rappresentante istituzionale ai Vertici internazionali, o le denunce sulle incoerenze del Ministro Brunetta. Non si tratta solo di folklore, negare al cittadino la visione neutrale di questi fatti o atteggiamenti, significa non permettergli di avere una idea o una considerazione completa sull'attuale classe dirigente italiana.
Ma se la rete è attaccata, proprio da essa nascono i primi tentativi di "auotodifesa", come dimostrano i gruppi e le petizioni on line, per sensibilizzare circa la pericolosità democratica, per la sua vaga formulazione, dell'art 50 bis del Ddl n. 733. Questa norma, infatti, con il fine ufficiale di garantire la sicurezza ei cittadini, prevede espressamente la possibilità di oscurare siti internet, con decreto del Ministro degli Interni. Il rischio è quello di concedere un'arma troppo arbitraria alla politica, tale da scadere nella censura.
Sicurezza sul lavoro: il Governo è dalla parte sbagliata
di Simona Mele
Modifiche in tema di sicurezza sul lavoro. Il 27 marzo il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto legislativo contenente disposizioni integrative e correttive al Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro e alla legge 626 che risaliva al 1994. Il testo dovrà, poi, passare all'esame della Conferenza Stato-Regioni e delle commissioni parlamentari.
Cessato il boom mediatico che per mesi ha reso la sicurezza sul lavoro il tema di primaria importanza su tv e giornali, il Governo ha adottato provvedimenti del tutto contrastanti con le grandi promesse di intervento e di impegno per la risoluzione del problema. Multe più leggere per le imprese, in alcuni casi addirittura dimezzate; eliminazione dell'ipotesi dell'arresto a favore di un sistema che privilegi l'applicazione di sanzioni pecuniarie; rimodulazione degli obblighi per il datore di lavoro: sono solo alcune delle modifiche introdotte. In particolare: prima, oltre alla sospensione dell'attività d'impresa, c'era una sanzione pecuniaria aggiuntiva unica di 2500 euro, adesso la sanzione scende a 1500 euro nel caso di sospensione di lavoro irregolare, mentre è di 2500 euro, nel caso di sospensione per gravi e plurime violazioni in materia di sicurezza sul lavoro. Per il datore di lavoro che non ottemperava al provvedimento di sospensione, c'era l'arresto fino a 6 mesi, adesso ci sono due ipotesi: l'arresto fino a 6 mesi nell'ipotesi di gravi e plurime violazioni in materia di sicurezza sul lavoro; l'arresto da 3 a 6 mesi o con l'ammenda da 2500 euro a 6400 euro, nel caso di sospensione per lavoro irregolare. Altro intervento di dubbia opportunità è la previsione di sanzioni maggiori a carico dei lavoratori che non rispettano le disposizioni impartite dal datore. L'inosservanza del lavoratore non può essere considerata determinante in caso di incidenti, ma deve essere considerato un "effetto collaterale" in quanto egli, di sicuro, non sarebbe indotto a tale comportamento se si trovasse in un ambiente di lavoro caratterizzato dal rispetto delle norme di sicurezza e da regolari controlli.
"Il Governo ha messo in atto un'opera di smantellamento e depotenziamento delle previsioni legislative precedenti in tema soprattutto di prevenzione, sanzionabilità e controlli. Le norme sulla salute e sicurezza dei lavoratori non costituivano un accanimento contro l'attività d'impresa, ma erano coerenti con un sistema che mirava a disincentivarne la violazione da parte dei datori di lavoro." Queste le parole di Giovanni Sannino, responsabile in Campania della Fillea, sindacato che opera nel campo dell'edilizia, settore che ha un triste primato per morti e incidenti sul lavoro. Diverse sono le ragioni secondo Sannino: "l'edilizia è considerato un settore di frontiera, in cui non c'è una selezione nell'accesso al mercato e il sistema di imprese è sottoprofessionalizzato. Vige, inoltre la logica del massimo ribasso, in cui le imprese per essere più competitive tagliano la spesa sulla sicurezza". Le misure richieste per la tutela del lavoratore comportano, infatti, ingenti investimenti da parte delle imprese. Gli imprenditori corretti si trovano, quindi, a subire la concorrenza sleale di quelli che decidono di ridurre i costi risparmiando sulla sicurezza.
Sulla questione è intervenuto anche il Presidente della Repubblica, che ha chiesto al Parlamento, raccogliendo un appello dei parenti delle vittime della ThyssenKrupp, di riscrivere la norma cosiddetta "salva manager", che salverebbe i dirigenti dalle loro responsabilità.
Lo strumento più efficace per combattere il fenomeno delle morti sul lavoro sembrerebbe, dunque, la previsione di sanzioni dure ed effettive a carico dei datori di lavoro inadempienti e un sistema di incentivi per gli imprenditori che rispettano le norme in tema di sicurezza. Il Governo Berlusconi ha scelto un'altra strada, schierandosi dalla parte sbagliata.
Tagli alla scuola: 40 mila posti in meno
di Francesca Migliaccio
Il Ministro Gelmini ha firmato il Decreto Interministeriale sugli organici 2009-2010 per il personale docente, ora in attesa di registrazione. Il Decreto conferma l'entità dei tagli previsti in questi mesi: si perderanno 42.102 posti, di cui circa 32.000 subito nell'organico di diritto e oltre 10.000 nell'organico di fatto. La distribuzione di questi tagli, nelle varie regioni, è stata rivista per la sola scuola secondaria di primo grado. Questa subirà una riduzione complessiva di circa 10.452 posti, cui vanno aggiunti i 15.000 tagli previsti per il personale ATA. Suscita attenzione che le regioni più colpite siano, ancora una volta, quelle del Sud. Il 40% dei tagli, infatti, si realizzerà in quattro regioni: Campania, Puglia, Calabria e la Sicilia. In Campania, dove il governo ha incentrato il maggior numero di tagli e, dove la popolazione scolastica sfiora il milione di alunni, entro il 2010, le cattedre eliminate saranno 5.645, cifra che non ha eguali nel resto del territorio italiano. Saranno molto colpiti, inoltre, anche quei territori più interni e lontani dalle grandi città, che già oggi avvertono numerosi disagi, sia dal punto di vista delle strutture scolastiche sia da quello dei servizi di supporto come mense e trasporti.
I Sindacati annunciano battaglia, anche se la speranza di ridimensionare le scelte già prese ormai è poca. Il governo ha deciso, con i tagli, di mandare a casa 43 mila docenti e 245 presidi. Per la Cgil è una decisione "sconsiderata e assurda", tanto più che a pagarne le spese, non saranno solo i docenti, ma anche e soprattutto gli alunni, che non potranno avere un'istruzione di qualità, con l'aumento di numero degli alunni nelle classi e la minore possibilità di dedicare attenzione ai singoli alunni. Il sindacato FLC ha espresso preoccupazioni anche in relazione alla capienza degli ambienti scolastici, poichè le nuove regole saranno applicate indistintamente dalle reali condizioni delle classi in termini di capienza, senza considerare le normative antincendio e la sicurezza.
Un ridimensionamento di posti di lavoro, ma anche di qualità della didattica.
Nel testo della Circolare Ministeriale d'invio del decreto vi sono, però, delle modifiche volute fortemente dai sindacati di categoria, rispetto alle prime bozze consegnate ai sindacati. L'aumento di alunni per la formazione delle classi terrà conto delle dimensioni reali delle aule e non sarà superato il numero di 20 alunni per classe nel caso in cui vi siano alunni con grave disabilità. Queste modifiche, comunque, non risolvono il problema di base: circa 42.000 persone perderanno il proprio lavoro, per unirsi alla già folta schiera di disoccupati. La nostra cultura, già in crisi da anni, continuerà a disperdersi e lo Stato, con i suoi ministri incompetenti, se ne sta a guardare senza provare a rialzare il nostro Paese.
Obiezione di coscienza: l'ultimo ostacolo
alla libertà di scelta delle donne
di Ilaria Cuomo
Diritti delle donne, diritto alla salute, libertà di scelta. Temi su cui si dibatte, spesso, in modo astratto e generico, senza conoscere condizioni reali e le esperienze di vita quotidiana.
A rappresentare un nuovo attacco all'autoderminazione ”in rosa” è la forzatura in base alla quale far rientrare anche la prescrizione della “pillola del giorno dopo” nell’ambito della legge 194/78, che disciplina l'interruzione di gravidanza, pur trattandosi di un farmaco contraccettivo e non abortivo. Ne consegue che un medico può far valere il suo riufuto a prescriverla per ragioni di coscienza, mentre la paziente si vede sottoposta a tutte le visite previste per l’aborto, i cui tempi di attesa potrebbero essere troppo lunghi, fino a rendere la pillola inutilizzabile, poichè il farmaco in questione ha effetto, sempre con percentuale minore, entro e non oltre tre giorni dal rapporto sessuale.
Le caratteristiche della pillola del giorno dopo
Il medicinale, annoverato tra i farmaci d’emergenza rientrati nella prima classe dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è composto essenzialmente di un principio attivo, il progestinico, ed ha lo scopo di prevenire l’ovulazione e ritardare il percorso degli spermatozoi all’interno delle tube, evitando così l’annidamento dell’embrione.
Questo tipo di contraccezione post-coitale, come sottolineato nel 2005 dall’Oms, non ha alcun effetto sulla mucosa uterina e se somministrato dopo l’annidamento non provoca lesioni allo sviluppo del feto e non è nocivo per l’organismo della paziente.
Il farmaco può provocare, invece, piccoli effetti collaterali quali nausea, vomito o cefalea, ma come evidenziato dalla dottoressa Esposito "l’organismo è in grado di smaltire la pillola del giorno dopo, proprio come fa con i grassi e gli zuccheri, se non sono in dosi eccessive. L'importante è che si tratti di casi sporadici". La dottoressa Filea incalza dicendo" La differenza con gli altri sistemi contraccettivi consiste nel suo carattere d’emergenza, un sostitutivo nel caso di rapporto a rischio o di mancato funzionamento degli altri metodi contraccettivi. La prevenzione rimane comunque un atto di grande responsabilità".
Eppure, nonostante l’Italia sia uno Stato laico, ritracciare il medicinale si rivela spesso un vero e proprio ”terno al lotto”, quasi un miraggio per le malcapitate minorenni, costrette a rivolgersi esclusivamente ai consultori, chiusi durante i giorni festivi ed aperti non più di un paio d’ore al giorno in quelli feriali. E' opportuno ricordare, a tal proposito, che la pillola, se presa entro le prime 12 ore ha una percentuale di successo del 95%, che cala al 70% nelle 24, per poi divenire minore della metà dopo le 36 ed esaurirsi completamente entro le 72 ore dal rapporto.
L'inchiesta
Le difficoltà non sono certo finite una volta ottenuta l'agognata ricetta medica, dopo la quale bisogna andare ”a caccia” di una farmacia dove non lavorino obbiettori, per poter acquistare i medicinali incriminati. Una sorte non meno complessa tocca alle donne maggiorenni, che possono rivolgersi anche alle strutture ospedaliere di pronto soccorso, dove, nonostante la prescrizione della pillola sarebbe un atto dovuto, possono trovarsi esclusivamente di fronte a medici che si rifiutano di prescriverla, sollevando obiezione di coscienza.
Sul punto, racconti e testimonianze dirette raccolte dalla redazione, consentono di tracciare, almeno a grandi linee, un quadro degli orientamenti delle strutture pubbliche, variegato e con non poche sfumature tra i diversi Comuni della zona flegrea.
La città di Quarto, ed esempio, può considerarsi una delle “isole felici”, per quelle donne che preferiscono prevenire anziché curare. Si registra, infatti, una completa disponibilità a fornire il farmaco da parte dei farmacisti ed una guardia medica disposta a prescriverlo anche durante le ore notturne, offrendo una lista precisa delle farmacie che svolgono il servizio in quelle ore. Di tutt'altro tipo, però, è l’atteggiamento che viene riservato alle minorenni nella stessa zona, le quali devono fare i conti con un personale medico di vedute alquanto ristrette, che oltre ad imbarazzare le pazienti con la richiesta di spiegazioni fin troppo dettagliate della dinamica degli eventi, tendono ad incriminare la decisione presa, oltre ad offrire un "gratuito sermone" sulla scelta di intraprendere una vita sessuale prima della maggiore età.
Un clima completamente diverso si respira nel consultorio di Bagnoli, dove vi sono persone pronte all’ascolto e all’aiuto che, oltre ad astenersi da ogni forma di giudizio, sono ben liete di dare consigli frutto di una vita trascorsa tra queste problematiche, esortando le minori ad usare metodi di prevenzione più adeguati.
Una realtà più contradditoria è quella delll'ambulatorio di Pozzuoli, dove l'ottima risposta alle esigenze adolescenziali è affiancata a qualche paternale su come il consumo del farmaco non sia una circostanza da sottovalutare.
E' poi disponibile in tutta l’area un servizio notturno, che pare cambiare orientamento in merito alla questione a seconda del personale, ma che garantisce una prestazione soddisfacente.
Il contesto sociale e religioso
I medici non obbiettori rischiano di diventare una ”merce rara” anche grazie alle continue sollecitazioni di Benedetto XVI, che ha più volte asserito come l’obiezione di coscienza è un diritto riconosciuto quando si tratta di fornire farmaci che abbiano "scopi immorali". Papa Ratzinger, già all’inizio del 2008, ribadì che "è impossibile anestetizzare le coscienze dei farmacisti cattolici sull’utilizzo e la vendita di molecole che hanno lo scopo di uccidere una vita". Affermazioni alle quali, nell'esercizio di un legittimo diritto di critica, bisogna rispondere chiarendo che non hanno nessun fondamento scientifico. Il medicinale, infatti, non ha nessun effetto una volta che l’ovulo fecondato è stato accolto all’interno dell’utero. Oltretutto, è palese l'interferenza con il lavoro e le decisioni del medico e l'esposizione delle pazienti alla gogna pubblica per un atto compiuto per non incorrere in uno moralmente e fisicamente più dannoso: l’aborto.
E' dal 2008 che l’associazione Luca Coscioni e ”Vita di donna” hanno istaurato il "servizio civile per la pillola del giorno dopo", che garantisce l’immediata prescrizione del farmaco e la possibilità di avviare una procedura legale contro le strutture pubbliche che si sono rifiutate di adempiere alle necessità delle pazienti.
Scuola, i disagi degli ultimi dieci anni:
più studenti, meno professori
di Antonia Tortorelli
Dopo anni di infinite riforme, la scuola italiana afferma il proprio status, il precariato: precari i docenti, precaria la qualità dell’insegnamento. A conferma di ciò è l’ultima indagine del Ministero dell’Istruzione, che nel rapporto “10 anni di scuola statale”, pubblicato il 4 marzo, analizza e confronta dati, fenomeni e tendenze dal 1998 al 2008.
In cima alla classifica il deterioramento della figura dell’insegnante. “Nel 1998–99 i docenti con contratto a tempo determinato – si legge – rappresentavano complessivamente quasi il 9 percento di tutti i docenti in servizio”, pari ad un prof precario ogni 12. Oggi si è arrivati al 17 percento con un insegnante precario uno ogni 6 docenti ‘fissi’. Un andamento cui fanno da contraltare la diminuzione del 3,4 percento dei prof di ruolo e l’aumento dei supplenti da 64 a 141mila. “Prima il precariato era un passaggio obbligatorio prima del ruolo – commenta Raffaella Esposito, docente di ruolo del terzo circolo didattico di Pomigliano d’Arco – una sorta di ‘gavetta’ che però garantiva la cattedra. Oggi non si ha più alcuna certezza, i precari non sono tutelati”.
“Un circolo vizioso – afferma Roberto Iovino, coordinatore nazionale UDS – che mette in discussione la qualità dell’istruzione. Con l’abolizione del piano di stabilizzazione di 150mila precari da parte del ministro Gelmini, infatti, la situazione diventa pericolosa. All’aumento della precarietà si affiancano i disagi per gli studenti, primo tra tutti la messa in discussione della qualità della didattica”.
Altro fenomeno rilevante: la crescita della popolazione scolastica. Grazie all’ingresso di alunni stranieri, le scuole italiane si trovano ad accogliere il 3 percento di studenti in più, ma non in maniera omogenea. Al Nord si rilevano i maggiori afflussi (13 percento, pari a 352mila alunni), col conseguente problema dell’affollamento delle classi. Al Sud, invece, la popolazione scolastica si è assottigliata del 6 percento. Rispetto al 1998, quando al Meridione c’erano un milione di studenti in più rispetto al Nord, oggi il divario si è assottigliato a 350.000 unità. Una tendenza che potrebbe determinare il sorpasso nel corso di soli 3–4 anni. “Un fenomeno evidente quello del fattore immigrazione – commenta ancora Roberto Iovino – che però non riscontra adeguati provvedimenti governativi. L’Uds insiste per una politica di integrazione tramite corsi di alfabetizzazione, contro le classi separate”.
Ultimo aspetto emerso dall’indagine: il crollo degli istituti tecnici a favore di una ‘corsa’ ai licei. Gli scientifici hanno visto un incremento del 27 per cento. Stesso discorso per i classici e per i licei socio-psico-pedagogici (gli ex istituti magistrali) dove gli alunni sono cresciuti di un quinto. E in misura minore anche gli istituti professionali hanno visto aumentare gli alunni (più 13 per cento). Il tutto a scapito dell'istruzione tecnica, che ha perso quasi il 7 percento dei suoi alunni: a conti fatti oltre 65mila studenti.
Numerosi passi indietro si sono quindi registrati a discapito della scuola italiana, che registra sempre una minore modernità, come evidenzia l’Uds, che “continua a battersi – afferma il coordinatore nazionale – per l’edilizia scolastica, il diritto allo studio e una didattica migliore, quindi moderna”.
Restrizioni al diritto di sciopero:
il Governo comincia dai servizi pubblici
di Simona Mele
Il Governo Berlusconi ha presentato, con il disegno di disegno di legge del 27 febbraio, un progetto di riforma del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali.
La disciplina attualmente in vigore, quella contenuta nella legge 146/1990, definisce il servizio pubblico essenziale quello necessario per l'esercizio dei diritti dell'individuo alla salute, istruzione, sicurezza, circolazione ecc. Al fine di contemperare l'esercizio del diritto di sciopero con tali diritti costituzionalmente garantiti, la legge attuale già prevede una disciplina particolare rispetto agli altri casi di sciopero nel settore privato: preavviso di almeno 10gg., comunicazione dei motivi e delle misure idonee a garantire l'erogazione delle prestazioni indispensabili a carico dei promotori. Prevede, inoltre, l'istituzione di una Commissione di garanzia, che vigili sull'applicazione della legge con poteri sanzionatori in caso di violazioni, da parte dei sindacati.
La proposta di riforma introduce modifiche molto incisive, tali da suscitare dubbi di costituzionalità. Essa prevede che possano proclamare lo sciopero solo i sindacati che hanno oltre il 50% della rappresentatività nel settore. In alternativa, è previsto un referendum consultivo preventivo obbligatorio tra i lavoratori. Dubbi di contrasto con l'art 40 della Costituzione derivano dalla sostanziale differenza rispetto alla disciplina del 1990: quest'ultima interviene in modo da limitare le modalità di esercizio del diritto di sciopero per garantire l'esercizio di altri diritti, la riforma introduce, invece, una limitazione quanto alla titolarità del diritto, attribuendo di fatto solo ai sindacati più forti il potere di proclamare lo sciopero. Ciò contraddice il principio secondo cui solo i singoli lavoratori, con la loro libera scelta di adesione, determinano la validità di uno sciopero e delle sue rivendicazioni. Perplessità suscita, poi, la previsione dello "sciopero virtuale", che può essere reso obbligatorio per determinate categorie professionali, che per le peculiarità della prestazione lavorativa determinino o possano determinare, in caso di astensione dal lavoro, la concreta impossibilità di erogare il servizio principale ed essenziale. In sostanza, lo sciopero verrebbe proclamato, ma i lavoratori andrebbero regolarmente a lavorare per garantire il servizio ai cittadini.
Alla Commissione di garanzia, rinominata Commissione per le relazioni di lavoro, è assegnato anche il compito di verificare l'incidenza e l'effettivo grado di partecipazione agli scioperi nei servizi pubblici essenziali anche al fine di fornire al Governo, alle parti sociali e agli utenti dei servizi un periodico monitoraggio sull'andamento dei conflitti.
Secondo la gran parte dei giuristi e degli osservatori, il fine di contemperare l'esercizio del diritto di sciopero con altri diritti costituzionalmente garantiti sembra già efficientemente raggiunto dalla precedente disciplina. L'introduzione di ulteriori vincoli procedurali sembra diretto più che ad agevolare la fruizione dei servizi pubblici da parte dei cittadini, a rendere sempre più difficoltoso il ricorso allo sciopero come strumento non solo di autotutela contrattuale, ma anche politico in senso stretto. Lo sciopero come strumento politico è legato all'affermazione dell'uguaglianza sostanziale, prevista dall'art 3 della Costituzione. Tramite questa forma di protesta, infatti, i cittadini partecipano all'organizzazione sociale, economica e politica del Paese e attuano una pressione sui poteri forti (datore di lavoro, Stato) a difesa dei propri diritti. Ostacolare il ricorso allo sciopero ai lavoratori pubblici, subordinandolo ad altre esigenze superiori, significa limitare ulteriormente gli spazi di democrazia, rivela una concezione sempre più autoritaria del potere politico e costituisce un grave precedente anche per il settore privato.
Legislazione antimafia, passi indietro del Governo
I Giudici: dividere la Dda tra Napoli e Caserta significa favorire i clan
di Aldo Cimmino
Smembrare gli uffici della Direzione Distrettuale Antimafia tra Napoli e Caserta significherebbe, secondo gli addetti ai lavori, regalare una vittoria ai clan. Il progetto legislativo che porta la firma del senatore Pdl, Pasquale Giuliano, e di altri settantaquattro parlamentari, ha, come obbiettivo dichiarato quello di dividere le competenze sulle indagini antimafia di Napoli e Caserta. Secondo gli oppositori della proposta, l'iniziativa, affidata a un emendamento del decreto sicurezza, sarebbe non solo incongrua rispetto ai successi ottenuti di recente dai magistrati dell'anticamorra, ma tradirebbe la grande intuizione di Giovanni Falcone che fu quella di capire che cosa nostra, camorra e le mafie in genere, dovevano essere combattute sulla consapevolezza della loro unitarietà.
Falcone infatti, nella sua esperienza politica che lo portò a dirigere l'ufficio Affari penali dell'allora ministero di "Grazie e Giustizia", si impegnò a preparare una legge che oggi si concretizza nella Direzione Nazionale Antimafia e nelle Direzioni Distrettuali Antimafia. Dura è stata la reazione del pool anticamorra di Napoli che con un documento, firmato dal procuratore capo Giandomenico Lepore, dal coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Franco Roberti e da altri ventiquattro pubblici ministeri, ha denunciato la gravità di un simile "dietrofront", che otterrebbe solo di disperdere memoria, professionalità e sinergie nella lotta contro la camorra. "Sarebbe un passo indietro e non un passo in avanti - dichiara Antonello Ardituro, pubblico ministero della dda di Napoli - perché la centralizzazione aiuta molto e consente di cogliere i legami che ci sono tra i diversi clan sui diversi territori".
La recente cattura del criminale del clan dei casalesi Giuseppe Setola, infatti, lo dimostra ampiamente; il suo arresto ha dato prova che molti dei soggetti a lui più vicino, erano affiliati al clan Mallardo di Giugliano, fuori dalla provincia di Caserta. Cosi come il litorale domizio rappresenta un'unica grande aerea, non solo geografica, ma anche di interessi criminali mentre dal punto di vista amministrativo, è divisa tra le provincie di Napoli e Caserta. Di conseguenza, con il nuovo assetto voluto dall'emendamento, le indagini sarebbero continuamente spezzate tra diversi uffici giudiziari. Le stesse dichiarazioni di numerosissimi pentiti hanno confermato unioni tra i clan non solo affaristiche, ma anche familiari, che hanno unificato le due province campane in un'unica cartina geocriminale.
Il documento redatto dai pubblici ministeri napoletani, che è stato inviato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ai ministri degli Interno, Roberto Maroni, e della Giustizia, Angelino Alfano, al capo della commissione Antimafia, Giuseppe Pisanu e al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino, ha evidenziato anche un ulteriore aspetto che riguarda la "distanza" di cui si è giovata la Dda di Napoli da un territorio, come quello casertano, così fortemente esposto ad un condizionamento mafioso degli assetti politico-istituzionali. Quale sia la volontà politica di un provvedimento del genere non è chiaro, ma spesso la politica si muove su logiche occasionali e di interesse elettorale non sempre congruenti con la realtà.
Periferie, architettura e urbanistica:
l'emarginazione si guarda allo specchio
di Lucio Castracani
Può un progetto architettonico incidere sulla vita delle persone? Può l'urbanistica addirittura influenzare l'umore quotidiano? Da questi interrogativi è partita una conversazione con alcuni abitanti del quartiere di Secondigliano, il famigerato quartiere delle "Vele", considerate spesso una delle cause dello spaccio di droga.
Le Vele furono realizzate con la legge 167, tra il 1962 ed il 1975 su progetto di Francesco Di Salvo. Nel 2007 sono state in parte demolite perché secondo i principali sostenitori della demolizione, tra cui molti politici locali, facilitavano lo spaccio di droga e di conseguenza il degrado sociale.
Gennaro, studente universitario cresciuto nel quartiere di Secondigliano, ricorda "Il progetto è stato realizzato anche a Montreal, ma non con gli stessi esiti. Ciò dimostra che forse non c'è correlazione tra il progetto ed il degrado presente nel quartiere". Altri invece, come Salvatore, sottolineano "c'è una totale assenza di servizi. Solo recentemente hanno creato un centro teatrale ed inserito la villa comunale nella rassegna "Mezzanotte nei parchi". Il problema non sono le Vele, ma l'assenza delle istituzioni". Infine Ciro ricorda anche "il grigiore uniforme degli edifici. Penso che condizioni l'umore degli abitanti del quartiere. Perché non rendere più luminosi gli edifici con colori vivaci?".
Come ricorda il sociologo francese Pierre Bourdieu, lo spazio sociale si ritraduce nello spazio fisico, così che il quartiere chic consacra simbolicamente ciascuno dei suoi abitanti mentre il quartiere stigmatizzato, degrada simbolicamente coloro che lo abitano. Ciò che avviene a Secondigliano è visibile anche in alcune zone dell'area flegrea. Uno degli esempi più noti è Monteruscello. Il polo di insediamento, frazione di Pozzuoli, venne costruito nel 1983, in seguito ai fenomeni di bradisismo, da un gruppo guidato da Agostino Renna. Secondo Paola, abitante del quartiere "Monteruscello venne costruita in fretta e male. C'è molto spazio ma non c'è un cinema o un teatro. Le zone verdi sono trascurate, come la piazzetta dello stazionamento", Marco rincara la dose, sostenendo "non ci sono spazi per i giovani. Dobbiamo spostarci tutti a Pozzuoli per divertirci. Monteruscello è un quartiere dormitorio".
È evidente come, data la carenza di mezzi pubblici, per chi non ha mezzi propri per spostarsi il disagio è forte.
Tale malcontento non è da sottovalutare. Le rivolte delle banlieu parigine non sono un fenomeno locale. Anche nelle nostre periferie i giovani accumulano quotidianamente il loro malumore per la situazione. Del resto le rivolte sono iniziate anche nelle nostre periferie. Qui però il disagio dei giovani è vissuto in maniera inconsapevole. Ciò fa sì che esso non si esprima in maniera collettiva come a Parigi ma con azioni irrazionali individuali. Esempio lampante di quanto è stato appena detto è la distorsione dei momenti ludici, con i pestaggi nei fine settimana, nelle zone più chic della città (ad esempio il Vomero), da parte dei ragazzi delle periferie.
Pensioni di vecchiaia delle donne, il Governo
minaccia di alzare l'età per le dipendenti pubbliche
di Simona Mele
Equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne. Questo è l’obiettivo che l’Italia dovrebbe realizzare secondo la Corte di Giustizia Europea. Oggetto della condanna della Corte è il regime pensionistico italiano per i dirigenti pubblici relativo alla pensione di vecchiaia, da tenere ben distinta da quella di anzianità. La pensione di vecchiaia si consegue quando si raggiungono i requisiti di età, 65 anni per gli uomini e 60 per le donne e 5 anni di contributi effettivi. Secondo la Corte si tratta di "un regime professionale discriminatorio", che viola il principio generale della parità di trattamento a danno degli uomini.
La pronuncia della Corte ha ricevuto il plauso di alcuni esponenti del mondo politico come la vicepresidente del Senato Emma Bonino, che ritiene preoccupante “l’esistenza di una legge che stabilisce che una donna debba avere meno anni di contributi di un uomo”. Il Ministro della Funzione Pubblica Brunetta ha, inoltre, affermato che "occorre innalzare l'età pensionabile delle donne che attualmente dall'andare in pensione prima non hanno vantaggi ma svantaggi, perché hanno progressioni di carriere e livelli di pensione più bassi". Ma fortissimo è apparso, invece, il fronte del no all’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. I sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil) si sono mostrati uniti nel proclamare il loro disaccordo. Il Segretario della Uil Angeletti ha ribadito la sua contrarietà a qualsiasi innalzamento dell'età pensionabile che non sia basato sulla volontarietà e sugli incentivi. Più netta è apparsa la posizione della Cgil: secondo la Segretaria Confederale Morena Piccini, “È “singolare” che venga interpretata come discriminatoria “una norma che è stata pensata e voluta proprio per agevolare le donne, offrendo loro un’opportunità in più, quella di scegliere se continuare o meno a lavorare”. Un punto fondamentale che va necessariamente chiarito nell’affrontare la questione, è, infatti, che le donne nel nostro paese non sono "costrette" dalla normativa esistente a andare in pensione a 60 anni. Possono farlo se lo scelgono. Secondo l’articolo 4 della legge sulla parità di trattamento, una legge che esiste da ben 31 anni, le lavoratrici, anche se in possesso dei requisiti per aver diritto alla pensione di vecchiaia, possono optare di continuare a prestare la loro opera fino agli stessi limiti di età previsti per gli uomini da disposizioni legislative. La ratio della normativa attualmente vigente è sostenere e agevolare le condizioni professionali e personali delle donne, che nella società italiana, sono , di fatto, differenti da quelle degli uomini. Oltre alla propria attività lavorativa, secondo i dati, le donne hanno a carico il 77% del lavoro domestico e di cura. Il 20% delle donne lascia il lavoro alla nascita di un figlio, il 60% nella fascia di età tra i 35 e i 44 anni è costretta a ridursi l’orario di lavoro per prendersi cura dei figli minori. In questo contesto la realizzazione di un provvedimento finalizzato all’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne fornirebbe un trattamento uguale per situazioni diseguali. La normativa vigente, invece, non sembra configurare dunque nessuna discriminazione, ma solo una possibilità, un’opportunità positiva.
La parità di trattamento e l’effettiva uguaglianza tra uomini e donne rappresentano un obiettivo che tutte le società moderne dovrebbero perseguire, ma l’equiparazione dell’età pensionabile non appare di certo la misura più incisiva per raggiungere questo scopo. Ben diversi sarebbero gli interventi prioritari per eliminare le disparità delle donne: le donne studiano di più ma vengono assunte di meno, hanno salari inferiori del 30% a parità di mansioni, hanno meno possibilità di carriera o sono addirittura costrette al licenziamento in caso di maternità. Ma, finora,di tutto ciò nessuno di coloro che sembrano prodigarsi per il raggiungimento della parità tra uomo e donna ha mai parlato. Al contrario, il Governo Berlusconi tra i primi atti vanta la cancellazione della legge 188/2006 fatta dal precedente Governo Prodi, proprio per evitare i licenziamenti in bianco delle lavoratrici in caso di maternità. Solo quando la società italiana sarà caratterizzata da un’uguaglianza tra donne e uomini effettiva e non solo formale, l’equiparazione dell’età pensionabile potrà essere considerata una misura necessaria e giustificata.
26 gennaio 2009
Stalking: silenzio infranto?
In Italia nasce in sordina la normativa anti stalking
di Laura Longo
Sul pavimento della porta di casa ci sono cioccolatini e mazzi di fiori con bigliettini d'amore, la linea telefonica risulta sempre occupata, la posta elettronica ed il cellulare sono intasati da messaggi passionali … tutti gesti affettuosi, graditi, ma che se eccedono, in alcuni Stati, sono considerati reato. Questo insieme di azioni va sotto il nome di stalking, termine inglese ancora parzialmente oscuro nel Belpaese. Anche conosciuto come Sindrome del molestatore assillante, stalking si traduce con il "fare la posta", "appostarsi", e comprende tutte le diverse forme di persecuzione attuate ai danni di un singolo, che può sentire la propria privacy minacciata fino a provare timore e subire gravi danni mentali.
Gli stalker, i molestatori assillanti, possono perseguitare la vittima a causa di un abbandono, un rifiuto o in seguito al divorzio. Le vittime sono per l' 80% donne: il 20% ha un'età compresa tra i 18 e 24 anni, il 7% tra i 35 e 44 anni, l'1,5% al di sopra dei 55 anni. Le conseguenze di questo atto sono, nella maggioranza dei casi, dannose sia per le vittime che per gli artefici: nel primo caso, in base alle emozioni provate ed agli eventi subiti, le ferite dell'individuo possono esternarsi tramite insonnia, incubi, ansia e disturbi emotivi. Nel caso dei molestatori, si sviluppa una sempre maggiore frattura con la realtà percepita che, spesso, sfocia in assenza di legami sociali. Si può facilmente dedurre che il modello dello stalker è amplificato da una società che ha un rispetto quasi nullo per la privacy altrui, promuovendo programmi intrusivi, facendo della vita privata il centro dell'argomento pubblico. A questo si somma la mancanza di informazione su un tema così delicato, che spesso vede consumare la violenza proprio tra le mura domestiche, in uno spaventoso silenzio.
La proposta normativa italiana è recentissima: del 2008 il DDL voluto da Mara Carfagna, Ministro alle Pari Opportunità, che considera lo stalker punibile da uno a 4 anni di pena, a seconda della gravità del crimine. Il primo Stato a considerare lo stalking reato perseguibile penalmente è stato quello della California, nel 1994, seguito, tre anni dopo, dalla Gran Bretagna. Il reato di stalking, inserito nel pacchetto sicurezza del precedente governo Prodi, è caduto nel dimenticatoio assieme alla disfatta politica ed è stato rispolverato nel 2008: preoccupa il ritardo italiano nei confronti del Mondo e preoccupa che la normativa sia spuntata fuori in seguito all'intervento di un Ministro che ha sì sottolineato quanto tiene a cuore le donne molestate dagli ex, ma ha trascurato e ridotto la trasversalità del fenomeno. Come se il terreno meritasse di esser smosso solo per interessi ad personam e non a tutela di un'intera comunità. La stessa approvazione del DDL in commisione alla Camera è passata in sordina. Dopo l'importante creazione della normativa, il passo successivo è modificare l'ideologia sottostante alle leggi stesse e scuotere la società dal torpore mediatico in cui è piombata.
13 gennaio 2008
Accanimento terapeutico, eutanasia
e le ingerenze della Chiesa
di Roberta Pisano
Da oltre un mese le pagine dei quotidiani non fanno altro che parlare del caso di Eluana Englaro, una donna di trentasette anni che dal 1992 si trova in un letto d’ospedale, ridotta ad un completo stato vegetativo con possibilità di miglioramento praticamente nulle. A scaraventare la vicenda di questa sfortunata giovane sotto i riflettori è stata la richiesta disperata del padre di interrompere l’alimentazione forzata che "tiene in vita" sua figlia, per regalarle una morte dignitosa, dopo un sonno lungo diciassette anni, una condizione che di dignitoso ha bene poco. Già nel 1999 la corte d’appello di Milano aveva respinto la richiesta del padre Beppino di sospendere l’alimentazione forzata; eppure non era una richiesta di eutanasia, ma semplicemente di interruzione di quell’accanimento terapeutico. Ci sono voluti altri nove lunghi anni di vicende processuali per rivedere e correggere quel verdetto, il 13 novembre la pronuncia della Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Milano, che si era opposta al decreto della Corte d’Appello che autorizzava ad interrompere l’alimentazione artificiale alla giovane di Lecco. Il decreto del giudice d’appello è diventato esecutivo e il sondino nasogastrico che tiene in vita Eluana potrà quindi essere staccato.
Il caso di Eluana, come tutti quelli precedenti in cui si sente solo l’eco della parola eutanasia, tra cui quello di Piergiorgio Welby, ha alzato il solito polverone di interrogativi. Questo caso ha riacceso l’ ormai secolare dibattito, rigorosamente made in Italy, tra i favorevoli all’eutanasia, i “laici”, e i contrari, i “cattolici”. «Noi vescovi ribadiamo la difesa della vita fino alla sua naturale conclusione e il riconoscimento dell’idratazione indotta come diritto della persona alla vita e non come accanimento terapeutico» : è questa la posizione espressa in merito al caso di Eluana dal segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori. La domanda che giunge spontanea in merito a questo intervento è: cosa c’è di naturale in un sondino di plastica che immette cibo chimico nelle narici di una donna incosciente?
Senza entrare nel merito di un discorso tanto complesso, senza fare della retorica di vita dignitosa e morte dignitosa o una strumentalizzazione per promuovere l’eutanasia a livello nazionale, bisogna tuttavia considerare una realtà oggettiva: secondo l’articolo 7 della costituzione l’Italia è una Repubblica Laica. Pertanto, secondo questo principio il sistema legislativo italiano dovrebbe essere immune alle ingerenze da parte della Chiesa. Ovviamente la realtà è ben diversa. La Chiesa, non solo per il caso di Eluana, è intervenuta per ostacolare provvedimenti legislativi che andavano contro i principi cristiani; esemplare è stata la campagna politica fatta dalla Chiesa in occasione del referendum sulla fecondazione assistita: le Chiese di tutta Italia si erano unite per invitare i cittadini non a votare contro, ma a non votare affatto, un invito assolutamente inammissibile. Anche in quel caso i funzionari di Stato non fecero nulla, lecito è dunque chiedersi fino a che punto il nostro sistema governativo assecondi le ingerenze dei rappresentanti cristiani. A questo proposito la politica internazionale offre numeri e dati chiari: in Spagna, Olanda e Svezia l’eutanasia è legale, in Germania può essere autorizzata in caso di coma irreversibile, in Danimarca e Inghilterra è illegale l’accanimento terapeutico. E' recente, inoltre, il caso di un tribunale spagnolo che a Valloid, in Castiglia, ha ordinato l’immediata rimozione dei simboli religiosi dalle pareti della scuola pubblica in quanto l’obbligo del crocifisso vulnera i diritti fondamentali “di uguaglianza, libertà religiosa e laicità dello stato stabiliti dalla costituzione”. Ma non sono questi gli stessi principi della nostra Costituzione? Alla luce di tutto questo l’Italia è da considerarsi una Repubblica laica o fondamentalmente cristiana?
9 dicembre 2008
Solo per giustizia: racconto di un Giudice contro la camorra
di Aldo Cimmino
È "Solo per giustizia", Raffaele Cantone, ma non è da solo all'incontro che si è tenuto alla Feltrinelli di Napoli, mercoledì 19 novembre in occasione della presentazione del suo libro. Ragazzi e non solo hanno trovato posti di fortuna, nella piccola sala che ospitava l'evento; in piedi o seduti a terra, vicino al tavolo dove sedeva anche Franco Roberti, coordinatore della direzione distrettuale antimafia. Erano presenti anche il procuratore generale Vincenzo Galgano ed il procuratore della Repubblica Gian Domenico Lepore.
Il giovane magistrato napoletano, con questo libro, lascia la procura e la direzione distrettuale antimafia di Napoli. Lascia perché ancora una volta la storia dei magistrati impegnati nella lotta alla criminalità organizzata, si ripete. Cantone è stato lasciato solo; il suo ambiente, i suoi colleghi lo hanno isolato nella sua decisione di affermare la giustizia anche in territori difficili come quello di Napoli e delle sue provincie. Un dibattito che tocca molti argomenti caldi, dall'isolamento dei magistrati impegnati nella lotta alla mafia, ai legami tra politica e mafia e quelli, particolarissimi, tra chiesa e mafia per i quali il prete chiede al magistrato, in nome di Cristo, di risparmiare il carcere a qualche pecorella smarrita.
Una delle domande che vengono subito poste all'autore del libro, riguarda lo stato della lotta alla camorra; Cantone risponde che oggi il livello di conoscenza che ha la procura e le forze dell'ordine è elevatissimo rispetto a quindici anni fa e che, a differenza del passato, i clan hanno abbassato la testa; se prima gli affiliati alla camorra erano in mezzo alla strada e facevano mostra del fatto di essere camorristi, questa gente in mezzo alla strada ora non ci può più stare. Ma il magistrato-scrittore, che sottolinea questi indiscussi passi in avanti, mostra un cauto ottimismo, mettendo in luce anche un altro e più profondo problema, puntando il dito contro quei contesti sociali in cui la camorra ha ottenuto, e continua ad ottenere, consensi. Qui il dibattito si amplia facendo riferimento ad una colpevole indifferenza dello Stato che continua ad offrire terreno fertile alle alleanze politico-mafiose, non colpendo duramente i settori della finanza e dell'impresa collusa e compromessa con il potere criminale. C'è da essere pessimisti, quindi, se le risposte sono solo di carattere emergenziale, solo quando si spara e c'è qualche morto in mezzo alla strada.
2 dicembre 2008
Gestione degli affari criminali:
il ruolo delle donne di camorra
di Aldo Cimmino
E' di poco tempo fà la notizia dei 76 arresti, eseguiti a Torre Annunziata, contro esponenti del clan Gionta. Le accuse vanno dall’associazione di tipo mafioso, al racket delle estorsioni, allo spaccio di droga che rappresentava una delle principali attività economiche dei padrini. Solo con la gestione di cinque piazze, dedicate alla vendita di sostanze stupefacenti, il cartello criminale dei Gionta si assicurava incassi per 170 mila euro al giorno. Sono stati eseguiti anche sequestri di beni per un valore complessivo di circa 80 mila euro; 63 appartamenti, 8 terreni, 65 autovetture, 68 motocicli, 6 autocarri e 11 società. Un'operazione, quella degli agenti del commissariato diretti dal vicequestore Attilio Nappi, che mette in luce come le donne, nell’ambito del “sistema” camorra, abbiano un ruolo di prim’ordine. Infatti, 10 degli indagati sono donne e sono finite in carcere le “first lady” e le “vestali”, come sono state definite nell’ordinanza di custodia cautelare dal giudice Antonella Terzi, Gemma Donnarumma e Teresa Gionta, moglie e figlia del boss Valentino Gionta. La stessa ordinanza sottolinea come la moglie del boss avrebbe mantenuto, all’interno del clan, una posizione predominante «profondendo il suo impegno in svariati settori delle attività illecite».
Parole, quelle del giudice Terzi, che aprono ad una riflessione di tipo sociologico circa la realtà delle donne di camorra che nel 1897, scriveva Ferdinando Russo, giornalista napoletano, erano «sfruttate brutalmente in tutte le maniere, dominate e sarei per dire ipnotizzate dai loro figli dai loro mariti, queste infelicissime donne si sobbarcano alle più dure privazioni, ai più eroici sacrifizi».
Parole, queste di Russo di un altro secolo, che sono in disaccordo con la odierna realtà in quanto la donna di camorra oggi non subisce la scelta dell’uomo che le sta accanto, ma decide di appoggiarla pienamente ritagliandosi anche spazi propri di potere. Una figura femminile, come scrive Roberto Saviano in un suo articolo, il 16 aprile 2005 pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno, che da materna diventa manager delle attività criminali. Sono le mogli e le figlie dei boss che si oppongono, anche fisicamente, alle forze dell’ordine quando giungono ad arrestare e ad assicurare alla giustizia i loro mariti ed i loro padri; le stesse donne che non si pentono davanti ai magistrati che le interrogano, ma al contrario smentiscono le dichiarazioni dei pentiti stessi, come accadde per Giuseppina Schiavone, figlia del pentito Carmine Schiavone, che dopo il pentimento del padre scrisse: «è un ipocrita che ha venduto la sua famiglia. Non è mai stato mio padre. Io non so neanche che cosa significa camorra». Le donne di camorra non sono delle semplici dame di compagnia nè delle figure “a latere”, ma in molti casi sono la chiave di lettura di un’organizzazione che spartisce il potere ed i compiti tra i suoi uomini ma anche tra le sue donne e che ha abbandonato quindi la sua tradizionale struttura patriarcale.
Inutile, quindi, illudersi a qualsiasi moralismo o istinto di compassione: le donne di camorra, non sono meno criminali di altri camorristi.
11 novembre 2008
Gravissimi episodi violano
la memoria e l'impegno antimafia
di Aldo Cimmino
Sabato 11 ottobre 2008 si è svolta a Comiso una manifestazione in nome di Pio La Torre. La protesta del Centro studi ed iniziative culturali "Pio La Torre" - Onlus, d'intesa con i familiari di Pio, è scaturita in seguito ad una delibera del sindaco di Comiso, Giuseppe Alfano, con la quale è stata cancellata l'intitolazione dell'aeroporto civile allo stesso La Torre.
Un provvedimento, quello del sindaco Alfano, in netta contraddizione con le motivazioni storiche e morali che portarono ad intitolare lo scalo siciliano a Pio La Torre. La scelta della giunta di centrodestra ha riproposto il nome, voluto dal fascismo, del generale dell'aviazione , Magliocco, che durante la guerra in Africa, si distinse per aver sperimentato bombardamenti su larga scala a danno delle popolazioni inermi dell'Eritrea.
Proprio a Comiso La Torre condusse, invece, le sue battaglie per la pace e contro la mafia. Si oppose alla costruzione di una base missilistica con armi atomiche, per la quale la pace nel Mar Mediterraneo e in Sicilia sarebbe stata gravemente minacciata; lottò anche contro agli innumerevoli tentativi di abusivismo edilizio; ma fu anche l'uomo politico che propose la legge grazie alla quale fu introdotto il reato di associazione mafiosa; motivo d'orgoglio dell'Italia che vuole contrastare la mafia, ma allo stesso tempo fu la sua condanna a morte.
E se a Comiso si tenta di offuscare la memoria antimafia, nella chiesa di Regina Pacis, parrocchia della Palermo "bene", una targa ricorda il nome di un noto uomo d'onore: Ignazio Salvo; su un confessionale donato dalla famiglia, "In perpetua benedizione e memoria". Non di certo si tratta della stessa "memoria" di La Torre ma di un tipo diverso, di quelle che si leggono negli atti giudiziari come nella sentenza-ordinanza dell'allora giudice istruttore Giovanni Falcone che scriveva: "I Salvo si sono avvalsi della mafia per raggiungere posizioni di potere di assoluto rilievo e hanno costituito uno dei fattori maggiormente inquinanti delle istituzioni della Sicilia". Indolente la reazione del parroco che afferma: "La famiglia Salvo sostiene che il proprio congiunto fu vittima di una persecuzione giudiziaria. Cosa possiamo dire noi? La nostra posizione deve essere sempre equanime".
Sono questi episodi gravissimi che screditano il valore della memoria e offendono quella di quanti hanno pagato, con la loro vita, il prezzo di un impegno antimafioso e di libertà; ognuno di noi, infatti, nel ricordare non soltanto prende coscienza di quanti si sono assunti le proprie responsabilità, ma si assume il dovere di essere cittadino attivo in quanto la memoria è impegno. Ignorare vicende del genere significa fingere di non sapere che la camorra, cosa nostra, 'ndrangheta e le altre organizzazioni, comandano, uccidono, colludono i piani della politica fin quando non è cancellata la memoria e quindi non è annullato l'impulso antimafioso.
3 novembre 2008
Articolo 18: nuove minacce sullo Statuto dei lavoratori
di Tonia Tortorelli
Approdati in Parlamento i disegni di legge del governo Berlusconi su lavoro e previdenza (d.d.l. n. 1441-bis e 1441-quater). Esaminati finora soltanto alcuni articoli dalla Camera dei Deputati, si discutono già molte novità: sanzioni amministrative più severe per i datori del lavoro "a nero" (escluso il lavoro domestico); esclusione delle forze dell'ordine dalle categorie comprese tra i lavori usuranti; stop alla stabilizzazione dei precari; territorializzazione dei concorsi; ma soprattutto norme che depotenziano l´operatività dei giudici del lavoro, limitandone i poteri in caso di vertenze da parte di lavoratori.
È in atto, insomma, il tentativo di aggirare l´articolo 18 limitando le competenze dei giudici del lavoro. Scansando il confronto diretto coi sindacati, il premier ha preferito scalfire qualche cavillo normativo per ottenere la libertà di licenziamento a cui mira da oltre otto anni.Ma si tratta di un debole tentativo, che probabilmente non troverà adesioni nella magistratura.
L´articolo 65 del provvedimento stabilisce, infatti, che nell´esaminare una causa di lavoro il magistrato dovrà tenere conto delle "tipizzazioni" della giusta causa e del giustificato motivo contenute sia nei contratti collettivi sia nei contratti individuali di lavoro stipulati davanti alle cosiddette "commissioni di certificazione". E, nel definire le conseguenze da riconnettere al procedimento, il giudice dovrà tenere conto degli elementi e dei parametri fissati dai vari contratti (anche individuali), ma dovrà tenere presente anche "le dimensioni e le condizioni dell'attività esercitata dal datore di lavoro, l'anzianità e le condizioni del lavoratore, nonché il comportamento delle parti anche prima del licenziamento". In parole povere, se il ddl dovesse essere convertito in legge, la reintegrazione del posto di lavoro garantita dall´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori potrebbe essere sostituita da un risarcimento danni. Per di più si tratterebbe di una reintegrazione a "fisarmonica" e il giudice sarebbe vincolato a quanto stabiliscono i contratti individuali anche se prevedono cose differenti rispetto a quelli collettivi. In caso di licenziamento per "riduzione del personale", tra l´altro, sarà impossibile presentare ricorso perché il termine fissato nel ddl per farlo è di 120 giorni: esattamente lo stesso tempo che ci vuole per sapere se la riduzione del personale sia o meno la vera causa di licenziamento.
Senza contare che dal provvedimento emerge un netto contrasto tra il principio costituzionale in base al quale ogni giudice è soggetto soltanto alla legge, e il tentativo del governo di introdurre i contratti collettivi tra i parametri vincolanti di valutazione.
Un´altra norma pericolosa del ddl, secondo il giuslavorista Massimo Roccella (intervistato di recente da Radioarticolo1) riguarda l´arbitrato. Spiega Roccella: "Si potrebbe infatti determinare che il lavoratore, nel momento della stipula del contratto, sia posto di fronte all´alternativa se essere assunto o meno, a condizione di accettare o no l´arbitrato e finisca per accettarlo, rinunciando sin dall´inizio alla possibilità di ricorrere ad un giudice del lavoro. Ci troveremmo di fronte - continua Roccella - ad una sorta di arbitrato obbligatorio: verrebbe meno il principio dell´inderogabilità della norma giuslavoristica e si precluderebbe sin dall´inizio la possibilità di rivolgersi ad un giudice del lavoro". Per tutti questi motivi il professor Roccella afferma che "quella norma deve essere assolutamente cassata dal Parlamento".
Ecco i rischi per la scuola pubblica:
abbassamento dell'obbligo scolastico,
fondi in meno per 8 miliardi e ingresso di privati
di Riccardo Volpe & Christian Bello
Scuola pubblica al centro dell’attenzione e del dibattito politico. I provvedimenti presi dal Ministro alla Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini cominciano fomentare gli animi nelle scuole, tra gli insegnati e le associazioni di studenti, come dimostrato dalla prima manifestazione studentesca nazionale del 10 ottobre, contro i programmi del Governo in materia di istruzione.
Uno dei primi passi del cambiamento della scuola pubblica è stato l’abbassamento dell’obbligo scolastico, passato da 16 a 14 anni. E’ previsto, infatti, che tale obbligo scolastico possa essere assolto anche nel sistema regionale della formazione professionale e nei percorsi triennali. Una misura totalmente estranea e in controtendenza rispetto a quanto accade negli altri Paesi membri dell’Unione Europea, la maggior parte dei quali, infatti, ha alzato l’obbligo scolastico almeno a 16 anni. (in Belgio, Ungheria e Paesi Bassi l’obbligo è stato elevato rispettivamente a 18 e 17). “L' abbassamento dell'obbligo - afferma Roberto Iovino, coordinatore nazionale dell’associazione Unione degli Studenti - è un provvedimento che ci riporta nell'Ottocento, in una scuola che a 14 anni ti manda ai percorsi di avviamento professionale. In Europa invece - continua Iovino - succede il contrario, si alza l'obbligo a 18 anni per alzare il livello culturale di tutti e assicurare un giusto rapporto con il mondo del lavoro. Contrasteremo in piazza questo disegno di società della Gelmini, che vuole tutti una grande massa di persone precarie e sfruttate e una piccola elité che raggiunge i livelli più alti dell'istruzione”.
C’è un’altra misura che ha acceso la discussione tra gli studenti più sensibili ed informati: il Disegno di Legge Aprea, proposto nel mese di giugno di quest’anno, che propone l’abolizione delle sigle sindacali e la completa eliminazione delle rappresentanze studentesche attualmente garantite dalla normativa esistente (D.p.r 249/98).
Il Disegno pretende di trasformare l’organizzazione democratica dell’istruzione secondaria superiore, basata su consigli di classe, di istituto e collegio docenti, da accorpare in un solo organo chiamato “consiglio di amministrazione” con poteri esecutivi e normativi, al quale non parteciperanno gli studenti. Secondo alcune disposizioni dello stesso Ddl, sarà possibile per soggetti privati investire i propri fondi nelle scuole, guadagnando, a seconda della donazione, la cosiddetta “quota di maggioranza”, che legittimerebbe tali privati ad intervenire nelle decisioni di qualsiasi tipo: dalla ristrutturazione dell’edificio, al piano di studi e alla revisione del regolamento interno di istituto.
Sul fronte della politica economica, la manovra finanziaria del 2009 contempla tagli per ben 8 miliardi di euro, che andranno ad incidere in special modo sugli istituti tecnici e professionali. Il rischio è che vengano a mancare elementi fondamentali per una didattica di qualità, con una diminuzione del monte ore settimale degli istituti, a discapito di materie di notevole importanza e specializzazione, affiancate, nella maggior parte dei casi, da ore di laboratorio.
In un ottica che privilegia l’apparenza alla risoluzione dei problemi concreti, Il ministro, inoltre, ha insistito sul ripristino del “5 in condotta”, pensando che reprimere gli studenti con tali provvedimenti disciplinari possa essere utile affinché atti di violenza e bullismo possano essere evitati.
In realtà, molti studenti si chiedono che senso abbia reintrodurre il voto in condotta se già nello statuto degli studenti introdotto nel 1998 esistono norme che prevedono l’ammonimento degli alunni in tali circostanza e temono che il 5 in condotta sia solo un altro strumento per arginare - si legge dai documenti dell’Uds - qualsiasi atto di attivismo o di rivolta studentesca, caratteristico degli inverni Italiani”.
15 ottobre 2008
Lettera di un'insegnante precaria
di Silvia Castracani
Tutto cambia per restare uguale a se stesso. Anzi, forse per fare passi indietro. Infatti, quelle che in questi mesi sono passate sotto la dicitura "riforme scolastiche", a ben vedere di innovativo non hanno quasi nulla.
Per coloro che credono che un miglioramento del sistema della scuola italiana sia non solo urgente ma indispensabile, le scelte dell'attuale Ministro del MIUR Gelmini risultano inadeguate e non rispondenti alla realtà. Nelle intenzioni del ministro, rigore e tradizione sono le parole della svolta verso una scuola più vicina allo standard europeo e di più alto livello. Una "novità" su tutte, la reintroduzione del grembiule. Cavalcando la voglia di un vagheggiato ritorno all'ordine, dopo i problemi legati ai cosiddetti "episodi di bullismo", la divisa a scuola emerge come la svolta per ridare decoro alla scuola, una scelta necessaria per una scuola tutta nuova.
Peccato che non ci si renda conto che gli alunni e la scuola cambiano insieme all'evolversi dei tempi, che i problemi nelle nostre scuole vanno ben oltre l'immagine e le apparenze. Le classi sono meno omogenee, con un numero sempre più elevato di alunni di cui in buona percentuale immigrati. Che si necessita di più servizi, di più luoghi adibiti a iniziative di integrazione e di socializzazione, di più finanziamenti per l'aggiornamento dei docenti, di più ore da dedicare al sostegno, in generale di più mezzi per svolgere dignitosamente un lavoro di altissima responsabilità qual è l'insegnamento. Ma un governo preposto a risanare i conti non può considerare tutto ciò, e nella fredda logica del bilancio non fa altro che ridurre le certezze (oggi già minime in questo settore) e ovviamente pianificare tagli di altre cattedre.
Quest'ultima decisione, fatta passare come manovra per combattere il precariato, di fatto incrementa quest'ultimo e disorienta ancora più i docenti che vivono questo clima di disordini. Il tutto a discapito della didattica e soprattutto degli studenti, che devono subire un avvicendamento dei loro insegnanti spesso anche in corso d'anno, con tutte le conseguenze negative che ne scaturiscono. Ad oggi, inoltre, non ci sono indicazioni certe riguardo i modi e i tempi di reclutamento degli insegnanti, che si trovano ancora una volta allo sbando e senza alcuna risposta per il loro futuro lavorativo.
Daniel Pennac: "Ho sentito dire che i mali odierni della scuola, lo scarso rendimento, il bullismo, la disaffezione siano imputabili al '68. E' una boiata infantile, pronunciata da vecchi bacucchi. Ma soprattutto un modo per sgravarsi dalle proprie responsabilità".
7 ottobre 2008
Legge antimafia inadeguata:
ecco i punti deboli utilizzati dai clan
di Simona Mele
I clan camorristici hanno raggiunto, senza grosse difficoltà, un nuovo obiettivo: aggirare la legislazione antimafia contro le infiltrazioni nei lavori pubblici. Secondo i più recenti rapporti delle Procure antimafia, la presenza della criminalità organizzata nel tessuto economico è un fenomeno in crescita e sempre più allarmante, in quanto aumenta il numero dei casi in cui i soldi pubblici sono maneggiati da malavitosi, che li reinvestono in capitali d’impresa.
La normativa antimafia che dovrebbe porre rimedio a questa grave situazione risulta, invece, secondo l'analisi condotta dallo "studio Carli", un ostacolo facilmente superabile per i clan, che, sfruttando le numerose falle e carenze, riescono ad evitare i controlli. A partire dal 1994, infatti, le ditte vincitrici di appalti hanno l’onere di una comunicazione o informazione antimafia: per la prima è necessario un controllo del casellario giudiziale del titolare della ditta per attestare la presenza o meno di misure di prevenzione antimafia o di condanna per reati di stampo mafioso. La seconda prevede controlli più approfonditi, mirando ad attestare anche eventuali tentativi di infiltrazione mafiosa. In base alla soglia (5 milioni di euro per appalti pubblici) si applica l’una o l’altra certificazione, con il risultato che sfugge ai controlli più rigidi la maggior parte degli appalti, che hanno valore inferiore. Sono molte le contraddizioni che vengono in risalto dalla lettura della norma: in primo luogo i controlli vengono realizzati solo sugli amministratori della società e non anche sui soci. Di conseguenza accade spesso che una impresa, pur essendo di fatto di proprietà di malavitosi, ottiene la certificazione antimafia liberatoria. Un altro grave difetto riguarda i consorzi: il certificato viene richiesto solo per i consorziati che detengono una quota superiore al 10 per cento del capitale. La norma consente, dunque, alle ditte interdette ai fini antimafia di aggregarsi a consorzi con quote di partecipazione inferiori al 10 per cento, permettendo così una facile elusione della legge. Non sono, inoltre, previsti controlli sui soci di ditte residenti all’estero. Risultato: unica “seccatura” delle ditte collegate alla camorra è quella di dover stabilire la loro sede sociale fuori confine. Ulteriore mancanza risulta dalla procedura vigente, che non consente verifiche sulle situazioni di fatto, molto spesso diverse da quelle di diritto (cartacee). Occorrerebbe, dunque, che le indagini non si limitassero alla mera acquisizione di atti, ma si allargassero ad attività investigative presso le ditte, al fine di individuare i gestore di fatto delle aziende.
L’inadeguatezza della legge come argine alle attività illecite della malavita organizzata risulta evidente anche dall’analisi della disciplina legislativa nell’ambito dei reati ambientali, caratterizzata da sanzioni minime. Esempio emblematico è lo sversamento di materiale tossico per il quale è prevista unicamente una sanzione amministrativa, ossia una multa.
Un primo tentativo di cambiamento, finalizzato all’imposizione di divieti più rigidi in relazione ai reati ambientali, è stato avanzato, nell’aprile 2007, da un disegno di legge del governo Prodi, che avrebbe introdotto una nuova regolamentazione nel Codice penale. Nel disegno era prevista come pena la reclusione da 1 a 5 anni o una multa da 10.000 a 30.000 euro per traffico illecito di rifiuti. Per i delitti illecito di rifiuti ambientali in forma organizzata era, invece, previsto l’aumento fino alla metà delle pene previste dall’art 416-bis (associazioni di tipo mafioso). In seguito alla crisi del governo, il disegno di legge è, ormai, caduto nel nulla, lasciando la legislazione antimafia ugualmente debole e aggirabile. Si tratta, dunque, di ritardo legislativo o di complicità da parte del mondo politico? In entrambi i casi la gravità della situazione necessita di interventi forti per combattere le infiltrazioni delle organizzazioni mafiose nell’economia, ma soprattutto per cambiare la mentalità stessa dei cittadini. Secondo Confesercenti, infatti, si sta allargando la cosiddetta “collusione partecipata”, che caratterizza le grandi imprese italiane “impegnate nei lavori pubblici, che preferiscono venire a patti con la mafia piuttosto che denunciare i ricatti”.
Urgono, dunque, misure che creino condizioni favorevoli per lo sviluppo dell’imprenditoria locale, accompagnate da pene più severe controlli più rigidi sulle attività economiche poco limpide.
Purtroppo, finchè proprio coloro che dovrebbero mirare a sconfiggerla parleranno di “convivenza con la mafia”, questo obiettivo sembrerà ancora lontano.
22 settembre 2008
Manovra triennale: tagli per 36 miliardi di euro
di Beatrice Ingenito
L’obiettivo della manovra finanziaria, pari a circa 36 miliardi, per il triennio 2009-2011, è uno: tagliare. Ogni capitolo della spesa pubblica sarà soggetto ad un drastico ridimensionamento spalmato su un periodo di tre anni. Lo scopo di questa scelta di politica economica è ben chiaro: ridimensionare in termini assoluti la presenza dello Stato nell’economia italiana, lasciare il sistema economico nelle mani dei poteri economici e finanziari del Paese.
Il decreto legge 212/08 che ha anticipato la manovra finanziaria per il 2009 e definito gli obiettivi di spesa per i prossimi tre anni, intitolato "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria", nei fatti potrebbe solo garantire l’obiettivo della stabilizzazione, ossia il pareggio di bilancio; ma a quale costo? Per la scuola, la sanità e la pubblica amministrazione sono stati disposti forti riduzioni della spesa che saranno assicurati soprattutto dalla riduzione del tourn over con un accesso ogni otto uscite e dalla soppressione della sanatoria per i precari.
Questi provvedimenti forse affermeranno il pareggio di bilancio per i prossimi tre anni, ma con conseguenze estreme per le prospettive occupazionali e per la crescita e lo sviluppo del Paese. La riduzione del corpo docenti significa: classi più numerose, peggioramento della qualità dell’istruzione e della formazione, indebolimento della scuola pubblica. Ogni provvedimento del governo potrebbe essere letto come un affievolimento del sistema pubblico a favore di un sistema privato che necessariamente, dovendo seguire le dinamiche del mercato, dovrà fornire massima qualità ed efficienza. Il bene collettivo non è più prerogativa della politica, ma ad esso viene sostituito l’interesse individuale, l’unico meritevole di tutela.
Decisioni prese senza dibattito in Parlamento
L’indirizzo politico ed economico del nuovo governo Berlusconi è stato reso immediatamente noto con i primi provvedimenti legislativi, che hanno ridefinito le priorità e le scelte socio economiche del Paese. Tali scelte, se effettivamente messe in atto, daranno vita ad un nuovo sistema Italia, di tipo "neoliberale". Lo Stato, infatti, perde la funzione attiva, che lo caratterizza da sempre, per essere declassato a semplice soggetto passivo, che si limita a porre vincoli ed obblighi. Tutti gli operatori del mercato, imprese, datori di lavoro, lavoratori, studenti, insegnanti, medici, liberi professionisti etc. opereranno dunque in assenza di un arbitro, di un soggetto in grado di tutelare i più deboli, capace di intervenire per appianare i naturali squilibri e le distorsioni di un libero mercato.
La politica berlusconiana cambia anche le regole ed i metodi del far politica, introducendo un grave precedente storico. Per la prima volta la manovra finanziaria, effettuata su un orizzonte triennale, è stata approvata con un decreto legge (convertito in legge il 5 agosto 2008). Insieme al decreto fiscale è stato varato il Dpef (documento programmazione economica finanziaria 2009-2013) che, in teoria, dovrebbe illustrare al Parlamento l’obiettivo programmatico e l’indirizzo di politica economica del governo, in una visone di medio/lungo termine. E' sulla base del Dpef, infatti, che si definisce la manovra finanziaria annuale. La propedeuticità del Dpef alla manovra finanziaria è di chiara comprensione logica, tranne che al neo governo che ha ritenuto opportuno anticipare prima la manovra fiscale con un decreto legge, limitando nei fatti il ruolo del Parlamento e delle parti sociali, per presentare contemporaneamente il nuovo Dpef definendolo, oltretutto, obsoleto ed inutile. Quest’anno, quindi, non ci sarà alcun dibattito parlamentare intorno alla finanziaria, tutto è stato già stabilito ed approvato nel ristretto ambito del Consiglio dei Ministri, il Parlamento si è limitato a convertire in legge il decreto emesso precedentemente dal governo. Al dibattito parlamentare si è preferito ancora una volta lo strumento del decreto legge. E’ il metodo più semplice per sottrarre al Parlamento la funzione legislativa che sempre più spesso viene esercitata dal potere esecutivo.
"L’Italia è una Repubblica parlamentare": questa definizione rischia di essere solo un concetto sancito dalla Carta Costituzionale che si studia sui libri scolastici. Il Parlamento italiano negli ultimi tempi è stato sempre più svuotato dei suoi poteri, i provvedimenti approvati dal nuovo governo fanno pensare piuttosto ad una Repubblica presidenziale, dove le scelte vengono prese da un numero ristretto di persone, in totale assenza di confronto sia con l’opposizione sia con le parti sociali, veri tutori dei singoli destinatari delle scelte politiche.
Le novità per settore:
Contratti pubblici
Tagliati di 400 milioni i fondi accantonati per i rinnovi dei contratti pubblici, che dovrebbero scendere da 2.740 a 2.340 milioni.
Ministeri
Nuova sforbiciata di 300 milioni di euro per il 2009, che nei due anni successivi salgono a 400. Tagli consistenti sia alla Difesa che alle Infrastrutture.
Sanità
I tagli di circa 7 miliardi di euro. A rischio l’assistenza sanitaria vera e propria sia la prevenzione, a cominciare da quella oncologica, con riduzione di posti letto in ospedale e negli organici dei medici.
Università
Annunciato un parziale blocco del ”turn over” dei docenti: solo il 20 per cento dei pensionamenti sarà coperto dai vincitori dei futuri concorsi. Previsti minori finanziamenti pubblici per gli Atenei, con un taglio di circa un miliardo e mezzo nei prossimi cinque anni al Fondo di finanziamento ordinario per le Università.
Sicurezza
Tagli di circa tre miliardi di euro. Entro il 2011 l'organico complessivo di forze dell'ordine e di difesa rischia di essere ridotto di 40 mila unità.
Scuola
Previsti 7,8 miliardi in meno entro il 2012 e tagli al personale per 150.000 unità, di cui 100.000 docenti e 50.000 personale ausiliario, tecnico e amministrativo. Il decreto 112 cancella anche l'innalzamento dell'obbligo scolastico a 16 anni di età che era stato introdotto dal governo Prodi.
Precari
Il blocco del reintegro per i lavoratori a termine interesserà solo i processi in corso. La contestata norma anti-precari stabilisce che 'Con riferimento ai soli giudizi in corso (...) e fatte salve le sentenze passate in giudicato', in caso di irregolarità il datore di lavoro è tenuto a indennizzare il prestatore di lavoro con un'indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 e un massimo di 6 mensilità dell'ultima retribuzione'
Lavoro
Il libro matricola ed il libro paga vengono sostituiti dal “Libro unico del lavoro” dove verranno iscritti tutti i lavoratori entro il 16 del mese successivo, vanificando il controllo lavoro degli ispettori. Ridotte le sanzioni in caso di violazioni ed omissioni sulla sicurezza. Torna il lavoro a chiamata (job on call) e sarà possibile prorogare più di una volta i contratti a tempo determinato oltre i 36 mesi (norma che era stata stabilita nel Protocollo welfare del luglio scorso per favorire i contratti a tempo indeterminato).
9 settemebre 2008
Giustizia e riforme: passi indietro per la democrazia
di Simona Mele
Impunitè, illegalitè, disegalitè. Sono trascorsi quattro mesi dall'inizio del governo Berlusconi e lo scenario politico-democratico si rivela allarmante in tema di giustizia e di riforme. Nuove leggi sono state definite "ad personam" per aver reintrodotto un uso strumentale della politica a fini personali.
L'esempio più eclatante è rappresentato dalla norma blocca-processi, inserita nel decreto sicurezza e poi eliminata e rimpiazzata con il Lodo Alfano. La norma prevedeva la sospensione dei processi puniti con la reclusione fino a dieci anni per i reati commessi fino al giugno 2002 e non ritenuti "di particolare allarme sociale", tra cui il processo Mills in cui è imputato lo stesso Premier per corruzione, per dare spazio a quelli considerati più gravi come terrorismo, mafia e camorra. Il Csm (Consiglio Superiore della Magistratura) definì la norma incostituzionale in quanto contraria agli art 3 della Costituzione, che sancisce l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e all'art 111 che riconosce la ragionevole durata del processo. Evidente, inoltre, appariva l'incoerenza del provvedimento, che provocava la sospensione di migliaia di processi, rispetto al decreto sicurezza in cui era inserito, che prevedeva un inasprimento delle pene per la clandestinità e mirava, secondo i promotori, a rafforzare la certezza della pena. A suscitare dubbi sull'onestà intellettuale dei fautori della norma è stato il fatto che la sua presunta urgenza si è improvvisamente dileguata quando si è manifestata, invece, la possibilità di ottenere l'invulnerabilità legale delle quattro più alte cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, Presidente del senato, Presidente della Camera, Presidente del Consiglio) mediante il Lodo Alfano. Il provvedimento è stato definitivamente approvato dal Senato il 22 luglio e prevede, come già il lodo Shifani dichiarato incostituzionale nel 2004, la sospensione dei processi a loro carico dalla data di assunzione e fino alla data di cessazione della carica, ma si applica anche per i processi penali per fatti antecedenti all'assunzione della carica. Senza alcuna deroga, compresi i presunti reati più gravi o commessi in flagranza. Il 23 luglio il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha firmato il Lodo, affermando di non aver riscontrato profili formali di incostituzionalità. Autorevoli costituzionalisti hanno espresso pareri diversi, considerando che non basta limitare l'efficacia della legge ad una sola legislatura, unica sostanziale differenza rispetto al lodo Schifani. In attesa di una nuova probabile pronuncia della Corte Costituzionale l'Italia è, dunque, una democrazia dove ci sono quattro uomini "più uguali degli altri". Ma la vera anomalia è il modo in cui ciò è avvenuto: l'aria di annoiata normalità con cui il Lodo è stato accolto in Parlamento anche dalle opposizioni, il silenzio del Colle, e lo scarso approfondimento di tg e giornali nazionali abbandonati, ormai, in un sonno profondo. L'unica forza politica ad aver avvertito la pericolosità di quanto sta avvenendo è sembrata essere "l'Italia dei Valori" di Antonimo Di Pietro, partito che ha promosso il referendum abrogativo del lodo, senza la collaborazione del Partito Democratico.
A completare il quadro è, poi, giunta la proposta di porre un bavaglio alle intercettazioni negando ai magistrati la possibilità di ordinarle, ad esclusione delle inchieste che riguardano mafia camorra e terrorismo. Sono previsti cinque anni di reclusione per chi le eseguirà e per i giornalisti che le diffonderanno, nonché forti penalizzazioni economiche per gli editori che le pubblicheranno. Diminuzione del costo della giustizia e difesa della privacy: queste le motivazioni addotte dal Governo, ma l'unico risultato concreto della riforma sarà quello di difendere l'intoccabilità e l'immunità dei poteri forti. Basti pensare che senza le intercettazioni della Magistratura l'opinione pubblica non sarebbe mai venuta a conoscenza di fenomeni come "calciopoli", "vallettopoli" o dei "furbetti del quartiere". Si preferisce, dunque, punire non chi viene intercettato e si è reso colpevole di un reato, ma chi intercetta o chi pubblica la notizia.
Queste leggi giungono in un contesto in cui la riduzione degli spazi democratici si rivela anche sul piano formale, come dimostra il modo con cui è stata approvata la legge economica triennale: misure importantissime per lo sviluppo economico del Paese sono state votate con decreto legge e senza discussione in aula, segno del totale esautoramento del Parlamento. Altro segnale dell'assoluta autoreferenzialità e autoconservazione della casta è l'intenzione di conservare l'attuale legge elettorale che, come è noto, prevede la nomina diretta di deputati e senatori da parte dei partiti, senza alcuna possibilità degli elettori di esprimere preferenze. Un sistema che il Governo ha proposto di estendere anche per le elezioni al Parlamento europeo.
Sarebbe errato affermare che questi provvedimenti non interessano la gente comune, vessata da problemi ben più gravi come la mancanza di un lavoro stabile e di un salario sicuro. Come si può affermare il proprio diritto a vivere dignitosamente, se non si ha la possibilità di manifestare il proprio pensiero in modo incisivo o formarsi un'opinione indipendente? Una democrazia reale e non solo apparente resta, oggi più di ieri, la condizione per qualsiasi progresso sociale.
2 settembre 2008
Lavoro minorile: coinvolti 500mila bambini in Italia
di Francesca Migliaccio
Negozi di famiglia, bar e ristoranti sono i luoghi dove si consuma il fenomeno. Tra i Paesi più sviluppati, l´Italia è uno di quelli più a rischio per l´occupazione minorile. Come per gli adulti, anche il lavoro minorile è precario. I minori vengono sfruttati, pagati poco e sempre in nero. Sono tanti, tantissimi e aumentano sempre di più. Secondo la Cgil sono circa mezzo milione gli under quindici sfruttati. La causa scatenante di questo fenomeno è sempre la stessa, la povertà. Sono sempre poveri quelli che lasciano la scuola per andare a lavorare, per poter "mantenere la famiglia". Il tasso di povertà tra i più giovani è al Sud quattro volte superiore rispetto a quello del Nord. È una situazione in costante crescita, che preoccupa e andrebbe risolta realmente.
Le cifre ufficiali
L´Istat si occupa poco dei lavori dei minori, quelli under quindici per le statistiche. L´ultima indagine risale al 2002. All´epoca, i ragazzi con meno di quindici anni che svolgevano un qualsiasi tipo d´attività lavorativa, erano 144.285, cioè il 3,1 per cento dei circa 4 milioni e mezzo di bambini di quell´età. La percentuale sale con l´aumento dell´età: lo 0,5 per cento tra i sette e i dieci anni, il 3,7 tra gli undici e i tredici, ben l´11,6 per cento dei ragazzi di quattordici anni. Solitamente la percentuale più alta del lavoro minorile si trovava nelle campagne, dove si riscontrava il 28,8 per cento dei lavoratori con meno di 18 anni; a seguire il 19,6 per cento dei baby-lavoratori lavorava in casa propria e il 10,2 per cento in bar, ristoranti e alberghi. nella stragrande maggioranza dei casi (79,9 per cento) i minori lavoravano con i propri genitori o parenti e il 20 per cento con estranei. Solo il 47,5 per cento veniva regolarmente retribuito mentre il 52,4 per cento non guadagnava.
Un'altra statistica
Il lavoro minorile è illegale e proprio per questo sfugge alle statistiche. L´Ires, il centro studi della Cgil, ha infatti allargato il campo della ricerca e ha stimato che i lavoratori precoci sono molti di più, intorno ai 500 mila, che arrivano a oltre 600 mila tenendo conto degli immigrati e di coloro che hanno iniziato a lavorare ben prima dei quindici anni. Secondo quest'altra fonte il luogo di lavoro dei minori italiani è per lo più il negozio, al secondo posto con il 14 per cento bar, ristoranti e pizzerie, mentre per gli stranieri la strada, come luogo di lavoro, giunge ad una percentuale del 31 per cento, per scendere al 16 per cento se vendono porta a porta.
La situazione è dunque allarmante, se l´Italia fosse realmente il Paese sviluppato che dice di essere, questa piaga non dovrebbe esistere, i minori dovrebbero essere bambini e nient´altro, il degrado e la povertà non dovrebbero spingerli a lavorare e ad abbandonare la scuola. Le colpe vanno ricercate in alto, in quello Stato che dovrebbe tutelare il cittadino, ma che è incapace anche di proteggere il più piccolo membro. Oggi vedere un bambino lavorare viene inteso ancora come una scena tollerabile, ma verrà il giorno che ciò sarà considerato per quello che è: un fatto immorale.
22 luglio 2008
Stipendio dignitoso? Bisogna aspettare i 50 anni
di Roberta Pisano
La condizione dei giovani in Italia diventa difficile, soprattutto in materia di lavoro. Secondo gli ultimi dati, un ragazzo di età compresa tra i 24 e i 30 guadagna circa il 77 per cento dello stipendio di un collega più anziano. Si è giunti ormai al punto di dover aspettare che compaiano le prime rughe e i primi capelli bianchi per poter vedere, a fine mese, uno stipendio dignitoso che possa equiparare almeno in parte quello dell’anziano papà.
Dati forniti dall’ OD&M (società di consulenza specializzata nella realizzazione di indagini e benchmark di metodologie e pratiche retributive) evidenziano che lo stipendio dei giovani impiegati è sceso di poco più di un punto percentuale annuo dal 2003 al 2007. Gli impiegati al di sotto dei trent’anni godono di uno stipendio medio di circa 22.000 euro lordi annui, rispetto ai 26.000 euro di colleghi tra i 31 e i 40 anni, e rispetto ai 28.000 euro di quelli con età compresa tra i 41 e i 50 anni. La logica sottostante a tale divario retributivo è quella secondo cui un giovane appena assunto non ha la stessa qualificazione ed esperienza di un collega più anziano. Secondo le logiche aziendali, quindi, deve essere pagato meno. Il sistema, nella pratica, si rivela assurdo, se si pensa che le ore lavorate sono le stesse è che un giovane di quell’età sta costruendo il suo futuro. Un incentivo finanziario, pertanto, non potrebbe essere altro che di aiuto.
Considerazioni allarmanti se si estende l’analisi alla classe impiegatizia, che guadagna anno dopo anno sempre meno, con una differenza di circa il 25 per cento rispetto a quella dirigente. Il divario retributivo e, più in generale, la diminuzione degli stipendi rispetto al costo della vita, non lasciano presagire nel breve termine un’inversione di rotta, nei migliori dei casi si può sperare in un arresto del fenomeno.
Alla questione salariale, và accompagnata quella del precariato. Nonostante questi dati, infatti, un giovane impiegato statale deve anche considerarsi fortunato, se si pensa allo scenario di un Paese dove la crescita della instabilità lavorativa è quasi inversamente proporzionale a quella della natività. Per molti, soprattutto nel campo privato, poter vantare di un contatto a tempo indeterminato, è un miraggio. Il risultato di questa situazione è che i giovani riescono a lasciare la casa dei genitori sempre più tardi ed è quasi impossibile rinunciare alla paghetta del caro papà, più vecchio (è vero), ma anche e soprattutto più ricco. Sarebbe ora di smetterla di essere un Paese alla rovescia.
15 luglio 2008
Condizione femminile in Italia:
una lavoratrice su due ha un lavoro precario
di Roberta Pisano
Nel dibattito sul lavoro in Italia la “questione femminile” mantiene un posto di rilievo. Il nostro Paese, infatti, è tra gli ultimi in Europa in termini di occupazione di donne. La situazione del lavoro femminile si può considerare una medaglia con due facce, opposte ed interrelate. Da un lato, si registra una crescita dell’occupazione, soprattutto alla fine degli anni novanta, passata dal 35 per cento del 1993 al 39 per cento nel 2006; dall’altro, si hanno riscontri negativi per ciò che riguarda la natura, la qualità e le condizioni di lavoro, poiché proprio le donne sembrano essere le maggiori protagoniste di uno dei mali del nostro paese: il precariato.
Questi i numeri: in generale, l’area di instabilità è formata in maggioranza da donne (il 53 per cento); più della metà delle ragazze (età compresa tra 15 e 24 anni) e più di un quarto delle giovani donne occupate (25-34 anni) svolge un lavoro instabile. Oltre il 76 per cento di queste lavoratrici hanno un contratto che non supera l’anno e per circa un terzo non supera neanche i sei mesi. La grande prevalenza di donne nell’area dei lavori part-time, può derivare invece anche da una scelta consapevole: dalla ricerca condotta dall'istituto Ires il 57 per cento delle donne con contratto part-time non aspira ad averne un lavoro a tempo pieno. Dietro questa scelta c’è sicuramente la decisione di dare priorità alla famiglia. Soprattutto nel caso di donne con figli piccoli, ogni scadenza contrattuale diventa un’occasione per chiedersi se è il caso o meno di cercare un nuovo lavoro, compatibilmente con le proprie esigenze e necessità.
Per le donne che intendono proseguire nell’attività lavorativa, comunque, è più difficile ottenere un contratto a tempo indeterminato rispetto agli uomini (il 14 per cento contro il 17 per cento). La situazione peggiora nel caso delle donne meno scolarizzate, che si ritrovano spesso in contesti di lavoro poco tutelati e privi di prospettive e nella grande maggioranza dei casi lasciano il campo del lavoro dopo la prima esperienza.
Discorso a parte merita la situazione meridionale. Il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno è da sempre stato notevolmente inferiore rispetto a quello del Centro e Nord Italia, una tendenza consolidata e rafforzata nel tempo. Negli ultimi tre anni si è registrato un notevole aumento di donne che abbandonano il lavoro e di donne che scoraggiate non lo cercano neanche, di cui non c’è traccia nelle liste dei centri per l’impiego.
La condizione femminile sul lavoro in Italia si presenta, quindi, piuttosto ampia, articolata e complessa. Quel che è certo è che la tanto desiderata “parità di genere” deve essere ancora completamente ottenuta. Una conquista che non riguarda solo l’eliminazione delle discriminazioni aprioristiche nei contesti lavorativi, ma anche il modo di dare priorità da parte delle donne italiane.
8 luglio 2008
Riforma dei contratti, le proposte dei sindacati
di Dario Chiocca
I sindacati provano a dare una risposta alle nuove esigenze del mondo del lavoro e (forse) a rinnovarsi. Le maggiori organizzazioni "confederali" hanno raggiunto una posizione comune sul tema della riforma della contrattazione, ossia il sistema di accordi tra rappresentanti di lavoratori e datori di lavoro che stabilisce l'insieme di regole e trattamenti salariali minimi, applicabili a tutti i dipendenti di uno specifico settore. Cgil, Cisl e Uil si presenteranno al confronto con imprenditori e governo con una serie di proposte unitarie, con l'obbiettivo dichiarato di "realizzare un sindacato più democratico, più vicino ai lavoratori e ai pensionati e definire un sistema contrattuale in grado di aumentare le retribuzioni".
Ecco alcuni dei contenuti più importanti sostenuti dal sindacato. Si conferma, innanzitutto, un modello contrattuale unico per tutti i lavoratori, con un livello nazionale (il Ccnl) che mantiene la centralità e un secondo livello che va esteso e qualificato sul territorio. Al primo livello spetterebbe la definizione della normativa nazionale, per sostenere il potere d’acquisto di tutti i lavoratori di una categoria in ogni azienda e in ogni parte del Paese. I contratti nazionali, infatti, dovrebbero prevedere che la contrattazione salariale del secondo livello si sviluppi a partire da una quota minima fissata. Il secondo livello, invece, da cui oggi sono esclusi circa 12 milioni di lavoratori italiani e da sostenere con misure aggiuntive di detassazione, dovrebbe svilupparsi nelle molteplici forme di "regionale, provinciale, settoriale, di filiera, di comparto, di distretto, di sito", per accrescere le retribuzioni rispetto a parametri di produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia.
Una novità importante e sostanziale riguarda il nuovo modo di calcolare l'inflazione, in base alla quale chiedere gli aumenti salariali. Andrebbe utilizzato, secondo i sindacati, un concetto di 'inflazione realisticamente prevedibile' utilizzando altri indicatori, più attendibili e sensibili rispetto a quello del contestatissimo 'paniere Istat', come il deflattore dei consumi interno o l’indice armonizzato europeo corretto con il peso dei mutui."
Va inoltre previsto il superamento del biennio economico e la fissazione della triennalità della vigenza contrattuale (sia economica che normativa), prevedendo anche "l’introduzione di penalizzazioni per le aziende in caso di mancato rispetto delle scadenze", fatto che oggi è praticamente le norma.
I sindacati ritengono necessaria anche una riduzione del numero e una razionalizzazione delle aree di copertura dei Ccnl (oggi oltre 400), prevedendo la possibilità di accorpamenti. Tra i motivi che hanno spinto i sindacati ad accelerare i tempi sulla definizione di una linea comune c'è sicuramente la consapevolezza di dover fronteggiare un governo e un ministro del Lavoro (Sacconi) che in tema di contrattazione salariale hanno un'idea tutta protesa verso l'individualizzione del rapporto tra lavoratore e impresa, svuotando di contenuti il Ccnl e scavalcando le organizzazioni sociali nelle trattative. In questo senso va visto anche l'incoraggiamento dello straordinario. Per evitare il suicidio sindacale e nuove divisioni, con il rischio di accordi separati con i sindacati eventualmente più "morbidi", è stata proposta anche una "riforma della rappresentanza". Oggi, infatti, risulta sempre più difficile capire quali sono i sindacati effettivamente rappresentativi dei lavoratori in termini di iscritti e di consenso. Viene indicato, quindi, nel Cnel (Comitato nazionale economico e del lavoro) l’istituzione pubblica che certifichi la rappresentanza e la rappresentatività delle relative organizzazioni sindacali, attraverso un sistema misto di deleghe e di voti espressi nelle elezioni interne per le Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie).
Sempre in termini di democrazia sindacale, il documento unitario prevede che tutti gli accordi da sottoscrivere con le aziende siano sottoposti alla consultazione dell’insieme dei lavoratori e dei pensionati, iscritti o no al sindacato.
Nei propositi dei dirigenti sindacali, quindi, questa svolta dovrebbe essere non un compromesso al ribasso tra le diverse posizioni, ma l'occasione per non essere travolti dal nuovo contesto politico e dalla oggettiva crisi di rappresentanza e forza contrattuale. Un sindacato che per non scomparire e ampliare la propria ragion d'essere, si interroga anche da tempo sui nuovi bisogni, provando a ridefinire e tutelare i diritti collettivi e individuali delle persone.
1 luglio 2008
Liberalizzazioni, compiuti solo i primi passi
di Simona Mele
Le liberalizzazioni hanno rappresentato, in Italia, uno strumento politico innovativo e ancora molto attuale. Introdotte, per la prima volta, dal ministro Bersani, nell’agosto del 2006. Tali provvedimenti avevano come obbiettivo la rimozione degli ostacoli più evidenti alla libera concorrenza in certi settori e, di conseguenza, l’acquisizione di maggiori benefici per i consumatori.
Tra le misure più significative c’è stata l’abolizione della tariffa minima per i liberi professionisti con possibilità del cliente di negoziare la parcella, la possibilità di vendere i prodotti farmaceutici da banco in tutti gli esercizi commerciali, l’attribuzione di poteri ai Comuni per l’assegnazione delle licenze ai taxi. In questo modo si è tentato di intervenire sulla disciplina di settori lavorativi, troppo spesso chiusi e inaccessibili, e facilitarne l’ingresso soprattutto ai giovani.
Definite come una “rivoluzione” per i consumatori e un cambiamento radicale per il sistema produttivo, le liberalizzazioni attuate hanno, tuttavia, solo parzialmente inciso sulla rigidità di queste categorie, lasciando intatti i poteri forti e ugualmente critica la posizione dei giovani.
Per chi vuole cimentarsi in una libera professione l’ingresso nel mondo del lavoro è, oggi, preceduto da un percorso ad ostacoli, sempre più invalicabili per coloro che, pur avendo brillanti curriculum, sono sprovvisti delle giuste conoscenze. Emblema della totale assenza di mobilità sociale è il sistema degli ordini professionali (avvocati, commercialisti, notai, consulenti del lavoro, farmacisti, medici, architetti, ingegneri, giornalisti ecc.) che, definiti garanti della qualificazione professionale, appaiono nei fatti arroccamenti corporativistici, chiusi a riccio attorno ai propri iscritti e limitativi rispetto ad una selezione fondata su capacità e merito. In un contesto simile sembra che il “sapere professionale” venga trasmesso da padre in figlio, destinando alla perenne esclusione chi ha una differente provenienza sociale. Nella maggior parte dei casi, i giovani neolaureati devono affrontare, infatti, stage, tirocini e praticantati in una continua gavetta, poco gratificante sotto l’aspetto professionale ed economico. Questo percorso, eccessivamente lungo e assolutamente precario, produce condizioni di sfruttamento e genera frustrazione per il mancato raggiungimento dell’autonomia economica dalla propria famiglia. Le nuove generazioni, derubate del loro futuro, non possono che provvedere all’oggi, ignorando necessariamente il domani.
Al di là di una prospettiva puramente economica e liberista, le liberalizzazioni attuate dovrebbero, dunque, rappresentare un primo passo, positivo ma parziale, verso una “liberazione” di nuove energie. Ridefinire le regole nel campo del lavoro autonomo e professionale sarebbe così uno strumento per una reale emancipazione sociale, soprattutto in quei settori che, ancora oggi, risultano appannaggio esclusivo di alcune ben determinate tra le moderne classi sociali.
24 maggio 2008
Sostegno pubblico all'editoria:
finanziamenti anche a chi non merita
di Francesco & Isabella Cirillo
Emergenza informazione in Italia, i gruppi di potere fagocitano i finanziamenti pubblici per l’editoria e i contribuenti pagano di tasca propria la realizzazione di improbabili magazine e quotidiani dal dubbio valore professionale e dalla discutibile utilità pubblica. Questo, in sintesi, lo stato dell’informazione nel Belpaese che risulta essere tra i più difficili nei Paesi cosiddetti avanzati.
Tutto ha inizio con la legge 416 del 1981, che sancisce la svolta nel sistema editoriale italiano e che prevede finanziamenti pubblici all’editoria. Il finanziamento, secondo gli scopi del legislatore, nasce dalla volontà di incentivare la produzione di giornali e riviste per l’alto valore educativo e sociale che svolgono in questa società. Questi principi si traducono in un’erogazione annuale di circa 700 milioni di euro, spesi secondo criteri discutibili e a volte illogici. Il primo problema, sostengono i critici della legge, è che i contributi economici poiché vengono distribuiti a tutte le testate, accentuerebbero di fatto la distanza tra giornali grandi e piccoli, aiutando anche coloro che non ne avrebbero bisogno e sostenendo indirettamente lo strapotere dell’informazione “deviata” delle grandi lobbies.
A questo si deve aggiungere che il panorama dell’editoria italiana è già di per sé complicato perché, diversamente da quanto avviene negli altri Paesi europei, non esiste più un “editore puro” (ovvero un editore che si dedichi unicamente ad un’impresa editoriale), ma esistono grandi gruppi di potere con interessi ramificati in vari campi dell’economia, di cui l’editoria è solo quello più evidente. Ne consegue che, ad esempio, per un imprenditore specializzato nel settore dolciario, possedere una testata qualsiasi potrebbe tornare utile anche per promuovere i propri prodotti o, soprattutto, screditare quelli della concorrenza. A tale situazione di costante concentrazione dell’informazione a vantaggio di grandi gruppi e a scapito dei giornali di minore potere, si aggiunge il fatto che anche questi giornali percepiscono finanziamenti da parte dello Stato. Si tratta di finanziamenti disponibili per tutta la stampa nazionale, ivi compresi quei giornali che vendono di più e che non avrebbero bisogno di un sostentamento come La Repubblica, il Corriere della Sera o La Stampa.
Questi contributi, detti anche ‘a pioggia’ (cioè non distribuiti effettivamente perché ne è verificato lo svolgimento di un servizio pubblico, ma solo in base ai parametri della legge) sono anche motivati dal fatto che in Italia, contrariamente agli altri paesi europei, non esiste una ripartizione equa della pubblicità tra i vari mezzi d’informazione, e pertanto i giornali hanno l’esigenza di avere un risarcimento per la penalizzazione dovuta ai maggiori introiti pubblicitari che rifluiscono per più della metà nella televisione.
Altra questione apertissima riguarda la presunta “pubblica utilità” di periodici o magazine del tutto sconosciuti al grande pubblico. Il principio è del “più si stampa, più si hanno contributi” per cui, il più delle volte, giornali stampano copie in un numero di gran lunga superiore a quello delle vendite effettive, soltanto per accaparrarsi i contributi dello Stato. Tale malcostume risulta pesare di gran lunga sulla crisi e sulle polemiche che da tempo investono il settore dell’informazione.
Oltre alla questione dei finanziamenti a pioggia c’è la problematica dei giornali di partito, legittimati a ricevere i contributi grazie alla firma di due soli deputati che ne accertino la natura di organi di movimenti politici (legge del 1987): e ancora una volta è lo Stato a pagare giornali come ‘Libero’, organo del Partito Monarchico, o il Campanile, quotidiano dell’Udeur.
18 maggio 2008
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