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Confronto alla pari al Vertice di Trinidad
di Dario Chiocca
L'America è cambiata davvero: tutta l'America, quella latina già da un pò di tempo, e il cambiamento è ancora in corso. Diversi, rispetto al passato, sono i rapporti di forza tra Nord e Sud del Continente. Per la prima volta dopo 170 anni, il confronto tra i Capi di Stato è avvenuto alla pari, e un Presidente degli Stati Uniti ha dovuto ascoltare e rispondere, anziché imporre decisioni agli altri.
Tutto ciò si è manifestato in occasione dell'ultimo Vertice dell'OEA, Organizzazione di cui fanno parte 34 Stati americani, tutti tranne Cuba, espulsa nel 1962 per volontà dell'amministrazione Kennedy, subito dopo la vittoria della rivoluzione e la proclamazione del suo carattere socialista.
Proprio Cuba, seppur assente, è sembrata meno isolata che mai ed è stata al centro degli interventi ufficiali e degli incontri privati. Praticamente tutti i Capi di Stato hanno chiesto la fine dell'embargo economico proclamato dagli Stati Uniti e in vigore da 47 anni, che i cubani definiscono più precisamente bloqueo (blocco) e che consiste nella impossibilità per il Governo cubano di commerciare con il resto del Mondo prodotti che abbiano una pur minima presenza di materiali o di lavorazione "made in U.S.A", medicine comprese, oltre all'ancor più grave negazione dell'accesso al credito internazionale. Brasile, Uruguay, Paraguay, Nicaragua, Bolivia, Venezuela, Ecuador … nessuno di questi Paesi ha fatto mancare la sua voce al riguardo. Evidente l'identità di vedute, maturata già prima del Vertice. Nei mesi scorsi il lavoro diplomatico è stato intenso, l'Havana è stata visitata da moltissimi Capi di Stato, anche da una delegazione di 8 senatori degli Stati Uniti, a colloquio con i fratelli Castro per verificare la possibilità di una normalizzazione dei rapporti tra due Paesi che si fronteggiano da 50 anni in una guerra politica, oltre che economica e terroristica. La resistenza dei cubani, lasciati soli soprattutto negli anni '90, può trovare oggi il giusto riconoscimento. Il regime rivoluzionario sembra intenzionato ad accettare la sfida del confronto, ma attende fatti concreti. Durante il Vertice di Trinidad, a sintetizzare il concetto meglio di chiunque altro è stata la presidentessa argentina Christina Fernandez de Kichner, la quale ha ribadito che "l'eliminazione dell'embargo non deve essere considerato un punto di arrivo del dialogo, ma una pre-condizione", perché nell'America di oggi "non ci sono più nemici e c'è posto solo per l'unità." Un'unità che trova un punto fermo nel rifiuto dell'economica liberista e senza regole. A partire dal 2005, alla proposta nordamericana dell'AlCA (Trattato di libero commercio a condizione vantaggiose per i Paesi del Nord e che avrebbe penalizzato le nazioni più povere), i gruppi più avanzati dei Paesi latinoamericani hanno opposto quelle dell'ALBA e dell'Unasur. La loro parola d'ordine è "integrazione", culturale ed economica. Scambi commerciali alla pari e un sistema di prestito a tasso agevolato, si affiancano ai continui riferimenti a personaggi storici come Simon Bolivar e Jose Martì, i primi a promuovere l'idea della "patria grande", un'unica nazione sudamericana.
Questi processi sopranazionali non nascono dal nulla. La gran parte dell'attuale classe dirigente americana è figlia di una risposta collettiva alla crisi, di anni di lotte. "L'America è cambiata e noi siamo tutti l'espressione di questo cambiamento" ha insistito Christina Fernandez. Pochi anni fa sarebbe stato difficile, per un osservatore europeo e occidentale, immaginare un dirigente sindacale come Lula alla guida del Brasile, un rappresentante indio come Morales al potere in Bolivia, un giovane economista come Correa a tentare di emancipare l'Ecuador dalla colonizzazione economica. Un presidente di colore negli Stati Uniti come Obama, su cui sono riposte le attenzioni e le speranze di quanti "vogliono essere amici" (parafrasando il lider venezuelano Chavez) dell'America che riconosce merito e opportunità alle persone e non di quella che lascia indietro i meno fortunati e lancia bombe nel Mondo. Obama ha dato segnali, ha ridotto le prime restrizioni ai rapporti con Cuba, almeno nella sfera dei viaggi e dei rapporti umani e interpersonali dei privati cittadini; si è impegnato a "promuovere rapporti di rispetto reciproco e di costruire un'agenda concreta, che permetta di soddisfare le necessità del Sud"; ha modificato la politica del suo predecessore in materia di bio-combustibili (interessante alternativa energetica al petrolio), privilegiando la ricerca in modo da non sottrarre terre e risorse naturali alla produzione di alimenti, che avrebbe conseguenze disastrose per quei popoli che già oggi soffrono o rischiano la fame.
Nel Mondo globale, i più sensibili tra gli uomini e le donne di tutti i popoli, non potranno che ricercare risposte globali, in una visione di insieme dei problemi. Una parte del Mondo sembra sulla buona strada. L'America di oggi, capovolta, è di certo più avanti nella storia.
Minori: le prime vittime dello sfruttamento
di Francesca Migliaccio
Il dossier "Save the children" denuncia la piaga della tratta di giovanissimi immigrati. Da gennaio a dicembre 2008 i minori stranieri non accompagnati presenti in Italia sarebbero in totale 7797. Questo è ciò che attesta il dossier di "Save the children". Sia in Europa che in Italia, è tuttavia molto difficile reperire dati certi sulla presenza dei minori stranieri non accompagnati, per il loro elevato grado di mobilità e poichè si trovano spesso irregolarmente nei nostri Paesi. Nella maggior parte dei casi, i minori non entrano in contatto con le Istituzioni che dovrebbero occuparsi di assicurare la loro tutela e protezione, e non godono dei diritti che gli spetterebbero in quanto cittadini. Il dato mostrato dal dossier non rispecchia fedelmente la realtà, poiché in esso non sono compresi i minori richiedenti asilo, quelli vittime di tratta e i minori cittadini comunitari.
Le cifre
Il maggior numero di minori stranieri presenti sul nostro territorio e su quello europeo sono maschi, pari al 90,46%, contro il 9,54% di femmine, ed hanno un'età compresa tra i 16 e i 17 anni. Le regioni italiane che hanno accolto il maggior numero di minori sono la Sicilia (41,37%), la Lombardia (12,65%), e l'Emilia Romagna (7,28%), confermando quanto già rilevato nel 2007. La maggioranza dei minori non accompagnati proveniva da Albania, Marocco e Romania. Ovviamente, i piccoli immigrati sono stati accolti e hanno ricevuto assistenza, soprattutto nelle grandi città, ma negli ultimi tempi anche i centri di media grandezza si stanno attrezzando per rendere migliori le loro condizioni nel nostro paese. Nel solo comune di Roma sarebbero circa 1152 i minori stranieri richiedenti asilo nel solo 2007, soprattutto provenienti dalla Romania. Nel 2007, inoltre, è stato registrato l'aumento della richiesta di asilo da parte di donne con figli del 6%, ciò ha comportato la necessità di potenziare e migliorare le misure previste a favore delle donne richiedenti asilo.
L'infamia dello sfruttamento
L'immigrazione dei minori conduce a un problema ben più grave, quello della cosiddetta "tratta", ai danni di piccoli trasportati, ospitati e accolti a fine di sfruttamento. I minori identificati come vittime di tratta che hanno ricevuto assistenza e protezione dal 2001 al 2007 sono 938; un dato che ovviamente non comprende tutti quelli di cui non si hanno notizie. Tra questi vanno inclusi coloro che non prendono contatti con le Istituzioni. I minori stranieri più a rischio di sfruttamento sono quelli che vivono in estrema povertà, unita a un alto tasso di disoccupazione della famiglia di origine, quelli che subiscono discriminazione di genere all'interno di un contesto familiare, scolastico e comunitario nel quale le capacità decisionali dei minori non sono comprese e valorizzate. Vittime della tratta sono anche quei minori che hanno handicap fisici o psicologici, che meno di tutti possono difendersi e soprattutto comprendere quello che gli sta succedendo; i minori provenienti da zone territoriali soggette a conflitti, quelli che nel proprio paese d'origine vivono in condizioni inaccettabili. Un fenomeno dilaga ovunque. Per le strade delle nostre città capita ogni giorno di incontrare bambini che chiedono l'elemosina, costretti dalle famiglie o da chi, una volta che il minore è entrato illegalmente nel nostro Paese, approfitta della situazione in cui il bambino si viene a trovare e lo costringe, sotto minaccia.
Gli interventi a tutela
Tutto questo non dovrebbe succedere, tutti i bambini hanno diritto a vivere un'infanzia felice. La legislazione italiana prevede la possibilità che le persone vittime di tratta siano tutelate e protette e, che possano beneficiare di assistenza, come previsto dall'articolo 18 del testo unico sull'immigrazione. Nonostante la normativa italiana sia all'avanguardia in questa materia, la sua applicazione continua a non essere omogenea su tutto il territorio. Non vi è ancora un'adeguata attenzione da parte delle Istituzioni ai legami tra piccola criminalità e sfruttamento dei minori. Le leggi non incidono profondamente sulle situazioni familiari dei minori, con l'effetto di non ridurre la presenza di minori dediti a piccoli furti o ad altri atti criminali, così come non diminuisce il loro sfruttamento.
Per far fronte a questa situazione è necessario, non solo contrastare il crimine, ma istituire misure di prevenzione sociale, a partire da un maggiore impiego degli educatori alla pari, cioè operatori che alle loro spalle hanno vite simili a quelle dei minori coinvolti in storie di sfruttamento, in maniera tale che i minori si sentano compresi e soprattutto non si sentano soli. Bisognerebbe promuovere percorsi di istruzione che con il tempo permettano l'inserimento dei minori coinvolti in attività illecite nel mondo del lavoro, per creare un'alternativa valida per il loro futuro. Dovrebbero essere effettuate, inoltre, analisi approfondite del fenomeno che si occupino individualmente dei casi per poter meglio determinare quali soluzioni adottare per ciascuna persona.
Con la speranza che lo sfruttamento dei minori possa essere fermato, lo Stato italiano, come tutti gli altri, dovrebbe porsi le perseguire l'obbiettivo di fermare questo crimine, per difendere il diritto alla vita e il diritto all'infanzia che ogni bambino deve avere.
I sindacati europei: sì alla libera circolazione,
no alla guerra tra poveri
di Simona Mele
A fine gennaio centinaia di operai inglesi hanno protestato davanti alla raffineria di Lindsey, nel Lincolnshire. Contestano l'arrivo degli italiani, dipendenti della Irem di Siracusa che ha vinto un'asta come sub contractor dell'americana Jacobs, chiamata da Total per costruire un impianto. L'episodio è stato al centro di un acceso dibattito: secondo alcuni si è trattato di un'ondata di nazionalismo anti italiano. L'Inca Cgil londinese ha escluso l'aspetto razziale, affermando che questa interpretazione della protesta danneggia la lotta dei lavoratori e favorisce l'estrema destra che sfrutta la vicenda a proprio vantaggio.
Le rimostranze dei lavoratori inglesi sono state indirizzate contro l'impresa appaltatrice che, pur di assicurarsi l'appalto, ha fatto una offerta al ribasso tagliando i costi nell'unico settore dove poteva farlo: quello dei salari e delle condizioni di lavoro. La preoccupazione principale delle associazioni sindacali è che il "dumping" salariale (gara al ribasso) diventi un'opportunità per le aziende per abbassare il costo del lavoro, determinando una concorrenza sleale. Per questo motivo dichiarano che "l'Unione europea ha bisogno di regole più chiare e rigide sullo spostamento dei lavoratori, regole che garantiscano a tutti lo stesso trattamento, indipendentemente dalla nazionalità ed ha bisogno del pieno rispetto degli accordi collettivi che alcuni datori di lavoro stanno minando alla base."
Grosso peso nell'episodio ha avuto senz'altro la crisi economica, i cui effetti sulla produzione reale in Gran Bretagna sono stati più forti rispetto agli altri Paesi europei, Italia compresa. E ciò è accaduto proprio nel Paese che, con l'intento di perseguire una politica economica più cauta, ha talvolta rifiutato la piena integrazione europea, come dimostra la non adesione all'euro e il mantenimento della sterlina, moneta nazionale.
L'Unione Europea è nata principalmente come unione economica e commerciale dei Paesi europei con la finalità di creare un mercato comune, il cui sviluppo doveva fondarsi sulla libera circolazione di persone, cose e capitali. Proprio per garantire la libera circolazione delle persone, però, è stato necessario negli anni creare un nucleo di diritti sociali universali per tutti i lavoratori dell'Unione. Come afferma la stessa Corte di Giustizia, infatti, "se i lavoratori, come conseguenza del diritto di libera circolazione, dovessero essere privati dei vantaggi previdenziali garantiti loro dalla legge di uno Stato Membro (…), verrebbero dissuasi (…) dall'esercitare il diritto alla libera circolazione."
Al di là della prospettiva puramente economica, dunque, il sistema dell'Unione Europea conserva le sue potenzialità e potrebbe rappresentare un'importante strumento di integrazione e di eliminazione delle disparità tra i popoli europei, e abbattere così ogni forma di nazionalismo estremo o razzismo. Per raggiungere quest'obiettivo è necessario, però, rafforzare e sviluppare maggiormente il nucleo di diritti sociali comuni ai cittadini dell'Unione, dando più spazio alle politiche sociali, troppo spesso ignorate per far prevalere logiche esclusivamente economiche.
Crisi economica: la bolla speculativa del petrolio,
le soluzioni proposte da Obama
di Gennaro Chiocca
Fino a qualche settimana fa sedicenti analisti e professori, commentando lo straordinario aumento del prezzo del petrolio, propinavano all'opinione pubblica (volutamente?) grossolane sciocchezze, affermando che le cause di tale aumento dovevano essere individuate nelle maggiori richieste di Cina ed India, costrette a comprare grandi quantità di petrolio per soddisfare le aumentate esigenze delle loro economie in fase di forte sviluppo.
Si trattava, invece, di una enorme bolla speculativa provocata da eccezionali investimenti delle banche, che scommettevano in un futuro aumento della materia prima, incuranti degli sconvolgimenti economici provocati e delle difficoltà degli operatori agricoli e della pesca, ma anche della piccola industria, che non riuscivano a sopportare il peso dei maggiori costi del carburante.
Dai primi del mese di dicembre i piccoli correntisti italiani stanno ricevendo una comunicazione dalle rispettive banche depositarie dei loro esigui risparmi (i grandi hanno condizioni particolari). Dal 1 gennaio 2009 l’interesse attivo sui depositi passa da 0,30% a 0,15%, ovvero è dimezzato. Coloro che hanno un deposito in c/c (conto corrente) di 10.000,00 euro in un anno guadagneranno 15,00 euro, abbondantemente al di sotto delle spese di tenuta del conto che le banche applicano. Saranno i piccoli risparmiatori correntisti, quindi, a sostenere le spese di produzione delle banche e a procurare loro i guadagni dei mancati investimenti produttivi. Le stesse banche, inoltre, sottraendo al mercato ed ai consumi grandi risorse monetarie, concretizzano scelte politiche nefaste a danno della intera comunità.
Il presidente eletto degli Stati Uniti, Barak Obama, contro una crisi eccezionale, ha annunciato provvedimenti di grande rilievo economico: due milioni e mezzo di posti di lavoro da creare entro il 2011 grazie ad inserimenti nella scuola, negli investimenti dello Stato in opere pubbliche, potenziamento della rete internet, pannelli solari, parchi eolici e tecnologie per l’energia alternativa, anche per liberarsi dalla dipendenza del petrolio.
Gli hanno fatto eco i maggiori Stati europei, ma come saranno finanziate queste opere? Emettendo titoli (BOT, CCT, ecc) che verranno “comprati” da singoli cittadini o da banche, lo Stato incassa le cifre necessarie per finanziare singole o più opere.
Questo si chiama debito pubblico, e lo Stato dovrà onorarlo restituendo il capitale incassato, oltre ad interessi pattuiti a determinate scadenze. Reperirà i fondi necessari attraverso le imposte che potranno essere dirette, quando colpiranno le rendite ed i profitti di singole persone, o indirette, quando graveranno sulle merci che saranno comprate indistintamente da ricchi e poveri. In questo caso il risultato sarebbe di comprare con più monete le stesse merci e la produzione, quindi, continuerebbe a ristagnare. Se, viceversa, si vogliono aumentare i consumi e permettere alle fabbriche e alle aziende maggiori produzioni, occorre che le classi meno abbienti abbiano più moneta da spendere. Appare chiaro, dunque, nelle attuali condizioni di crisi dei consumi, che lo Stato dovrà reperire i fondi occorrenti attraverso le imposte dirette che graverebbero proprio sulle rendite ed i profitti, ovvero sulle banche, ma non sarà facile.
Il presidente degli Stati Uniti Delano Franklin Roosevelt ci riuscì ed applicando le teorie di Keynes, realizzò il “new deal” (nuovo corso) che permise al mondo di uscire dalla catastrofica crisi del ’29.
Non abbiamo dubbi sulle intenzioni di Barak Obama, pur consapevoli degli enormi ostacoli che i banchieri eleveranno a difesa dei loro privilegi.
In una delle sue ultime interviste Berlusconi ha dichiarato: “Occorrerà che le banche continuino a fare le banche”. L'assoluta pochezza di questo pensiero è terrificante.
Cresce nel Mondo il divario tra le classi sociali
di Francesca Migliaccio
L’Ilo, l’organizzazione internazionale del lavoro, ha reso pubblico un dossier rilevando le distanze sempre più preoccupanti tra i ricchi e i poveri del mondo.
La crisi finanziaria che stiamo vivendo, non farà altro che appesantire le condizioni economiche delle persone già in difficoltà, cioè di tutti coloro che non hanno beneficiato del boom degli anni novanta, mentre i ricchi continueranno a mantenere il loro stile di vita e le loro ricchezze. Negli ultimi quindici anni le disparità di reddito si sono amplificate in maniera crescente e, a causa dell’attuale situazione economica, aumenteranno a dismisura se non saranno adottate velocemente riforme strutturali a lungo termine. Il divario è dovuto a diversi fattori: in primo luogo all’impatto della globalizzazione, e poi all’indebolimento del ruolo delle politiche nazionali a sostegno del reddito delle categorie a reddito medio e medio-basso.
Le disparità di reddito non riguardano solo i nuclei familiari, ma anche il divario tra manager e gli impiegati medi. Ad esempio, negli Stati Uniti nel 2007, il reddito dei manager delle 15 più importanti imprese era 520 volte superiore a quello degli impiegati medi. Nel 2003, la differenza era di 360 volte. La stessa tendenza è stata registrata in Australia, Germania, Cina, Paesi Bassi e Sud Africa (anche se gli stipendi dei dirigenti sono inferiori agli altri paesi). Con il tempo ci sarà un aumento sempre maggiore della disparità di reddito. L’Ilo avverte che un’eccessiva differenza potrebbe essere associata all’aumento della criminalità, alla diminuzione della speranza di vita e, nel caso dei paesi poveri, malnutrizione e rischio di sottrarre minori alla scuola per farli lavorare.
La situazione in Italia è stata recentemente monitorata dalla Caritas, che sostiene che il 30% delle famiglie con 3 o più figli sono povere e che il 48% di queste famiglie vive nel mezzogiorno. Nel nord invece, quelli più a rischio sono gli anziani soli o non autosufficienti. La situazione economica di questi ultimi periodi ha creato una nuova fascia di poveri, quelli che un tempo facevano parte della cosiddetta media e bassa borghesia, che hanno sempre avuto un buon tenore di vita e che oggi si ritrovano sulla soglia della povertà, incapaci di mantenere i loro stili di vita. Il rapporto Caritas-Zancan mostra che il 13% della popolazione italiana vive con meno di metà del reddito medio italiano, cioè con circa 500/600 euro al mese. Avere più figli, in Italia, comporta un maggiore rischio di povertà, e soprattutto una vita con meno opportunità per i figli. In altri Stati questa situazione non si verifica, ad esempio in Norvegia non solo il tasso di povertà è notevolmente inferiore, ma confrontando il nostro paese con la Norvegia ci rendiamo conto che più bambini si hanno, più basso è il tasso di povertà. La Caritas evidenzia che, nel 2007, 221mila persone si sono rivolte alle mense Caritas e che il 30% di queste è italiano. Sottolinea, inoltre, anche alcuni dati che fanno riferimento ad una rilevazione effettuata presso i Centri d’ascolto della rete Caritas nel 2006.
Attraverso questi dati, si rileva che la richiesta più frequente è la fornitura di beni e servizi materiali, per il 52% degli utenti italiani e il 56,3% degli utenti stranieri. Questo tipo di assistenza, però, ha anche un risvolto negativo: potrebbe, infatti, determinare cronicità nell’assistenza, bloccando la possibilità che la famiglia o la persona bisognosa si renda protagonista di fenomeni di recupero ed emancipazione sociale. Per questo la Caritas, accanto alla pratica dell’aiuto alimentare, tenta di associare a questa, un percorso di accompagnamento, della persona in difficoltà, avente lo scopo di avviare progetti di emancipazione e di uscita dalla situazione di povertà.
Tutto questo è un percorso difficile e pieno di ostacoli, oggi anche per i giovani diplomati e laureati, trovare un lavoro ben pagato e “sicuro”, è una sorta di "odissea". La povertà non è più quella che si intendeva una volta, essere poveri oggi vuol dire che anche una normale famiglia, con due persone che lavorano e due figli, riesce a stento ad arrivare alla fine del mese. La quota degli stipendi, tra il 1979 e il 2007, è caratterizzata da un netto declino, il valore degli stipendi rispetto al prodotto interno lordo è diminuito del 13%. In Italia la disparità di reddito, però, è aumentata meno che negli USA e nel Regno Unito, ma di più rispetto a molte altre economie avanzate. Il declino del nostro Paese è dovuto all’evoluzione dello stipendio reale. Secondo le stime del rapporto dell’Ilo, a parità di potere d’acquisto, i salari reali sono diminuiti quasi del 16% tra il 1988 e il 2006. Tutto questo potrà cambiare solo migliorando le politiche economiche, proponendo contratti di lavoro più solidi, iniziando una serie di lavori per migliorare le infrastrutture nazionali, contenendo la spesa pubblica e migliorando gli stipendi e i salari delle fasce più deboli.
9 dicembre 2008
Ennesima medievale vicenda di discriminazione
contro le donne: ragazze con volti deturpati
perché vogliono studiare!
di Maria Pia Viola
Kandahar, capoluogo afghano, vede nuovamente una vicenda di fanatismo politico penalizzante, come ormai di quotidiano, la figura femminile. Un potere estremista che colpisce le donne nelle azioni più semplici della loro vita, tra le quali il divieto all' istruzione.
Il tragico episodio vede protagoniste sei ragazze afghane il giorno 12 novembre che mentre si accingevano a raggiungere la scuola come di consueto sono state affiancate da uomini in motocicletta i quali hanno spruzzato con una pistola giocattolo, acido sul viso delle giovani donne.
Fortunatamente le ragazze sono state salvate dal burqa, anch' esso un imposizione di natura talebana, che ha alleviato gli sfregi. Il burqa non è servito però alle due sorelle che hanno subito una forte aggressione lampante sui loro volti. Tale avvenimento non ha scoraggiato le adolescenti, che al contrario hanno affermato di voler continuare a studiare, per aiutare il paese a ristabilirsi. Istituzioni che rispondono con lo sconcerto da parte del presidente Garzai, che accusa i fautori di essere "nemici dell' istruzione"; lo stesso Karzai che esattamente un anno fa ha tentato di scendere a compromessi con i possibili responsabili (i taleban).
Il regime talebano, nonostante la fine della guerra nel 2001, ha un influenza di spiccato rilievo sulla popolazione: la sharia, il fondamentalismo,l'interpretazione del corano con una radicale visione della società mostra una situazione sempre più aggravante di intolleranza.
"La donna può e deve accedere a tutti i gradi dell'istruzione ed è dovere dei genitori provvedere all'istruzione e all'educazione dei figli, maschi e femmine, fin dalla più tenera età". "La ricerca del sapere e' un obbligo per ogni musulmano e ogni musulmana".
Questi frammenti del corano in merito. Allora sorge spontaneo il dubbio su come è possibile che una popolazione venga assoggettata in questo modo, inconsapevole dei proprio diritti. Ma un popolo non istruito in che modo può rivendicarli? La risposta è automatica: in nessun modo.
È palese che svariati tentativi di intimidazioni siano mirate a tenere lontano le persone dalla cultura, mezzo fondamentale per la crescita di un paese.
25 novembre 2008
Obama, una speranza targata america
di Valerio Chiocca
Come è noto, martedi 4 novembre, dopo una lunga campagna elettorale durata quasi due anni, si sono svolte le consultazioni per eleggere in nuovo presidente degli Stati Uniti d'America. Confermando in pieno le previsioni della vigilia, Barack Obama è diventato il quarantaquattresimo presidente della storia americana, ma sarà, soprattutto, primo uomo di colore a diventare inquilino della casa bianca.
Lasciando da parte la retorica, si può affermare con certezza la straordinarietà dell'evento, solo pochi anni fa sarebbe stato difficile pensare ad una persona di colore, anche come candidato presidente. Basta ricordare che in molti Stati del Sud degli Stati Uniti, fino agli anni cinquanta, sugli autobus c'erano posti riservati ai bianchi ed altri ai neri.
La vittoria di Obama ha radici profonde nella grande voglia di cambiamento che pervade gli Stati Uniti. Lo ha dimostrato l'affluenza record alle urne, ma ancora di più le lunghe code di persone in attesa fuori dai seggi. Un America nascosta, ma portatrice di valori nuovi ha deciso di schierarsi per il candidato democratico. Molti sono andati a votare per la prima volta e hanno cercato di diventare finalmente protagonisti della vita politica. La grande affermazione di Obama ha trascinato alla vittoria il partito democratico, che adesso controlla anche la camera ed il senato. Gli otto anni della fallimentare presidenza Bush sono stati cancellati, otto anni in cui la gente ha vissuto di tutto, dall'undici settembre alla guerra in Iraq e Afghanistan, dall'aumento della disoccupazione al crollo di wall street. Il candidato repubblicano Mcain ha tentato invano, durante tutta la sua campagna, di smarcarsi dalle scelte della precedente amministrazione, ma ciò è stato inutile ai fini della vittoria.
Il tema più sentito durante tutta la campagna elettorale è stato sicuramente la crisi economica, ed è qui che le proposte di Obama sono risultate vincenti: ridare fiducia all'economia, partendo dal risolvere i problemi della classe media e dei più poveri, quelli che in questo non possono permettersi nemmeno la casa.
Barack ha saputo convincere la gente conducendo una campagna travolgente, forte dell'immenso patrimonio di fondi raccolto quasi settecento milioni di dollari, cifra record, provenienti in gran parte da piccole donazioni in internet. La sua grande macchina elettorale ha seguito due rotte diverse, ma entrambe vincenti. Da una parte i volontari del partito si sono impegnati in una lunga campagna porta a porta fra la gente, portando numerosi potenziali nuovi elettori ad iscriversi alle liste elettorali. D'altra parte anche la tv ha avuto ancora una volta un ruolo fondamentale. A pochi giorni dal voto, infatti, Obama ha acquistato mezzora di spazio televisivo in prima serata, per trasmettere un lungo spot che riassumesse tutto il suo programma. Impegnandosi a fondo anche in Stati di forte tradizione repubblicana, i candidato democratico è riuscito a stravolgere la classica cartina degli Stati divisi in "blu e rossi", permettendo ai democratici di prevalere in alcune regioni in cui non vincevano da anni come la Virginia, e di avere la meglio in Stati da sempre in bilico, tra cui Florida e Ohio, che nelle ultime due elezioni avevano dato la vittoria a Bush. I risultati elettorali sono stati attesi da migliaia di persone, nelle strade e nelle piazze di tutta l'America. La gioia ed il clamore con cui è stata salutata la vittoria di Obama dimostrano le attese che la gente ripone nel nuovo presidente. Sarà suo compito tenere fede alle promesse, cercando di risolvere in primis i veri problemi di quella gente che lo ha votato, ridando vigore a quel sogno americano da anni spento.
Sarebbe da evitare, invece, che nel resto dell'occidente, a cominciare dall'Italia, si ripeta lo stesso errore di sempre: mitizzare il personaggio ed estraniarlo dal contesto americano. Gli Stati Uniti hanno cambiato rotta, trovando una credibile svolta politica nell'ambito delle tradizioni e delle condizioni di quel Paese. Ci si augura che ciò possa avere conseguenze positive anche nei rapporti tra America e resto del Mondo, ma ogni Paese deve continuare a ricercare la propria strada verso il cambiamento.
11 novembre 2008
La banca del tempo: alternativa nei rapporti umani
di Lucio Castracani
"Il tempo è denaro" ammoniva Benjamin Franklin, ed in quanto tale, ha le sue banche. In realtà, al di là dei giochi linguistici, la banca del tempo è una forma di associazione che si distacca completamente dallo spirito capitalista sostenuto dal politico statunitense. Essa è espressione di circuiti di scambio locale che tendono ad allontanarsi dall'economia di mercato per sostenere un'economia del dono.
In Italia la prima banca del tempo nacque nel 1988 in Emilia Romagna, quasi negli stessi anni, esperienze simili sorsero in Francia con i SEL, in Germania con i Tauschring e nel regno unito con i LETS.
L'ispirazione a tale sistema proviene da Grand Yoff, un quartiere di Dakar, in Senegal, dove gli individui bisognosi di un aiuto possono attingere dalle risorse del gruppo di cui fanno parte per poi restituire il favore sottoforma di bene o servizio. All'interno di una banca del tempo il lavoro si scambia con altro lavoro e non con il capitale, ogni ora impiegata in un'attività viene considerata escludendo il valore commerciale del servizio.
Facciamo un esempio pratico: Luca musicista ha bisogno di una baby-sitter. Francesca ha bisogno di lezioni di inglese. Giovanni, insegnante di inglese vuole imparare a suonare il violino. Ecco che le competenze di ognuno possono rientrare in un circuito di scambio, in modo tale che tutti e tre potranno avere ciò che desiderano. Francesca farà la baby-sitter per Luca due ore a settimana e riceverà lezioni di inglese da Giovanni per lo stesso numero di ore. Giovanni potrà imparare a suonare il violino grazie al contributo di Luca che si dedicherà all'insegnamento sempre per due ore settimanali.
Se immaginiamo un esempio del genere inserito in una rete di decine e decine di persone ognuna con le proprie necessità e competenze abbiamo un sistema di scambio locale. È chiaro che vi è la consapevolezza dell'impossibilità di sostituire il sistema economico vigente con queste forme di scambio alternative, resta però il merito di quest'ultime di creare una rete di solidarietà e di relazioni sociali che, in un'epoca di sfrenato individualismo, acquistano un ulteriore valore.
*Per sapere dove si trova la banca del tempo più vicina si può consultare l'archivio dell'Osservatorio nazionale sulle Banche del Tempo, dal sito www.tempomat.it
3 novembre 2008
Ecuador: approvata dal popolo
la nuova Costituzione socialista
testimonianza diretta di Davide Matrone
Ecuador - Ben nove milioni di elettori hanno approvato in Ecuador il progetto per la nuova Carta Costituzionale "rivoluzionaria" che mira a introdurre nello stato andino il "socialismo del secolo XXI", voluto dal presidente Rafael Correa ma osteggiato dall'opposizione e dalla Chiesa cattolica.
I dati parlano chiaramente di un netto successo politico del Presidente Ecuadoriano che ha raccolto il 65,2% dei pareri favorevoli del popolo: oltre 4 milioni di votanti hanno inserito nelle urne la scheda con il segno Si, mentre al No sono andati meno di 2 milioni di voti. Un test che è andato ben oltre i sondaggi e le aspettative del Governo. Un risultato che ha dato ragione al processo rivoluzionario iniziato con l’avvento del nuovo Capo di Stato Ecuadoriano Rafael Correa, già Ministro delle Finanze, che ha voluto dare una chiara impronta socialista al nuovo cammino del Paese.
Tutto si è svolto regolarmente e pacificamente. Giunti da ogni parte del mondo gli Osservatori Internazionali dell’ONU hanno potuto verificare che l’elezioni si sono svolte in un clima di assoluta tranquillità e di partecipazione popolare all’insegna del rispetto istituzionale. Per molti ecuadoriani l’annuncio dei risultati è coinciso con l’inizio di una giornata di festa per le strade del paese. Le prime dichiarazioni successive al verdetto sono esaustive e perentorie.
“Il popolo ha scelto democraticamente per la sua nuova storia e per il suo prossimo futuro, ha voluto cambiare registro ed invertire le dinamiche politiche ed economiche fin qui attuate dall’oligarchia del Paese. I poveri, i meticci, i neri, gli indigeni oggi hanno detto SI alla nuova Costituzione ma hanno avuto il coraggio di dire finalmente NO al vecchio potere economico. Erano ormai 20 anni che aspettavamo questo momento, è un processo storico politico che continuerà anche e soprattutto dopo la vittoria. È il trionfo della moltitudine che vuole una nuova democrazia nella quale poter esercitare nuovi diritti. Il trionfo di oggi è la sconfitta della paura ed è la vittoria della partecipazione popolare. Un processo che parte da lontano ma che finalmente vede oggi la sua prima realizzazione concreta e tangibile”. Questo è quanto affermato Ramiro Vaniglia - Responsabile Propaganda di Alianza Pais.
Ma altrettanto interessante risulta la testimonianza del giovane universitario Napolèon Benitez che ha dichiarato non appena visto il risultato “Questa Costituzione l’abbiamo voluta e l’abbiamo voluta votare, non è accaduto la stessa cosa nel 1998 quando fu emanata una Costituzione dall’alto senza che il popolo si pronunciasse. Allora fu varata una Carta Istituzionale per pochi eletti, una costituzione d’elitè, oggi invece si è dato consenso ad una costituzione del popolo. Un progetto politico che parla molto di noi giovani e che ci coinvolge direttamente, che riconosce i diritti delle donne, che dichiara l’Ecuador un Paese di Pace e che vieta la presenza di basi militare straniere (motivo per cui gli americani dovranno andar via dalla più grande base marines del Sudamerica), che sancisce l’educazione gratuita fino al terzo livello universitario e che riconosce il diritto ad una gratuita assistenza medica.”
Da lontano, intanto, un coro unanime dava inizio alla festa “Alerta, Alerta, Alerta que camina la spada de Bolivar por l’America Latina”.
14 ottobre 2008
Crisi in Bolivia: gli Usa appoggiano
i secessionisti, l'America latina insorge
di Angelo Greco
"Noi eravamo disarmati. Ci hanno lanciato bombe, lanciarazzi, dinamite, ci hanno sparato con armi automatiche, mitragliatrici". Uno dei sopravvissuti ha raccontato una scena che ricorda i massacri nazisti o quelli del Guatemala: "A una signora con un bambino di cinque anni in braccio l'hanno trascinata per i capelli e quando lei chiedeva di non ucciderla le hanno sparato un colpo in testa. Il bambino ha cominciato a piangere e allora hanno sparato anche a lui".
Queste le prime testimonianze raccolte tra la popolazione dopo l'arresto, da parte dell'esercito boliviano, del prefetto Leopoldo Fernandez (governatore del Dipartimento di Pando nel Nord della Bolivia) mandante del massacro dove sono stati trucidati almeno 30 civili. Le violenze che hanno imperversato nel Nord della Bolivia nelle passate settimane, non devono considerarsi come scontri tra opposte fazioni politiche, ma un tentativo da parte di falangi armate di destabilizzare il governo di Evo Morales. Questi gruppi paramilitari hanno l'intento di far tornare la Bolivia alle condizioni di alcuni anni fa, ristabilendo tutti i privilegi che la classe più ricca aveva ai danni della popolazione più povera, in gran parte Indio e contadina. Alle spalle di questi gruppi, molti dei quali apertamente ispirati all'estrema destra, ci sarebbe anche il governo Washington, ansioso anche esso di ritornare a mettere le mani sulle ricchezze del Paese andino (soprattutto il gas), come ha potuto fare indisturbato per decenni con il consenso dei governi che si sono alternati. L'opposizione secessionista e golpista, dopo la durissima sconfitta subita nel referendum revocatorio dello scorso dieci agosto, quando il governo legittimo di Evo Morales sfiorò il 70% dei voti, ha scelto così la via del terrorismo e della guerra civile. La reazione di La Paz è stata immediata, il rappresentante di Washington è stato allontanato come persona non gradita, ed alla decisione boliviana hanno fatto subito seguito i provvedimenti di Venezuela e Ecuador, i cui governi hanno espulso gli ambasciatori USA.
In questo scontro con il gigante statunitense, dunque, la Bolivia non è sola: già dai primi giorni della crisi in un comunicato congiunto i governi di Brasile, Cile, Argentina e Venezuela hanno subito affermato che "non riconosceranno nessun governo che pretenda di sostituirsi a quello democratico eletto dai boliviani e confermato in un referendum appena un mese fa con quasi il 70% dei voti".
Le parole più pesanti le ha usate il governo del brasiliano Lula da Silva: "il Brasile non tollererà, nessuna rottura dell'ordine democratico in Bolivia. La battaglia della Bolivia è quella di tutta l'America latina."
Dall'Argentina la presidentessa Cristina Fernández ha espresso la sua durissima condanna per "il sabotaggio terrorista" e "condanna le azioni violente promosse dalle autorità locali dei dipartimenti controllati dall'opposizione del quale si rende protagonista l'opposizione" ed ha affermato che "l'Argentina è fermamente decisa a difendere l'integrità territoriale boliviana e conferma il suo pieno e incondizionato appoggio al governo di Evo Morales".
Al vertice dell'Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) riunito a Santiago del Cile, infine, i Presidenti sudamericani di 22 Paesi si sono stretti intorno alla Bolivia e hanno espresso "il più pieno e deciso appoggio al governo costituzionale del Presidente Evo Morales", hanno "condannato la violenza dei gruppi che vogliono destabilizzare il paese" e "avvertono che i rispettivi governi rifiutano energicamente qualunque situazione che tenti un colpo di stato, la rottura dell'ordine istituzionale e che compromettano l'unità territoriale della Repubblica di Bolivia".
La situazione in Bolivia resta drammatica. I tentativi di fermare la svolta e le riforme sociali e costituzioanli del governo Morales si fanno sempre più violenti, ma l'America latina non è più quella di trentacinque anni fa, quando un violento colpo di Stato militare rovesciò il governo socialista di Salvador Allende in Cile. Il continente è riuscito a mostrarsi compatto nel respingere interferenze esterni, del potente vicino del Nord. Il sentimento integrazione e di nuova nazione sudamericana, già diffuso tra larghi strati della popolazione, comincia ad imporsi anche a livello di Capi di Stato.
2 ottobre 2008
"La Revoluciòn Ciudadana" prosegue
con la partecipazione popolare
di Davide Matrone
Dall'Ecuador. Il prossimo 28 settembre il popolo si esprimerà a favore o contro la Nuova Costituzione
"Si, si, si y mil veces si!!", "vamos a cambiar el paìs, vamos a cambiar nuestro futuro!!". Questi sono solo alcuni slogan che il popolo del "SI" grida nelle piazze in questi giorni di dura campagna referendaria. Il calore e il consenso del popolo ecuadoriano cresce di giorno in giorno a favore del Presidente Rafael Correa che sta attraversando con grande entusiasmo l'intero paese, da nord a sud, dalla costa all'entroterra. Non c'è comunità o piccola cittadina del Paese che in questo mese di settembre non vede giungere il Presidente della "Revoluciòn ciudadana".
Nei giorni scorsi, R. Correa ha attraversato i cantoni ( le province ) di Yaguachi, Colimes, Daule e Riobamba. In quest'ultima località si è ricordata la figura storica del sacerdote Leonidos Proaño "Patrimonio Culturale Intangibile e Immateriale dello Stato". Correa ha dichiarato di essersi ispirato (da cattolico credente), nella sua lunga formazione politica e ideologica, al pensiero di Leonidos Proaño. Un sacerdote che combattè contro i grandi proprietari terrieri perché la terra ritornasse nelle mani dei più poveri realizzando anche la Escuela Radiofonica Popular Ecuatoriana (ERPE) nel 1960. Tre sono stati i progetti per cui questo tenace sacerdote si è battè per tutta la vita: l'evangelizzazione, l'educazione popolare e l'alfabetizzazione di massa. In pratica nella Nuova Carta Costituzionale ci sono dei chiari riferimenti a questo grande e immenso progetto sociale del coraggioso sacerdote.
La Carta Magna, approvata nella Ciudad Alfaro di Montecristi, ha sicuramente degli aspetti innovativi molto interessanti. Innanzitutto si nota sin dal Preambolo come ci sia la volontà di costruire una nuova società più partecipata, più uguale e più armonica con la natura. Un paese democratico compromesso con l'integrazione latinoamericana all'insegna della pace e della solidarietà con tutti gli altri popoli della Terra. Una Costituizione che riconosce, per la prima volta, il Kichwa e il Shuar (lingue dei popoli indigeni) come lingue ufficiali tra le relazioni interculturali (art. 2), che si dichiara a favore della Pace. Si afferma infatti che l'Ecuador …"è un territorio di Pace e che non permetterà le istallazioni di basi militari straniere… e che proibisce la cessione di basi militari nazionali a forze armate e di sicurezza straniere (art. 5). Un'altra grande questione affrontata e riconosciuta è quella relativa alle coppie di fatto. Sappiamo benissimo noi italiani quanto sia stato dibattuto questo argomento e quanto siamo ancora lontani nel riconoscere tale diritto. Ebbene in Ecuador nell'art. 7 si riconoscono .."uguali diritti di cittadinanza anche a coloro che contraggono matrimonio o che mantengono una unione di fatto come stabilito dalla legge".
Altre interessanti novità sono quelle relative ai Diritti del Buon Vivere. Ad esempio nella sezione Acqua e Alimentazione l'art. 12 recita "il diritto umano all'acqua è fondamentale ed irrinunciabile. L'acqua costituisce un patrimonio nazionale strategico di uso pubblico, inalienabile, imprescindibile, impagabile ed essenziale per la vita ed infine nell' art. 13 "..lo Stato Ecuadoriano promuove la sovranità alimentare.."
Altro settore strategico è quello dell'informazione e delle comunicazioni nell'art. 19 si cita "….la proibizione dell'emissione di pubblicità che induce alla violenza, alla discriminazione, al razzismo, alla tossicodipendenza, al sessismo, all'intolleranza religiosa o pubblica…"
L'Ecuador è oggi alle prese, praticamente, con un nuovo processo sociale e politico volto alla scoperta delle proprie radici. Si, anche qui soffia il vento del Socialismo del XXI secolo. Un Socialismo pragmatico rispetto a ciò che si realizza in Venezuela ed in Bolivia, ma pur sempre rivolto alle fasce più deboli della società. Un Socialismo capace di offrire più rispetto ed opportunità ai popoli originari di questa realtà nazionale che comunque sia, ancora oggi, rappresentano circa il 40% della popolazione totale.
Un Paese cha ha rotto con le politiche economiche e sociali dei passati anni '90 rilanciando in primis il ruolo dello Stato, lanciando una pianificazione di sviluppo nazionale a livello macro e microeconomico, regolamentando l'economia e le finanze ma soprattutto ridistribuendo le ricchezze. Un netto cambio d'incremento negli investimenti pubblici nel campo sociale (ad es. il raddoppio dei bonus per la povertà e per l'alimentazione). In campo estero il nuovo Presidente si è allineato ai paesi latinoamericani prendendo sempre più distanza dalla Casa Bianca avvicinandosi al triangolo Brasilia - Caracas - Buenos Aires e mantenendo buoni rapporti con altre esperienze socialiste e progressiste come Cuba, Nicaragua e Bolivia.
È sostanzialmente "la consacrazione della seconda Indipendenza". Questo fu il vivo commento del Presidente Ecuadoriano Correa all'indomani dell'approvazione, da parte dell'Assemblea Costituente, della nuova Carta Costituzionale. Una vittoria schiacciante quella ottenuta dalla maggioranza, ora al Governo, nella storica data del 25 luglio 2008. Dei 130 assembleisti, autori dell'elaborazione prima e dell'approvazione poi del nuovo Documento Costituzionale, ben 94 si espressero a favore del nuovo progetto istituzionale e politico. L'Ecuador da secoli terra di conquiste e protagonista di alcune delle più importanti pagine della storia moderna è oggi protagonista del suo presente ma sopratutto del suo futuro. Dalle isole Galapagos fu elaborata la teoria Darwiniana della specie e fu ancora qui in Ecuador progettata e costruita la più grandiosa strada del mondo, ossia quella che metteva in comunicazione Quito con Cusco e poi con il Cile per un tratto di 800 leghe. Questo è quanto descriveva dettagliatamente un soldato spagnolo di nome Pedro de Cieza de Leòn durante la sua permanenza in queste terre. Terra e crocevia di traffici commerciali tra i vari popoli precolombiani che abitarono pacificamente queste terre fino alla Conquista del Nuovo Mondo, l'Ecuador è oggi alle prese con la realizzazione della "Revoluciòn Ciudadana".
23 settembre 2008
Nucleare, una scelta fuori tempo
di Adriana Aragri
Le fonti di energia non soggette ad esaurimento sono dette rinnovabili. La normativa italiana considera fonti di energia rinnovabili il sole, il vento, le risorse idriche, le risorse geotermiche, le maree, il moto ondoso e la trasformazione in energia elettrica dei prodotti vegetali o dei rifiuti organici e inorganici. Per definizione sono esclusi da questa categoria tutti i combustibili fossili (carbone, gas naturale, petrolio) poiché soggetti ad esaurimento. Il nucleare, di cui tanto si parla negli ultimi tempi e che trova tra i suoi sostenitori l'attuale governo Berlusconi, non è una fonte di energia rinnovabile, perché si basa sull’utilizzo di un combustibile, l’uranio, che esiste in quantità finita.
Limiti e controindicazioni della scelta nucleare
Secondo i dati del Massachusetts Institute of Technology il costo del chilowattora prodotto con carbone e gas è inferiore ai 2/3 di quello prodotto col nucleare. La sicurezza, inoltre, non esiste nemmeno col nucleare di “nuova generazione”. Sicuramente in termini di emissioni il nucleare è pulito rispetto ad una centrale a carbone, ad olio combustibile o a gas. Lo è certo meno in caso anche di microincidenti con fuoriuscita di radioattività (senza bisogno di arrivare a casi come Cernobyl); tra gli anni '50 e '80, si sono verificati oltre cento incidenti nucleari (di cui venti molto gravi), anche se spesso coperti dal segreto militare.
Un altro dei problemi non risolti dell’energia atomica resta quello delle scorie: non esistono ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall’attività delle centrali. Le circa 250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte fino ad oggi nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivo, stoccati in depositi “temporanei” o lasciati negli stessi impianti dove sono stati generati. Ventuno dei 31 Stati che dispongono di centrali nucleari hanno ridotto la loro percentuale di energia nucleare nel mix energetico del 2006 rispetto al 2003.
Questa fonte, inoltre sta per esaurirsi. Al modesto ritmo di consumo attuale (6,5 per cento del fabbisogno mondiale d’energia), secondo l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica c’è uranio per appena 35 anni (mentre per la costruzione e messa in opera di una centrale nucleare richiede 20 anni). Con la riproposizione di un reattore autofertilizzante a neutroni veloci, le riserve di materiale fissile sarebbero sì aumentate, ma a favore di una soluzione che estremizza molti rischi tra i quali quello di generare in gran quantità materiale utile per fare le bombe.
Lo sviluppo delle energie alternative nel Mondo
L’utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili sta assumendo un peso sempre più rilevante nella bilancia energetica mondiale. Gli investimenti nella ricerca e nell'innovazione tecnologica hanno permesso di ottenere grandi miglioramenti in termini di potenza ed efficienza degli impianti. In Germania, a partire dal 2005 il contributo delle energie rinnovabili al fabbisogno del Paese ha superato in percentuale il contributo dell'energia nucleare e continua a crescere. Cresce la diffusione del solare termico in tutto il mondo ed in particolare in Grecia, Austria e Portogallo. In Israele si è ormai vicini a un metro quadrato di collettore solare termico a persona. In Finlandia oltre l’11 per cento dell’elettricità è generata da impianti a biomasse, impianti che in Svezia garantiscono il 50 per cento dell’energia dei distretti teleriscaldati. L’Europa sta svolgendo un ruolo primario in questo processo, con l'obiettivo del 20 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020. Questi processi hanno favorito negli ultimi anni la creazione di decine di migliaia di nuovi posti di lavoro.
In Italia puntare sulle fonti energetiche rinnovabili, in particolare su quella solare ed eolica. può rappresentare un’occasione per creare nuova occupazione e ridurre la dipendenza dalle importazioni di greggio, oltre a stimolare la ricerca e l'innovazione tecnologica.
9 settembre 2008
Traffico di organi: un dramma
che riguarda anche l'Occidente
di Lucio Castracani
E' nel 1999 che l'Università della California di Berkley diede vita ad un'associazione per monitorare il fenomeno del traffico internazionale di organi. L'iniziativa, ad opera dell'antropologa Nancy Scheper-Hughes ed il collega Lawrence Cohen ha come fine la dimostrazione della reale esistenza di tale fenomeno, spesso considerato alla stregua di una leggenda metropolitana.
Gli studi effettuati dai due antropologi, contemporanei anche alle prime inchieste giornalistiche, hanno dimostrato come in alcuni Paesi il fenomeno non solo esiste, ma è talmente diffuso da modificare l'immaginario collettivo. In India ad esempio, molti film del mercato di Bollywood, affrontano la tematica, ma la struttura classica della fiaba non permette di effettuare una forte critica sociale riducendosi a semplice palliativo per la popolazione.
Spesso la società occidentale si avvicina a tale problematica con un atteggiamento distaccato. Pur riconoscendo la gravità del fenomeno, i cittadini sprovveduti ritengono che esso si sviluppi solo in quei Paesi dove i diritti umani sono violati con costanza (Cina, India) o nei Paesi Terzomondisti (Nepal). In realtà, l'occidente è inserito totalmente nella tratta. Innanzitutto come parte attiva della compravendita, in quanto gran parte degli acquirenti in India o in Nepal sono ricchi pazienti europei o statunitensi. Alcune indagini svolte dalla polizia italiana, inoltre, hanno allertato sulla possibilità di un prossimo business della mafia legato alla tratta di parti corporee dei numerosi clandestini che transitano in Europa.
La problematica è innanzitutto sociale, poichè la presunta libertà in cui le persone effettuano la scelta di vendere un organo, sostenuta da tutti coloro che approvano la vendita di organi, in realtà è falsa, perché la "scelta" è causata da necessità economiche pressanti e nei casi estremi da sistemi di schiavitù del debito. Ipocrita anche la proposta nel 1987 del chirurgo indiano Patel di definire i venditori di organi come donatori a pagamento, un espressione tra l'altro con un valore ossimorico poiché, come ha mostrato il sociologo Marcel Mauss, è proprio la moneta che distingue la vendita dalla semplice donazione.
Ma la problematica è anche etica perché investe una nuova concezione della vita, una vita considerata solo in termini utilitaristici. Questa nuova concezione ci fa riflettere sui numerosi casi di malasanità, che stridono con i progressi scientifici, nella nostra società occidentale. Ecco perché l'atteggiamento distaccato che la società occidentale assume dinanzi a tale questione, è pericoloso per gli occidentali stessi.
2 settembre 2008
Ricordate quella guerra?
di Dario Chiocca
Appena due anni fa. Era l’estate del 2006, quando un conflitto breve ma sanguinoso sconvolse ancora una volta la regione del Medioriente. Il 12 luglio l’esercito israeliano, uno dei più potenti del Mondo sul piano militare, invase il territorio del Libano, uno Stato che nei fatti ancora non c’è, senza un esercito padrone del territorio e diviso al suo interno tra gruppi religiosi e politici diversi e talvolta nemici tra loro.
Molti avevano dimenticato la motivazione ufficiale dello scontro armato: tentare il rilascio di due soldati israeliani di cui si erano perse le tracce dopo un attacco di guerriglieri Hezbollah avvenuto al confine. La tensione tra Israele e il movimento sciita libanese era salita alle stelle parallelamente alla repressione che l’esercito israeliano effettuava nella Striscia di Gaza e negli altri territori palestinesi occupati. Con pesanti bombardamenti aerei e un’invasione da terra nel Sud del Libano, lo Stato ebraico provò a sbarazzarsi della resistenza di uno dei pochi movimenti politici e militari capaci di contrastarlo. “Distruggeremo il Libano fino a quando i due prigionieri non saranno rilasciati” dichiarava lo Stato maggiore israeliano e ripetevano i media nazionali, che raccontavano l’avanzata di un esercito equipaggiato nel territorio libanese, con quell’approccio tutto occidentale di non interrogarsi sulle ragioni storiche di una crisi, né su da che parte e con quali sfumature possano essere il torto e la ragione, preferendo di schierarsi visceralmente con il più forte a prescindere.
Duemila morti (il 90 per cento dei quali civili), quasi un milione di profughi e la gran parte delle infrastrutture del Paese danneggiate: questo fu il bilancio dalla parte dei libanesi, nell’iniziale impotenza della Comunità internazionale e nel silenzio distratto dei movimenti pacifisti (complice il periodo estivo?).
I guerriglieri Hezbollah, espressione politica e militare della popolazione sciita che abita il Sud del libano, opposero tuttavia una resistenza inaspettata, infliggendo perdite tra i soldati israeliani che, seppur inferiori di numero, divennero presto intollerabili per gli standard di un Paese sviluppato, ricco e “occidentale”. Circa 100 soldati caduti, che imposero ad Israele di sospendere gli attacchi, ritirarsi e accettare la risoluzione di Pace Onu, cui seguì la missione Unifil, tuttora in corso.
Una guerra lampo, durata 34 giorni, digerita ben presto dai sistemi di comunicazione di massa. Della sorte dei soldati rapiti, di cui furono riempite le teste e gli occhi degli spettatori di tutto il Mondo, non si seppe più nulla. Per due anni. Oggi si sa che, purtroppo, anche loro furono vittima di quel conflitto, poiché morirono il giorno stesso dell’attacco al loro convoglio. Ne dovrebbe conseguire, ricostruendo le dichiarazioni ufficiali, che Israele condusse quella guerra per due cadaveri, restituiti alcuni giorni fa da Hezbollah, in cambio di 5 prigionieri (vivi) che si trovavano da anni nelle carceri israeliane, alcuni accusati di azioni di guerra particolarmente cruente, accolti da vincitori dalle Autorità e dal popolo libanese festante.
La vicenda, tragicamente grottesca, impone molte riflessioni a chi vive da questa parte del Mondo, quella al riparo dai conflitti e dall’insostenibile povertà: quanto è diverso il prezzo della guerra e della Pace per una comunità ricca e potente rispetto a una più debole e meno difesa. Altrimenti sarebbe difficile spiegare come quel conflitto, nonostante i diversi mezzi militari in campo, si è poi trasformato in una vittoria politica e in una riconquistata identità nazionale per il Libano, e in un una umiliazione frustrante per Israele.
Due anni dopo, è bene ricordarlo.
22 luglio 2008
Gli uomini liberi festeggiano
i 90 anni di Nelson Mandela
di Tonia Tortorelli
Sabato 28 giugno star del cinema, della musica e dello sport hanno reso omaggio a Nelson Mandela. Will Smith ha presentato il concerto per festeggiare i 90 anni, che Mandela compirà il 18 luglio, davanti a 50.000 fan festanti in Hyde Park. Smith è stato raggiunto sul palco dal pilota di Formula Uno Lewis Hamilton e da una serie di cantanti tra cui i Queen, Simple Minds, Amy Winehouse, Leona Lewis, Annie Lennox e Razorlight.
L'evento è stato organizzato per sostenere l'associazione di Mandela contro Hiv e Aids "46664", dal numero che il vecchio leader aveva quando era in prigione nelle carceri del Sudafrica razzista del potere bianco, e arriva a 20 anni di distanza da un altro concerto a Londra a favore dello statista, quando ancora si trovava dietro le sbarre per la sua posizione per i diritti umani, contro l'apartheid.
Un uomo che non ha smesso di dire le cose come stanno "Vent'anni fa, Londra ha ospitato uno storico concerto che chiedeva la nostra libertà", ha detto Mandela alla folla, che gli ha cantato "Happy Birthday"."Mentre festeggiamo, lasciatemi ricordare che il nostro lavoro è lontano dall'essere completato. Dove ci sono povertà e malattie, compreso l'Aids, dove gli essere umani sono oppressi, c'è più lavoro da fare. Il nostro lavoro è per la libertà di tutti. Diciamo stasera, dopo quasi 90 anni di vita, che è tempo che nuove mani sollevino i carichi. E' nelle vostre mani ora, grazie".
Il rispetto che oggi i Paesi occidentali devono all’uomo e la personaggio storico “Mandela”, stride talvolta con quello che fu il trattamento riservatogli quando era protagonista delle sue battaglie. Anche il Congresso americano ha dovuto pensare a un “regalo” in anticipo per Nelson Mandela per il suo 90esimo compleanno. Il Senato, sulla scia di quanto aveva già fatto settimane fa la Camera, ha approvato un provvedimento che rimuove l'ex leader sudafricano una volta per tutte dalle liste del terrorismo, dove ancora era presente il suo nome. L'African National Congress, il movimento a cui si unì Mandela nel 1942, per poi diventarne leader, era stato dichiarato illegale dal governo sudafricano negli anni Sessanta e gli Usa avevano imposto restrizioni ai leader dell'Anc. Le leggi restrittive antiterrorismo, rafforzate dopo l'11 settembre 2001, avevano complicato le cose, mantenendo l'Anc sulla lista perché in passato aveva fatto ricorso alla inevitabile lotta armata. Nei mesi scorsi, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice aveva definito «imbarazzante» la presenza di Mandela sulle liste e le restrizioni ai viaggi negli Usa che questo comporta e Il Congresso ha trovato in fretta una maggioranza per cancellare il provvedimento.
Nelson Mandela si conferma un vincitore di fronte alla storia.
Il suo primo atto di ribellione fu scappare da un matrimonio combinato. Era il 1940, e Mandela aveva 22 anni. Una scelta difficile perché il giovane Nelson era figlio di un capo tribù Thembu, un aristocratico. Libertà, una parola a cui Mandela avrebbe dedicato tutta la sua vita, per sé e per il suo popolo. La sua prima adesione a un movimento politico (l'African National Congress) risale al 1942. Due anni più tardi avrebbe fondato l'associazione Youth League. Dopo la vittoria alle elezioni del 1948 del Partito Nazionale, fautore dell'inasprimento dell'apartheid, il regime di segregazione razziale della minoranza bianca nei confronti dei neri, l'impegno di Mandela si fece più assiduo. Sia all'interno del partito che personalmente. Con il suo compagno avvocato Oliver Tambo fondò lo studio legale Mandela & Tambo che dava assistenza legale gratuita o a basso costo a molti neri che non potevano permetterselo.Inizialmente la lotta politica di Mandela fu ispirata alla non violenza gandhiana (proprio in Sudafrica il Mahatma aveva iniziato a sperimentare i suoi metodi). Ma l'inasprirsi delle tensioni tra i movimenti per i diritti civili dei neri e il governo segregazionista lo spinsero ad appoggiare la lotta armata. La repressione del regime razzista e poliziesco dei bianchi, del resto, si fece con gli anni sempre più brutale, fino a culminare in alcuni episodi simbolo. Come la strage di Sharpeville nel 1960, dove la polizia sudafricana fece fuoco su un gruppo di manifestanti pacifici, uccidendo 69 persone. L'Anc e altri gruppi anti-apartheid furono messi fuori legge. Il partito divenne una formazione paramilitare e Mandela fu nominato comandante. Organizzò campagne di sabotaggio contro l'esercito. Viaggiò all'estero per raccogliere sostegno e fondi da altri governi africani. Proprio per questo motivo fu arrestato nel 1962 e nel 1964, in seguito all'arresto di altri leader dell'Anc, fu condannato all'ergastolo per sabotaggio e cospirazione. Mandela si dichiarò colpepvole solo del primo reato mentre negò di aver chiesto ad altri paesi di invadere il Sudafrica, come sosteneva l'accusa.
Avrebbe indossato la divisa da carcerato numero 46664 per i successivi 26 anni. Dietro le sbarre la battaglia di Mandela avrebbe avuto forse maggiore efficacia. Negli anni della sua prigionia il leader nero diventò un simbolo della lotta all'apartheid e per i diritti civili dei neri. Fu così che, grazie alle crescenti pressioni della comunità internazionale, il presidente sudafricano de Klerk decise di ordinare il rilascio di Mandela e a decretare la fine dell'illegalità per l'African National Congress. Era il 1990. Tre anni dopo il gesto valse al presidente e a Mandela il premio nobel per la Pace.
Alle prime elezioni libere del 1994 l'Anc stravinse e il suo leader venne eletto presidente. Nel corso del suo mandato Mandela avrebbe smantellato le leggi dell'apartheid riuscendo a gestire la transazione verso la democrazia in maniera pacifica. Ma il presidente non avrebbe vinto del tutto la sfida della lotta alla povertà e all’Aids e avrebbe scatenato polemiche (in Occidente) per la sua dichiarata amicizia con Fidel Castro e Gheddafi, due nemici storici degli Stati Uniti, ma sostenitori della lotta nera contro l’apertheid. 1999, dopo aver abbandonato la carica di Presidente, Mandela ha proseguito il suo impegno e la sua azione di sostegno alle organizzazioni per i diritti sociali, civili ed umani.
1 luglio 2008
Vittime della speranza: 400 morti l'anno
al confine tra Messico e Stati Uniti
di Marina De Luca
Millenovecentocinquantaquattro morti tra il 1998 e il 2004, 411 solo nel 2007. E’ questo il bilancio del viaggio della speranza, il viaggio di migliaia di messicani che ogni anno cercano di raggiungere gli Stati Uniti per sfuggire ad una condizione di povertà che colpisce il sud del mondo.
Peccato che solo in pochi riescano a realizzare “l’american dream” perché ad accoglierli c’è un muro, una barriera di acciaio alta 3 metri e lunga 233km che si snoda lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego (California), con ampi tratti anche in Arizona, Nuovo Messico e Texas, ovvero le aree urbane attraverso cui passa il maggior numero di immigrati clandestini. La barriera è solida e elettrificata, dotata di telecamere, sensori a raggi infrarossi e sismografi che individuano la presenza umana attraverso il calore e il rumore emesso dai corpi.
Fu eretta nel 1994 dall’amministrazione democratica del Presidente Clinton, nell’ambito del progetto Gatekeeper (Guardiano del cancello), per frenare e razionalizzare i crescenti flussi migratori messicani e latino-americani, dal momento che il fenomeno dell’immigrazione clandestina è ormai divenuto incontrollabile negli Usa. Si stima, infatti, che nel 2060 gli stranieri saranno la metà della popolazione, già oggi la minoranza ispanica ha superato in numero quella di colore. Dal 1994 l’ondata migratoria è soprattutto messicana, a causa dell’entrata in vigore del trattato di libero commercio tra Messico e Stati Uniti, ma la presenza di un muro costringe molti clandestini a sfidare le barriere naturali che fanno da guardia al confine, ovvero il deserto dell’Arizona e il Rio Grande. Ciò ha generato un numero enorme di decessi per disidratazioni e annegamenti, oltre ai decessi di centinaia di persone che tentano di scavalcare il muro e restano vittime della brutalità della polizia americana.
Non bisogna meravigliarsi, quindi, se in Messico è stato ribattezzato Muro della Vergogna, non solo una barriera di filo spinato, ma il simbolo di una divisione razziale, economica e sociale tra il Nord e il Sud del mondo difficile da abbattere. Un oltraggio per tutti i popoli dell’America latina, l’ennesima contraddizione di un Paese, gli Stati Uniti, che esalta se stesso come modello di democrazia assoluta e di Stato con frontiere aperte e pacifiche che accoglie chiunque, che offre lavoro agli immigrati quando fanno comodo all’economia per il basso costo della loro manodopera, ma che non si fa scrupoli ad adottare una politica anti-immigrazione sempre più repressiva e violenta. Nel 2006, inoltre, il senato ha approvato una nuova proposta di rafforzamento della barriera di separazione che raggiungerà oltre i 3000 km, attraversando anche mari e deserti.
Una vera e propria muraglia cinese, un nuovo muro di Berlino, nulla da invidiare al muro dell’apertheid sorto recentemente in Palestina e voluto da Israele, che genera ulteriori scontri e tensioni senza risolvere il fenomeno dell’immigrazione clandestina, che resta comunque preoccupante.
24 maggio 2008
La produzione di biocombustibili
causa il rincaro di pane e pasta
di Giovanna De Luca
Si aggrava la crisi alimentare nel Mondo. Cento milioni di persone in 36 Paesi sono state gravemente colpite dall'aumento dei prezzi dei cereali che ha causato l'innalzamento dei costi degli alimenti base come latte, olio, pane, riso il cui prezzo e' raddoppiato negli ultimi tre anni. Questa crisi nel sistema dei prezzi è orami motivo di rivolte in molti aree del Mondo come Egitto, Haiti, Messico, Etiopia, dove la popolazione più povera si è vista praticamente esclusa in modo sistematico dall'acquisto di beni alimentari di prima necessità.
Tra le cause dell'aumento dei prezzi degli alimenti vi sono senz’altro i cattivi raccolti in Africa e Australia dovuti a periodi di siccità o la maggior richiesta di cereali dovuti all'aumento della popolazione in India e in Cina. Ma è soprattutto un fattore nuovo ad aver sconvolto i precari equilibri delle già fragili economie del Terzo Mondo: l’incremento nella produzione di biocombustibili, in particolare di bioetanolo, un tipo di combustibile ricavato dai cereali. La produzione del bioetanolo è stata incoraggiata negli ultimi anni soprattutto dagli Usa, per ragioni non di carattere ambientale, ma come risposta economica all'aumento del prezzo del petrolio. Da quando gli Stati Uniti acquistano mais dal Messico il prezzo della "tortilla de maiz", elemento essenziale soprattutto nell'alimentazione delle fasce meno abbienti della popolazione messicana è addirittura triplicato. In questi casi l’impatto sociale del fenomeno è tragico, ma non c'è bisogno di andare cosi lontano per osservare gli effetti della scelta statunitense, dato che anche in Italia l’aumento sul prezzo della pasta è stato del 12 per cento e in Spagna il prezzo del pane è cresciuto di quasi un 10 per cento.
Gli organismi internazionali stanno cercando di trovare misure che riducano l'impatto di questa grave crisi mondiale, che genera fame e conflitti sociali. Per far fronte al problema in America Latina i presidenti di Bolivia, Nicaragua, Venezuela e il vice presidente di Cuba hanno deciso di promuovere lo sviluppo coordinato della produzione agricola e i relativi scambi commerciali nei rispettivi Paesi; nel Sud-est asiatico è stato creato un nuovo cartello economico il cui scopo è garantire la stabilità del prezzo del riso ed aumentarne la produzione: l’Orec. Anche gli enti internazionali e l’Unione europea avanzano proposte: il Consiglio per l'Agricoltura ha suggerito la soppressione del maggese obbligatorio. autorizzando quindi l'utilizzo di terre non coltivate e lasciate a riposo per sovrapproduzione, mentre l'Europa ha varato aiuti, prestiti e piantagioni nei Paesi che ne avessero avuto più bisogno.
Nell’economia globale ogni scelta o direzione può riflettersi nel bene o nel male sulla vita di altre persone, anche se distanti geograficamente. Rispondere alla difficoltà di approvvigionarsi il petrolio con la soppressione dal mercato di generi alimentari, dopo i primi ingenui entusiasmi di chi credeva in una svolta ambientale, si è rivelata per quello che è: una scelta criminale.
18 maggio 2008
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