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Politica e interne: polemiche sull'uso dei social network
Bersagliati diversi politici e personeggi italiani
di Ilaria Cuomo
Lo scorso ottobre i media italiani hanno scatenato tutta la loro potenza d'informazione sul caso "Uccidiamo Berlusconi". Fuoco di tanto tumulto era il gruppo sul social network Facebook con il titolo sopra indicato, il quale faceva da dimora alle più svariate opinione dei cittadini italiani in merito alla linea politica del premier e sulle sue diverse vicende private che lo vedo spesso protagonista di scandali.
Il gruppo nasce nel settembre 2008 senza mai ricevere tanto clamore fino alle dichiarazioni del ministro della giustizia Angelino Alfano, il quale dichiarò: "la magistratura facesse il proprio lavoro indagando, perseguendo e trovando tutti coloro i quali, inneggiando all'odio, commettono un reato penale", nonché denunciando un problema culturale nazionale e un pericolo per la sicurezza del Presidente del Consiglio.
"Minacce gravi", questa l'ipotesi di reato contenuta nel fascicolo aperto dalla procura di Roma in merito alla vicenda curata dal procuratore Giovanni Ferrara, operazione che si sviluppa in sinergia con l'indagine svolta dalla polizia postale, la quale sta monitorando il social network. I migliaia d'iscritti al gruppo sono stati bollati come "aspiranti killer" ed ancora nella forma più cibernetica di "digital killer". Al centro della discussione non è più soltanto la pagina in questione ma le reazioni che essa ha scatenato, tanto spropositate quanto improbabili. La volontà, infatti, espressa dal ministro Maroni e dal ministro Alfano di perseguire penalmente i 30.000 iscritti al gruppo, risulta oggettivamente complicata dal punto di vista giuridico.
Nasce poi la reazione sgomenta degli utenti del cyber spazio che si domandano come mai non vi sia mai stato lo stesso interesse per gli altri 5.000 e più gruppi, che trovano il loro spazio in rete senza tanta rilevanza mediatica pur seguendo la stessa tipologia di formula, bersagliando i diversi esponenti di entrambi gli schieramenti politici.
Tra i più bersagliati: il segretario del Pd Dario Franceschini e il ministro dell'istruzione Mariastella Gelmini, nonché ex parlamentari come Vladimir Luxuria. Le minacce via web al premier hanno solo avuto l'effetto di "accendere i riflettori" sul fenomeno, fin ora trascurato, delle invettive via internet rivolte ai più svariati esponenti del palcoscenico mediatico.
Forse se tanto polverone è stato sollevato, la motivazione sembra essere solo quella di mettere su l'ennesima cortina di nebbia, per distogliere lo sguardo dei cittadini italiani dai mille quesiti che tutt'ora non trovano risposta e dai tanti problemi che questo governo ancora non è riuscito a risolvere.
19 novembre 2009
Dal 9 al 14 novembre il festival di "Cinema e diritti"
Apre la kermesse la celebrazione in ricordo di "Mama Africa"
di Antonio Lucignano
Prenderà il via, dal 9 al 14 novembre, la seconda edizione del Festival di "Cinema e diritti", che si svolgerà in diverse località della provincia di Napoli. Un viaggio tra le periferie della città e il territorio flegreo, per discutere e dar voce ai migranti, ai rifugiati, alle nuove forme di schiavitù, ai diritti dei minori e dei carcerati.
Sarà inoltre possibile ascoltare testimonianze dirette di desaparecidos argentini e africani e, per finire, riflessione a più voci sul futuro dei rapporti tra America latina e Europa. L'evento, organizzato in stretta collaborazione con i "Der Hulm Alc" di Bueons Aires, vede la collaborazione di numerose associazioni radicate nel territorio, tra le quali ricordiamo l'Arci movie di Ponticelli, l' associazione "Le Tribù" di Torre del Greco, il gruppo "Arteteca", il centro Alberto Hurtado di Scampia, la Caritas Diocesana di Pozzuoli e l'istituto A. Tilgher di Ercolano.
La seconda edizione del Festival presenta un ricco programma di eventi e proiezioni cinematografiche, con giornate a tema e iniziative culturali, sociali e politiche.Si comincerà il 9 novembre con la celebrazione della scomparsa di Miriam Makeba, l'indimenticata Mama Africa, cantante sudafricana nota per la sua lotta contro il regime dell' apartheid.
Martedì 10 novembre è la volta della "giornata vesuviana", con numerosi film, dibattiti e testimoni sui temi delle nuove schiavitù e dei lavoratori immigrati che lavorano nelle nostre terre. Mercoledì 11 giornata dedicata ai diritti dei minori, desaparecidos e memorie argentine. Il tutto sarà accompagnato dalla proiezione del film, "Complici del silenzio", di Stefano Incerti.
Film che apre gli occhi sugli "scomparsi" argentini nel periodo della giunta militare di Videla. Presente in sala anche Heba de Bonafini, fondatrice dell' Associazione delle Madras de Plaza de Mayo, organizzazione che riunisce madri argentine che tutti i giovedì in piazza denunciano casi di figli spariti durante la dittature militare.
A Scampia, il 12, presso il centro Hurtado, si parlerà dei rom e della loro condizione di cittadini mai pienamente riconosciuta. Il giorno 13 Novembre l'attenzione si sposta sul carcere femminile di Pozzuoli, con la proiezione de "L'ora d'amore", un film sulle barriere e le chiusure del carcere che rendono difficili le relazioni affettive.
La giornata concluderà all'Artgarage, con la storia carceraria, femminile e violenta raccontata in "Leonera", del regista argentino Pablo Trapera. Il Festival terminerà sabato 14 novembre a Chiaiano, con la proiezione del docufilm "Una montagna di balle", di Nicola Angrisano, che cerca di individuare responsabilità e protagonisti di quindici anni di emergenza rifiuti in Campania.
Omicidio Siani, ancora molti gli interrogativi
di Aldo Cimmino
Quelle sugli "omicidi eccellenti" sono verità scomode, ecco perché le sentenze, e spesso i film prodotti, che le attestano non possono dirsi sempre convincenti ed esaustivi. Indifferenza, collusione, corruzione o errore: quello che è certo è che attorno all'uccisione del giovane giornalista del Mattino, Giancarlo Siani, ci sono ancora tante zone d'ombra.
La sera del 23 settembre 1985 un commando della camorra uccide il cronista partenopeo sparandolo alle spalle. Con un articolo, quello che lo avrebbe condannato a morte, aveva disonorato il clan dei Nuvoletta attribuendogli la responsabilità dell'arresto di un alleato: il boss di Torre Annunziata, Valentino Gionta. In effetti Siani non scriveva per la prima volta di camorra e dei "valentini"; ma dopo la strage del 26 giugno 1984, soprannominata di S. Alessandro, quando un gruppo di killer tentò di uccidere il boss Gionta, si dedicò ad un dossier che si sarebbe dovuto intitolare "Torre Annunziata: un anno dopo la strage". Lo attesta una lettera dello stesso Siani inviata ad una sua amica Chiara Grattoni. In quella stessa lettera informa l'amica che riuscirà a pubblicare "notizie che nessuno ha mai pubblicato" e che verranno clamorosamente sminuite da Antonio Irlando, altro giornalista che lavorava a questo progetto con Siani. Irlando dichiarò, durante un'audizione a sommarie informazioni testimoniali, che si trattava di un "volumetto su Torre Annunziata dal carattere riabilitativo". Dopo l'assassinio di Siani questi documenti sono scomparsi.
Attribuire la causa della sua morte solo ad uno scritto che parla di mafiosi "infami", quindi, è una verità, pur se accertata processualmente, che potrebbe non reggere, anche di fronte a quanto ebbe a sostenere Salvatore Migliorino pentito del clan Gionta "Siani è stato ucciso perché indagava sulla Ricostruzione, all'epoca era in cantiere il recupero del Quadrilatero delle carceri" (il rione del boss ndr.); il collaboratore, che fu interrogato dalla commissione parlamentare antimafia, dichiarò, all'allora presidente Violante, che Siani aveva scoperto i progetti criminali della camorra, infiltrata nella ricostruzione dopo il terremoto che, nel 1980, sconvolse l'Irpinia. Grazie a Migliorino il sostituto procuratore Armando D'Alterio riapre, nel 1993, il caso Siani e nel corso del processo di primo grado, celebrato nel novembre 1996, il pubblico ministero D'Alterio interroga l'imputato Ferdinando Cataldo, che riferisce di una circostanza che ancora oggi non è stata pienamente acclarata. Cataldo spiega che durante il summit di camorra, per decretare la morte di Siani, al quale erano presenti tra gli altri Angelo e Lorenzo Nuvoletta, si discusse di come far riconoscere il giornalista ai killer Ciro Cappuccio e Armando Del Core. L'imputato riferisce ancora che Salvatore Annunziata, imprenditore esponente di Cosa Nostra in Campania, organizzò la spedizione dei due killer in via Chiatamone a Napoli, sede del Mattino, per incontrare Siani e per farlo riconoscere. Cataldo racconta ancora che Annunziata incontrò Siani, accompagnato da un altro giornalista, e lo baciò. Su questa vicenda Bruno Rinaldi, capo della squadra mobile della questura di Napoli, affermò che "Siani prima di essere individuato dalla camorra era stato da tempo isolato"; il giornalista Enzo La Penna dichiarò che l'episodio raccontato da Cataldo era credibile anche perché, a suo giudizio, non c'era motivo di inventare "un episodio che non rappresenta un passaggio determinante né nell'economia del processo ne nel quadro complessivo della deposizione".
Ma come faceva a sapere, Salvatore Annunziata, che Giancarlo Siani quella mattina era al giornale e chi era il giornalista che lo accompagnava? Sono alcune delle domande che, nell'aula di Tribunale e fuori, nessuno sentì l'esigenza di porre, ma che di certo allontanano molto dall'idea di aver fatto definitivamente luce sul caso Siani, perchè non è stata ancora ben definita quella che sarebbe "l'area grigia" di collusioni e compromessi che sicuramente favorì l'isolamento del coraggioso giornalista, rendendolo solo di fronte alla violenza dei clan.
Il caso Siani è stato da ultimo raccontato dal film "Fortapasc", di cui è stato chiesto il sequestro perché diffonderebbe "un´immagine distorta e fortemente diffamatoria" di Mino Jouakim, all´epoca dei fatti diretto superiore di Siani. Marco Risi ribatte alle accuse dichiarando "di non aver voluto offendere nessuno", ma spiega che "il cinema ha bisogno di inventare, drammatizzare, creare contrasti tra i personaggi." Un motivo in più per diffidare, su un fatto come l'omicidio Siani, da presunte "ricostruzioni ufficiali".
Le lacrime della Sibilla, tra storia e fantasia
di Laura Cesarini
Un intreccio di fitti misteri avvolge l’antica colonia greca di Cuma. Stefano Devoto, spettabile archeologo napoletano, si trova nel parco archeologico di Cuma, quando viene improvvisamente scoperto un fresco cadavere nel famoso Antro della Sibilla. Immediatamente scattano le indagini, dirette dal commissario Roberta Della Corte, bella e seducente poliziotta, nonchè ex compagna di liceo di Stefano, che incuriosito da questa strana faccenda, decide di aiutare la ben ritrovata amica a risolvere il caso. Ma l’impresa non sarà facile. Ben presto il mistero si infittisce, altre macabre scoperte vengono a galla e i nostri si ritroveranno in un vero e proprio enigma senza via d’uscita. Stefano, intanto, viene ingaggiato per lavori di scavo nell’acropoli da alcuni agenti dei servizi segreti militari, che per questioni di “sicurezza nazionale” sono decisi a non svelargli il motivo della sua collaborazione. Il nostro curioso e cocciuto protagonista sarà impegnato tra l’impossibile ricerca di indizi che aiutino a sbrogliare le indagini ed il disperato tentativo di svelare quella curiosa presenza di servizi segreti all’interno di un parco archeologico.
Una storia avvolgente ed entusiasmante, non solo per la trama, sicuramente misteriosa ed affascinante, ma anche per quel che concerne la sua ambientazione, in quei luoghi già di per sé mistici ed occulti. “Le lacrime della Sibilla” è il titolo di questo romanzo, che lo stesso autore definisce fantascientifico, ma che possiede uno sfondo di realtà nella continua narrazione di fatti e curiosità storiche dell’antica colonia greca di Cuma e sul mito della Sibilla, e molto altro ancora.
Il racconto è articolato in due tempi diversi e lontani tra di essi, che si alternano all’interno dei vari capitoli, destinati poi ad intrecciarsi con lo scorrere delle pagine, così come i due protagonisti principali della vicenda: da un lato il presente dei nostri giorni, che vede come protagonista l’avventuriero archeologo Stefano Devoto; dall’altro, vi è un ritorno al passato, precisamente al III sec. a.C., in cui assistiamo al complotto della Sibilla con i suoi adepti.
Attraverso questo scritto l’autore Francesco Garcea, noto archeologo di Quarto ha voluto esprimere un duplice intento: “Questo libro è nato attraverso la fusione delle mie più grandi passioni, quali l’archeologia, e la fantascienza e attraverso esso ho cercato non solo stimolare la fantasia del lettore - ci spiega Garcea durante il nostro incontro - ma soprattutto suscitare la sua curiosità per le bellezze del patrimonio storico-naturalistico dei Campi flegrei, attraverso la continua introduzione del dato storico e la dettagliata descrizione dei paesaggi mozzafiato che realmente vi si trovano. In questo modo il libro può essere anche essere inteso come un invito a porre maggior interesse verso il territorio, e perché no, visitarne i luoghi descritti.”
Edito dalla casa editrice “L’isola dei ragazzi”, per la collana “Campania my love” il libro è in vendita già dallo scorso Novembre in tutte le librerie. È una lettura fluida, semplice e scorrevole, di 143 pagine, che nel suo piccolo stupisce, emoziona ed insegna allo stesso tempo. Consigliabile soprattutto ad un pubblico di giovani lettori, anche se non è detto che un adulto qualunque, un po’ sognatore e amante della fantasia, non possa apprezzare l’opera in egual modo.
Tutti i colori di "Non ho paura a credermi"
di Ilaria Cuomo
Il mondo del romanzo nostrano si è colorato di una molteplicità di toni accesi, che spaziano dal rosso intenso dell'amore al bianco anonimo del precariato, tutti i colori del nuovo romanzo "Non ho problemi a credermi". Nato dal genio di Alessandra Galdiero che ha magistralmente guidato la sua penna in un viaggio di emozioni che tagliano trasversalmente il grigio della vita moderna per dipingerlo di emozioni travolgenti e contrastanti, il cui fulcro centrale rimane l'amore di una giovane coppia pronta a vivere questo sentimento senza remore.
In un mondo ormai devastato da sentimenti di effimera consistenza e di valori che poco o nulla hanno a che vedere con la morale. Ecco una trama in cui è intriso il più antico tumulto delle passioni, dove gli elementi di quotidianità fanno da potentissima spezia, ancorando virtuosismi eterei come l'amore, l'amicizia e il senso del giusto al suolo per inserirli in un paesaggio dai classici tratti urbani di cui ognuno di noi conosce perfettamente luci ed ombre.
Il libro prende la forma di un dialogo interiore. Toccando nel profondo dell'anima, lascia al lettore la possibilità d'immergersi e di riconoscersi nell'opera. Sfiorando riflessioni di stampo freudiano arriva parafrasando l'autrice "oltre la capacità di capire, che va oltre ogni civile incomprensione, che resta nonostante tutto. Dentro e fuori ..."
La trama ha come punto di svolta il ricovero in ospedale della protagonista, attraverso quest'esperienza dalla forte carica emotiva, riesce a scoprire un nuovo punto di vista ed inquadrare il mondo che la circonda da una diversa angolazione.
Arguta e sensuale, come nei suo precedenti lavori, la Galdiero offre tra le righe del suo libro una critica alla condizione sociale moderna, mostrando le problematiche che forse proprio per la loro notorietà sono passate ormai in secondo piano ovvero quelle che ognuno di noi affronta ogni giorno, i problemi del cittadino moderno immerso in una realtà che lo spinge a lottare giorno dopo giorno per occupare un posto nella società.
Il romanzo sfiora diverse problematiche che spaziano dall' occupazione giovanile all'amicizia, abilmente impreziosito dalle opere spregiudicate del noto pittore partenopeo Rino Rinedda, i cui tratti inconfondibili permettono un viaggio tra colori e linee regalando così un anima alla carta che le accoglie.
La giovane scrittrice nasce a Napoli nel 1980. Ha pubblicato il suo primo libro nel 2007 il cui titolo è: "Attraverso i miei occhi". L'anno successivo ha poi dato luce a "Ritorno andando", pubblicato dalla casa Editrice Csa con cui ha dato attualmente alle stampe "Non ho paura a credermi". Nelle sue opere il punto di partenza rimane sempre la vita reale sempre affrontata in prima linea per creare libri da leggere tutti d'un fiato in cui ognuno può sentirsi protagonista.
"E io ti seguo": un film scomodo, una storia vera
di Laura Longo
Ci sono persone che, quotidianamente, vivono rispettando se stessi, senza abbassare la testa di fronte ai soprusi. Non eroi ma gente comune, col coraggio di rispettare le regole del vivere civile, legale, ed indicare chi non lo fa. Queste persone non andrebbero mai occultate né dimenticate. Così era il giornalista napoletano Giancarlo Siani, ed è per questo che, nell'ambito dei "Cento Passi … verso il 21 marzo, XV giornata della memoria e dell'impegno in ricordo di tutte le vittime delle mafie" l'associazione l'Iniziativa, in collaborazione con la Cgil_zona Pozzuoli, ha promosso la proiezione pubblica del film "E io ti seguo" (2003), di Maurizio Fiume, pellicola che ripercorre la vicenda professionale del giovane giornalista. a parola Shoah è entrata nel vocabolario comune.
Giancarlo Siani comincia a scrivere come corrispondente de Il Mattino a Torre Annunziata ed è un giornalista scrupoloso come pochi: controlla le fonti, passa nottate in archivio, è in contatto con la gente e, soprattutto, scrive senza timore del male impronunciabile della terra del sud, che si espande come cancrena, fino a diventare problema, taciuto, a livello internazionale: Giancarlo Siani scrive di camorra. E lo fa in un periodo durante il quale ad opporsi al sistema di politica e malaffare sono in pochi, soprattutto studenti. Lo fa nella tana più vivace della malavita organizzata degli anni '80, allora legata alla figura del boss Valentino Gionta, più volte nominato negli articoli del cronista. "E io ti seguo - spiega il regista, presente all'incontro dell'11 marzo a Pozzuoli - è la frase che Giancarlo si sente ripetere da chi pare gli sia vicino: vai avanti tu, gli dice il magistrato, il collega giornalista, che io ti seguo. Eppure, alla fine, Giancarlo è morto solo, e, forse, proprio perché solo è stato lasciato: nessuno l'ha seguito."
In una terra martoriata dalla corruzione, oggi più di allora, l'opera di Siani giace volontariamente dimenticata. Allo stesso modo il film, autoprodotto, che ricostruisce i fatti basandosi sulle carte processuali relative all'omicidio Siani, non ha avuto visibilità, come spiega Fiume: "E io ti seguo ha partecipato a festival del cinema internazionali, da Montreal a Istanbul, ma in Italia è sconosciuto. La distribuzione è stata ostacolata in particolare per la convinzione che la vicenda fosse distorta e danneggiasse Il Mattino." Solo oggi, il film può essere recuperato nelle edicole del napoletano a "prezzo politico", con la rivista free-press "Chiaia".
A Napoli si è celebrata nei giorni scorsi la giornata della legalità, per ricordare le vittime della mafia e della camorra, ma anche per andare avanti, e cercare di prendere a piene mani dagli esempi della storia, per costruire un futuro che sia finalmente degno d'essere detto libero.
Il dovere della memoria: Nakba e Shoah, catastrofi del '900
di Lucia Squitieri
La parola Shoah è entrata nel vocabolario comune. Tutti, o quasi, ne conoscono l'etimologia e sanno a cosa si riferisce, vale a dire Olocausto, ovvero il genocidio compiuto dalla Germania nazista ai danni degli Ebrei. Il mondo ebraico perse all'epoca circa 6 milioni di vite. Ma quanti conoscono la Nakba "la catastrofe" avvenuta il 15 maggio del 1948, giorno che viene ricordato per la nascita dello Stato d'Israele? La catastrofe, in realtà, è stata l'intensificarsi dell'estromissione degli abitanti arabi della Palestina dai confini del neonato Stato d'Israele e che ha prodotto fino ad oggi 4.250.000 rifugiati, stando ai dati UNRWA. Gli israeliani parlano di Shoah, i palestinesi di Nakba. Entrambi i termini rappresentano una disgrazia che ha segnato l'identità di questi due popoli.
Un'identità caratterizzata dalla paura esistenziale che tutto ciò si verifichi di nuovo. Se entrambe sono delle catastrofi per l'umanità perché la shoah è entrata a pieno diritto nelle nostre coscienze, mentre la nakba non ha la stessa rilevanza? La risposta è ovvia. Lo sterminio degli ebrei è avvenuto in casa nostra, sotto ai nostri occhi.
La nostra Europa era disseminata da campi di concentramento. Il 27 gennaio viene commemorato nel mondo come il "Giorno della memoria", giorno in cui ricordare la Shoah. Ma non bisogna dimenticare, nemmeno, che il conflitto palestinese ha lo stesso effetto della pietra lanciata nel lago, ovvero si espande in cerchi concentrici, da conflitto regionale israelo-palestinese a conflitto nazionale arabo-israeliano fino ad inglobare le potenze occidentali. Per capire questo conflitto bisogna rispondere a delle questioni fondamentali. Chi sono gli Israeliani, chi sono i Palestinesi e la religione c'entra davvero in questo conflitto o è strumentalizzata a fini ideologici? Prima del 15 maggio del '48 c'era in Palestina una comunità ebraica, l'Yishuv, che si era stabilita sul territorio a partire dalla fine del XIX secolo sotto la spinta del sionismo, movimento politico che predicava la creazione di uno stato ebraico. Prima del '48, quindi, non si può parlare di israeliani.
La nascita di questo Stato è avvenuta in seguito ad una politica precisa di immigrazione, acquisto di terreni, creazione di colonie agricole, incoraggiamento del lavoro esclusivamente ebraico e imposizione della lingua ebraica a danno dello yiddish parlato dalla maggioranza degli emigrati. Il sionismo non è parte integrante dell'identità ebraica, è solo un opzione per di più criticabile, non solo perché è un'ideologia nazionalista, ma anche perché il suo obbiettivo non era raggiungibile se non con l'espropriazione della popolazione araba preesistente, ovvero i palestinesi. La religione in questo conflitto non è in primo piano, soprattutto perché per il religiosi lo stato ebraico non può che rinascere con la venuta del Messia.
Tutto questo si collega al problema di questo conflitto, alla sua criptica risoluzione che la diplomazia internazionale deve risolvere. Che ruolo abbiamo noi in questo conflitto "regionale"? Dobbiamo riconoscere che le prese di posizione, sulla questione palestinese, contraddicono i valori universali e dobbiamo guardare alla shoah ebraica e alla nakba araba come due episodi deplorevoli che hanno segnato non solo l'identità di questi due popoli ma, inevitabilmente, l'identità di noi tutti. Il "dovere della memoria" significa ricordare il passato per cambiare il presente.
Libri/"Nell'anno 1898 un bel giorno un monsignore…"
di Antonia Tortorelli
"E Pozzuoli si ritrovò a un certo punto con due stemmi!"
Nell'anno 1898 un bel giorno un monsignore, S. E. Mons. Michele Zezza, vescovo di Pozzuoli, ha disposto la "rifazione" degli stemmi. D'allora la cappella del SS. Corpo di Cristo, sul rione Terra, ha un suo simbolo, il gallo. Mentre Pozzuoli resta (così pare) fedele all'aquila. Ma c'è stato un giorno in cui, nel 1900, Pozzuoli si ritrovò ad avere due stemmi!
Quello puteolano è sempre stato un simbolo alquanto misterioso e controverso. Erano, in origine, di aquile o di galli le teste dei volatili raffigurate sopra? Cosa rappresentavano? Quale, quindi, lo stemma da adottare da parte del Comune?
Tali gli interrogativi che hanno visto il dott. Pisano cimentarsi nello studio dello stemma della città di Pozzuoli. "... devo confessare che non era mia intenzione scrivere un saggio sullo stemma della mia città. Il lavoro che qui viene proposto è nato, diciamo così, da un piacevole incidente di percorso". Durante uno studio sul simbolo del gallo e sulla sua presenza nel nostro comprensorio, infatti, l'autore si è confrontato, quale curioso di semiologia dell'antico, con le teste dei galli disegnate su alcuni esemplari di stemmi della città di Pozzuoli, in particolare su quelli oggi presenti nella cappella su citata del rione Terra.
"Conoscendo io l'eccezionale significato di questo simbolo [il gallo] per i cristiani, ritenevo che le alte sfere della Chiesa puteolana avevano sicuramente avuto un ruolo decisivo riguardo al suo inserimento. […] Nella Biblioteca Diocesana di Pozzuoli […] trovai tutte le risposte alle domande postemi. Non solo. Scovai anche tante altre testimonianze, anch'esse mai prima individuate, che obbligavano a riscrivere in buona parte la storia dello stemma puteolano e ad aggiungere, inoltre, nuovi fondamentali tasselli alla storia stessa della città di Pozzuoli" - espone il dott. Pisano nella nota introduttiva.
"Uno sguardo comparativo tra simbolo e società è una delle chiavi di lettura del libro, che si presta all'attualità per il costante approccio storico puteolano alla sua identità, che vede da sempre il riscontro di più nemici che amici" - critica il prof. Valerio Petrarca, docente di antropologia culturale alla facoltà di lettere e filosofia alla Federico II. Ogni società si identifica, infatti, con un simbolo, e lo scontro tra galli e aquile altro non è che una disputa tra poteri, tra persone che contano.
Poche pagine sono bastate all'autore per mettere nero su bianco sorprendenti rivelazioni che si celano dietro lo stemma della città di Pozzuoli, frutto forse di un compromesso tra i poteri locali dell'epoca. Il libro, che sta suscitatando interesse e curiosità, è di recente presentazione al pubblico, illustrato il 18 dicembre 2008 nella sala conferenze della Biblioteca Comunale di Pozzuoli "R. Artigliere", al rione Toiano; in quell'occasione il rappresentante comunale presente, il dott. Fulvio Frattasio, assessore alla cultura, si vide costretto a rispondere all'invito del pubblico a ulteriori chiarimenti su un episodio quale quello del 1898. Non è, quindi, impossibile suscitare interesse per la riscoperta della storia locale.
Teatro, in scena per il sociale
di Riccardo Volpe
Domenica 18 Gennaio la compagnia teatrale “Siam Fatti Così” ha presentato la commedia “Tre pecore viziose”. I giovani emergenti hanno messo in scena un’opera teatrale di Eduardo Scarpetta al “teatro” S. Artema di Monterusciello, che ha ospitato il gruppo di attori emergenti per una serata all’insegna della riqualificazione della periferia e della promozione dell’arte teatrale sul territorio flegreo. Grande successo di pubblico, il quartiere ha risposto positivamente. “Cerchiamo di introdurre nella nostra compagnia - ha affermato il Presidente dell’associazione, Gianni Cerlino - giovani ragazzi del territorio di Monterusciello. Nei campi flegrei la cultura del teatro è poco diffusa, noi miriamo a sensibilizzare le persone su un’arte che ha segnato la storia di Napoli”.
La compagnia teatrale “Siam fatti così” è attiva sul territorio flegreo, infatti, da più di due anni. Un’associazione no-profit, che ha anche organizzato eventi donando parte dell’incasso in beneficenza a Telethon ed ha recitato per il carcere di Nisida. Già in passato in scena nel quartiere di Monterusciello, si è riproposta per “aiutare anche le classi più disagiate ad avvicinarsi al mondo del teatro, inteso come cultura”, proprio come afferma il Vice Presidente della compagnia, Lella Ariano. Una compagnia fatta da 15 persone, in gran parte giovani ma anche giovanissimi, come Rosario Caiazzo, ragazzino che a soli 9 anni già è provvisto di passione per il teatro, interpretando sul palco il ruolo di “Carluccio”.
Tra gli attori amatoriali spuntano sicuramente i nomi di Barbara Bini, Salvatore Esposito, Carlo Gallipari e Gennaro Schiano, il protagonista dell’ultima commedia rappresentata (Felice) che ribadisce: “In una città come Pozzuoli è necessaria una forma di cultura teatrale. Nonostante i mille sforzi la compagnia va avanti autofinanziandosi, ma c’è ancora bisogno di strutture disponibili dove poter anche solo provare le scene”. Dopo varie richieste al Comune di Pozzuoli, infatti, è stata offerta una struttura, che prevedeva un costo di 7 euro l’ora. Costo insostenibile per l’associazione, trattandosi di un movimento no-profit, con l’esigenza di provare 3 volte a settimana.
Recupero sociale, sensibilizzazione della cultura teatrale e rivendicazione di spazi pubblici. Queste sembrano essere le parole d’ordine del gruppo “Siam Fatti Così”, che sta preparando per i prossimi mesi un evento con l’obbiettivo di destinare fondi in beneficenza. “Siamo nati come Associazione no-profit - ha confermato la Vice presidente - e come tale uno dei nostri scopi è quello di fare beneficenza sfruttando la nostra passione. Sicuramente nei prossimi mesi - continua - ci esibiremo di nuovo per questo”
La regia della commedia “Tre pecore viziose” è stata diretta da Ernesto Martucci a titolo gratuito, “come partecipazione amichevole e senza scopo di lucro”. Martucci, infatti, è un regista molto rinomato nel mondo del teatro. Per vent’anni è stato in tournee con la compagnia di Mario Merlola, con Gloriana e anche con Nino D’Angelo. Nella scorsa stagione estiva Martucci è stato impegnato con “Cuore Sul Palco”, spettacolo di prosa e canzoni, che ha concluso la stagione teatrale a Roma presso il teatro Brancaccio il 7 giugno 2008, dopo aver toccato Napoli, Carpi, Milano e molte città europee. Dopo, quindi, il grande successo avuto in questo mese, la reppresentazione teatrale sarà ripetuta con ingresso gratuito il 15 febbraio sempre al "teatro" S.Artema di Monterusciello.
26 gennaio 2009
Intervista a Sixto Salgado Paido: l'ultimo viejo gaitero che vive sull'Isola del Rosario (Colombia)
di Davide Matrone
Isola del Rosario (Colombia) "Quando iniziai a suonare la gaita negra avevo appena 12 anni…." cosi ha inizio l'incontro con Sixto in un caldissimo pomeriggio di fine dicembre.
Sixto, oggi sessantanovenne membro attivo del Consiglio Comunitario Afrocolombiano delle isole del Rosario è nato a Flamenco de Maria la Baja nella regione di Bolivar (Colombia) storicamente la zona che ha consegnato grandi musicisti di gaita. Una regione nella quale, oltretutto, la componente meticcia e quella nera (presente prevalentemente sulla costa) hanno prodotto grandi gaiteros e tamboreros la cui influenza e tradizione segue tutt'oggi. Los gaiteros de San Jacinto Silvestre Julio, Merardo Padilla e los Gaiteros de Punta Brava sono solo alcuni dei più conosciuti.
Sixto Silgado Paido, oggi vive sull'isola del Rosario una delle 27 isole dell'arcipelago caraibico colombiano di fronte alla splendida città di Cartagena, sede di un prestigioso Festival Internazionale del Cinema.
Quando lo abbiamo incontrato era seduto sotto ad un albero secolare presente in questo paradiso terrestre incontaminato del Mar dei Caraibi. Il silenzio veniva interrotto di tanto in tanto dagli scatti di una macchina fotografica della mia amica Alessandra che mi ha accompagnato in questo storico incontro.
Paido vi giunge solo nel 1962 quando vi erano pochissimi nativi e l'attività principale era quella della pesca e della coltivazione del cocco. Quest'ultima cancellata con l'arrivo dei gringos che con l'avvento del turismo hanno espropriato (senza rimborsi) gran parte delle terre agli abitanti. Oggi sull'isola vivono circa 600 persone, alla pesca si è aggiunta l'attività artigianale e quella della costruzione di abitazioni in legno. Sixto ci racconta che la sua capanna dove da rifugio alla sua amata compagna di vita l'ha fabbricata e costruita lui con le sue mani.
La sua cinquantennale attività di gaitero l'ha portato in giro per la Colombia ma anche per altri paesi internazionali; "ho suonato a Medellin, a Bogotà, a Calì, a Cartagena, a Barua e sono stato sull'isola di Fidel Castro (a Cuba) dove sono stato ospite delle istituzioni per tre mesi. Lì ho visto un popolo unito che ha praticamente tutto ma nonostante ciò non abbandonerei mai la mia Colombia. A maggio poi andrò a suonare a Parigi in compagnia di una cara amica francese che vive a Bogotà".
La sua musica si ascolta con buoni consensi in tutta la Colombia, a Cuba, a Portorico ed in Brasile. Sixto Silgado Paido è un validissimo esponente di un genere musicale che racconta la storia e le vicissitudini di un popolo che ha subito una deportazione di massa nel secolo XVI. Di un popolo che dalle sponde dell'Africa approdava nella città di Cartagena e smistata poi per l'interro continente sudamericano.
Con la sua gaita e il suo tambor, Paido, interpreta generi musicali differenti come il merengue vallenato, la salsa, il son e il porro. Una tradizione che si tramanda di generazione in generazione: dal nonno, al padre mentre oggi ci pensa lui a tramandarlo al figlio ultimo erede di una tradizione antica e prestigiosa. Prima di salutarlo gli chiedo come vive oggi sull'isola e con un tenero sorriso pieno di calore mi risponde; della sua passione per la musica gaitera e di ciò che la terra gli regala ogni giorno, poi silenziosamente si alza e mi saluta regalandomi una papaia.
18 gennaio 2009
Pm1 e Pm2, nuove minacce per l'ambiente
di Anna Parisi
Nel segno del progresso e della ricerca scientifica a Modena, presso il Laboratorio di Biomateriali dell’Università, venne fondato nel 1990 un team di studio diretto dalla dottoressa Antonietta M. Gatti. Oggetto della ricerca è poi diventata quella una nuova branca della scienza, che sta aprendo un vero e proprio universo nel campo della medicina: la nanopatologia. Si tratta di un ceppo di malattie provocate dalla penetrazione nel corpo umano di un "particolato" chiamato nello specifico PM1 e PM2, ossia particelle che possono trovarsi sia nello stato liquido sia in quello solido nell’aria, ma non solo. Le particelle sono presenti nell’aria soprattutto in zone molto industrializzate ed in quelle dove per determinati processi di produzione si verificano esplosioni ad alte temperature. Questi frammenti sono paragonabili alle polveri sottili che possono avere la forma di aghi come quelli di amianto, che tendono a penetrare nel corpo umano più facilmente, ma anche tondeggianti. Il particolato può essere assorbito dai tessuti dell’uomo per inalazione e più questa avviene rapidamente più aumenta la pericolosità delle particelle. Ma questi microelementi riescono ad accedere nell’organismo anche mediante l’ingestione, grazie al fatto che vengono trasportati dai venti e prodotti in parte anche dall’inquinamento depositandosi sui cibi che stanno quotidianamente sulle nostre tavole: frutta e verdura, ad esempio, provenienti da coltivazioni adiacenti alle autostrade, ma anche in diversi prodotti delle più note marche di alimenti che sono di largo consumo presso tutti. Il maggiore produttore di queste polveri sottili è, purtroppo, l’ uomo, che potrebbe sia adottare delle misure tese a ridurre questo tipo di produzione favorendo la salute degli uomini e dell'ambiente nel quale viviamo. Basterebbe scegliere di usare banali misure preventive, che non costano niente, come coprire i cibi esposti in vendita, o usare mascherine protettive in determinate situazioni di smog.
In parte con i fondi della Comunità, al laboratorio di Biomateriali dell'Università di Modena, fu possibile acquistare un microscopio elettronico a scansione ambientale, grazie a fondi di provenienza in parte europea in parte privata e fu approntata una metodica ad hoc per gli scopi della ricerca. In seguito ai tagli alla ricerca scientifica, decisi negli ultimi tempi tutto ciò in Italia non è più possibile, mentre negli osservatori degli altri Paesi coinvolti nel progetto come la Francia, con le sue aziende private, e gli Stati Uniti, con diversi College, lo studio sui nanoelementi va avanti. Ma a sostegno di quella che da molti è poi stata definita la ricerca imbavagliata, molti comitati nazionali tra cui quello di Bebbe Grillo, si sono attivati per una raccolta fondi affinché quei microscopi speciali ad alta definizione ritornino nelle mani di persone capaci e competenti ed interessate a fare nuove scoperte per tutelare la salute della società tutta.
15 dicembre 2008
Oltre Gomorra: "L'oro della camorra" ...
di Valentina Soria
Si è tenuta giovedì 2 dicembre 2008 a Capua, a Palazzo Fazio, alle 18.30, la presentazione del libro della giornalista de "Il Mattino" Rosaria Capacchione, intitolato " L'oro della Camorra", edito da Bur- Rizzoli. Sono intervenuti i Sostituti Procuratori Alessandro D'Alessio della Procura di S. Maria C.V. e Giovanni Cuonzo della D.D.A. della Procura di Napoli.
Rosaria Capacchione è una giornalista coraggiosa e tenace. Nata a Napoli, vive da sempre a Caserta, dove lavora come cronista giudiziaria al quotidiano "Il Mattino". Da 29 anni indaga sugli affari illeciti della criminalità organizzata e dal 13 marzo 2008 è costretta a vivere sotto scorta. La testimonianza di una grande cronista giudiziaria che da decenni segue dall'interno la criminalità organizzata ha svelato al pubblico i meccanismi e gli interessi economici sottesi a fatti di cronaca: Alta Velocità Napoli-Roma, aeroporti, metropolitane, appalti pubblici, investimenti immobiliari: il clan dei Casalesi ha ormai esteso la sua rete in tutta Italia. Si tratta di un libro che ci permette di osservare da vicino le dimensioni del contagio, le trame nascoste della criminalità organizzata campana e il loro intreccio con la società civile.Da tempo la camorra ha valicato i confini regionali per estendere la propria egemonia su tutta la Penisola. Il 9 giugno 2008 il gip del Tribunale di Napoli ha depositato la sentenza con la quale, per la prima volta, viene condannato un imprenditore del Nord per associazione camorristica.Si tratta del costruttore operante nel parmigiano Aldo Bazzini ,consuocero di Pasquale "Bin Laden" Zagaria, fratello di Michele "Capastorta" Zagaria, capo militare dei Casalesi e uno dei latitanti più pericolosi d'Italia. Sfruttando i suoi rapporti con faccendieri e intermediari, dal 1994 a oggi Bazzini ha favorito la penetrazione della camorra nei maggiori appalti pubblici del Paese. I casalesi sono diventati ricchi e potenti manager. Influenzano e controllano l'economia di tutta la Penisola, da Casal di Principe al centro di Milano. Non più e non solo vendette efferate, morti ammazzati per strada, faide di paese: il nuovo volto della criminalità organizzata campana, la nuova forma del potere mafioso ha il colore dei soldi, si radica nei corridoi di palazzo, si nasconde e prolifera nell'anonimato delle operazioni finanziarie.
Nella ricostruzione di Rosaria Capacchione la camorra è una potenza sotterranea capace di muovere centinaia di migliaia di euro in contanti e tirare i fili di settori chiave dell'economia italiana. Da Casal di Principe hanno risalito lo stivale, attraversando l'Umbria delle aziende agricole, la Toscana degli alberghi, l'Emilia Romagna dei locali notturni, fino alla Milano di Piazza Affari, creando un vero e proprio "impero". "Gomorra" di Saviano è stata una chiave di accesso, un'ampia panoramica per capire di cosa stavamo parlando, per avere una genealogia dei casalesi. Dopo Gomorra serviva un libro che descrivesse le responsabilità politiche, alcune delle quali naturalmente solo presunte, che hanno permesso all'esercito della camorra di espandersi e fortificarsi impunito.
Rosaria riesce in appena 250 pagine a raccontare e a sgrovigliare società, soci e conti correnti. Aspettavamo una Rosaria Capacchione che finalmente scrivesse di appartenenti al mondo della politica che chiedevano posti di lavoro agli imprenditori della monnezza collusi con i casalesi. Preziosa anche la testimonianza del collaboratore di giustizia Gaetano Vassallo che svela un mondo sottostante di collusioni e tangenti. Ma Rosaria racconta anche la campagna, la terra, una terra, quella campana, quella di Casal di Principe, in cui la gente viene avvelenata da coloro che reputa eroi. Agghiacciante il racconto dei pomodori, degli agrumi destinati al macero, sovvenzionati lautamente dall'Unione Europea per essere distrutti e poi trasformati in confetture. E che dire del burro campano, che invece del latte di vacca era prodotto con sintesi chimiche e oli cosmetici, e finiva negli ignari stomaci dei campani tramite merendine e panettoni. Numeri, cifre, circostanze che Rosaria Capacchione racconta in maniera precisa e documentata. Un sistema perfetto quello dei casalesi, che manovrava anche le certificazioni antimafia, il "disco verde" che consentiva alle aziende di partecipare alle gare d'appalto ed essere considerate pulite. Rimane una medaglia di questa regione raccontata dalla giornalista: su una faccia c'è una Campania distrutta, desolante, povera, avvelenata, ancora ignara di tutto quello che è stato seppellito nelle sue campagne; dall'altra ci sono le pagine del verbale di sequestro a casa di Pasquale Zagaria, formalmente dipendente di una piccola azienda, che la Capacchione pubblica integralmente.
Rosaria Capacchione oggi vive sotto scorta a causa delle minacce da parte di Antonio Iovine e Francesco Bidognetti durante il processo Spartacus. In realtà già nel 92 Rosaria era nel mirino dei casalesi e nel 1996 il pentito Dario De Simone svela il piano per "sopprimere" Rosaria. L'unica "solidarietà seria" che l'Italia può dare alla giornalista Capacchione è diffondere "L'oro della camorra" alla pari di Gomorra, sensibilizzare verso questa realtà che cresce intorno a noi e si espande, ma che ci pone davanti un serio interrogativo: se restare sordi e indifferenti o provare ad ascoltare chi ha il coraggio di denunciare e di lottare per un ideale di giustizia e di legalità che si allontana troppo soventemente dalla realtà dei fatti, che non è quella dei proclami e delle facili"vittorie". E' così che si risponde alle minacce, alle intimidazioni. C'è una immagine di Rosaria Capacchione molto significativa, che emerge durante una sua intervista nella redazione di Rai News 24, in cui nella sua tangibile modestia ricorda l'intervista di Marcelle Padovani, giornalista francese specialista della vita politica italiana, a Giovanni Falcone, con cui nel 91' aveva collaborato per la stesura di "Cose di cosa nostra". Ecco un estratto dell'intervista, da cui si evince lo spirito comune che lega queste anime coraggiose.
Padovani: Ma chi glielo fa fare?
Falcone: - Soltanto ho spirito di servizio.
Padovani: - Ha mai avuto dei momenti di scoramento, magari di dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta?
Falcone: - No mai...
La determinazione, la perseveranza e un amore incondizionato per la giustizia e la verità sono i tratti caratterizzanti queste personalità che hanno segnato il nostro secolo e continuano a farlo, anche a costo di sacrificare e mettere a repentaglio la loro stessa vita ed è per questo che ciascuno di noi dovrebbe adottare un atteggiamento il meno possibile passivo e assente, perché solo attraverso una partecipazione attiva e un intento costante di conoscenza possiamo provare a sdebitarci. Qui, dove spesso i potenti di turno, ma anche la gente comune si protegge e si giustifica dietro falsi alibi e si sente "assolta", dimentica di quanto l'impegno del singolo sia indispensabile ad interrompere o quanto meno a prendere coscienza di questi meccanismi di potere e sopruso radicati e allarmanti.
9 dicembre 2008
Pozzuoli senza teatro, ma recitiamo lo stesso!
La sala Molière dell' Art Garage ha ospitato la compagnia di prosa "I 10 mondi"
di Laura Longo
Finalmente teatro: nonostante la mancanza di un teatro vero e proprio sul territorio puteolano, la compagnia di prosa "I dieci mondi", fondata nel 2008 e diretta da Nando Paone e Cetty Sommella, ha messo in scena "Il medico per forza", commedia in tre atti in prosa di Jean- Baptiste Poquelin, meglio conosciuto come Molière. Lo spettacolo si è tenuto il 30 novembre nella sala dedicata all'artista ed intellettuale francese, chiamata Molière, dell'Art Garage di Pozzuoli. . Il testo, riadattato dagli stessi Nando Paone e Cetty Sommella, è un mix di ironia e simpatia senza veli, che mette in evidenza, grazie anche agli effetti caricaturali tipici della Commedia dell'Arte secentesca, i mali che attanagliano il nostro secolo. Questi gli attori: Cimmino Anna, Ciotola Gennaro, D'Alterio Luca, D'Ambrosio Alessandra, Di Rosa Mauro, Lo Martire Luca, Montecatino Marco, Oriano Valeria, Polito Massimo.
Il Suggeritore, figura inventata dai due artisti fondatori della compagnia, introduce da subito il pubblico nell'intrigante storia che sta per aver luogo e lo tiene per mano mentre sul palco si susseguono i vizi di una società, quella di metà Seicento, che assomiglia terribilmente a quella attuale: Sganarello è l'ignoranza e l'ingordigia, la moglie Martina è la vendetta senza scrupoli, Geronte la cieca avidità, la sua cricca di servitori il viscido servilismo dettato dal bisogno di denaro, Leandro il timore e l'immaturità, Lucinda la menzogna.
Lo spettacolo, prodotto dal Laboratorio di formazione teatrale "I dieci mondi" e da Media Aetas Teatro, nasce con scopo didattico, per girare le scuole flegree: è una commedia per educare il cittadino del domani al vivere sociale, ma anche una dimostrazione di quanto il teatro ha ancora da dire. Per questo "Il medico per forza" è una vera pietra miliare nel panorama puteolano: la compagnia, formatasi sul territorio, ha ripreso la battaglia che da sempre combattono Nando Paone e Cetty Sommella, quella di far approdare a Pozzuoli un vero teatro. "Non abbiamo possibilità di esibirci a teatro - si indigna Luca Lo Martire, interprete brillante della commedia- ed è una vergogna che una città ricca di storia e cultura come Pozzuoli non abbia il suo teatro! Mi chiedo i ragazzi che possano fare nel tempo libero, qual è l'alternativa alla strada …". Ed è per questo che è ancor più da apprezzare l'esibizione di chi, artista impegnato, cerca di portare la cultura teatrale, così ricca e così attuale, su di un territorio che meriterebbe più attenzione su questo versante.
2 dicembre 2008
"Io sono qui": danza, musica e spettacolo a Pozzuoli
di Maria Pia Viola
Sogni in palcoscenico, grande o piccolo che sia questo non ha importanza. Un evento per chi ha la voglia e il talento, di chi ha forza e determinazione da dimostrare.
Queste le caratteristiche dei protagonisti dell'iniziativa "Io sono qui", ideata a cura della cooperativa Crasc che si terrà ogni Mercoledì e Domenica fino al 17 Dicembre presso la struttura "Artgarage" di Pozzuoli.
Lo scopo principale dell'iniziativa è dare visibilità a grandi artisti che purtroppo non hanno ancora avuto l' occasione di esibirsi in notevoli teatri. In queste serate (19 novembre, 23 novembre, 3 dicembre, 14 e 15 dicembre, 17 dicembre) sono già stati e saranno rappresentati esclusivi frammenti teatrali, i quali molti diretti dagli stessi attori, caratterizzati da espressioni e scenografie travolgenti, sorprendenti per un proposta tutta in ascesa.
Interessanti sono le tematiche e le forme espressive attraverso la quale solo la grande arte della danza moderna riesce a trasmettere a pieno, da vedere grazie al "Solitudo", che propone uno spettacolo di danza del ventre, con le coreografie di Michela Ricciardi e interpretato da Fabiana Lonardo e Francesca Martiglietti.
Intrigante sarà invece un altro tipo di danza caratterizzato da singolari oggetti infuocati, una vera e propria danza del fuoco messa in scena da Gabriella Errico, che presenta insieme alla Baracca Dei Buffoni "O Clock", un pezzo incentrato sulla strada.
Inoltre, prossimo imperdibile appuntamento è quello del 17 dicembre, quando verrà messa in scena la commedia diretta e interpretata da Romana Tripodi "Vieni a vedere quant'è profonda la tana del bianconiglio", la quale tratta di problemi molto attuali e vicini ai giovani, come quelli dell' adolescenza e del crescita.
A essa seguirà l'esibizione della compagnia "Danza Flegrea" destinata a tutti coloro che non temono di ammettere le proprie paure.
Da sottolineare, infine, la suggestiva posizione del pubblico rispetto al palco, lo scenario stesso ha una forma quadrata delimitata al principio come fosse la scena di un delitto, e và a modificarsi durante l'atto performativo per poi divenire un ring: arbitrata dalla musica e dall'attore, contraddistinto da un linguaggio crudo e di effetto.
22 novembre 2008
Compagnia "Niente per caso": teatro e impegno sociale
di Lucio Castracani
Abbiamo avuto occasione di conversare con Roberta Principe, direttrice artistica della compagnia teatrale "Niente per caso", presente sul territorio con numerose iniziative sociali.
Allora Roberta, com'è nata l'idea coraggiosa quanto suggestiva di avvicinare le persone della zona flegrea al mondo magico del teatro?
E’ iniziato tutto l’anno scorso quando ho iniziato un’attività di volontariato presso un centro sociale, nel tentativo di avvicinare alcune persone alla realtà del teatro. Da lì l’idea, con alcuni amici, di mettere su una compagnia tutta nostra, e perché no, un’associazione che tramutasse le nostre idee in iniziative concrete. Il 10 febbraio del 2008 abbiamo portato in scena “cupido scherza e . . . spazza!” il primo lavoro della neonata compagnia teatrale “niente per caso”. L’entusiasmo e la voglia di fare esplosero quando riscuotemmo un enorme successo con questa rappresentazione, e con i piedi puntati decidemmo di andare avanti e di costruire nuovi progetti. “Vado per Vedove”, a giugno di quest’anno, è stato il nostro secondo lavoro, così che il 14 Settembre i quattordici soci fondatori costituiscono l'associazione culturale "Niente per caso" con a capo il Presidente Gennaro Saturnino.
Siamo un Gruppo di persone caratterizzato da un entusiasmo che difficilmente si trova altrove, e nonostante la varietà si distingue per la compattezza e l’affiatamento. Sono orgogliosa dei “miei ragazzi”(“ragazzi” con un età compresa tra i 21 e i 61 anni!), per la loro fattiva presenza, per la loro determinazione, per il loro incredibile entusiasmo.
Il teatro oggi deve affrontare concorrenti ben più forti nel campo dell'intrattenimento e della comunicazione, quali la tv ed internet. Pensi possa conservare un suo spazio e, soprattutto, il suo valore educativo?
Credo che possa ancora avere un ruolo educativo. Noi ad esempio, siamo già stati inseriti in diverse rassegne teatrali, anche fuori dalla nostra regione, e questo ci inorgoglisce moltissimo, perché ci dà la possibilità di spiegare al resto dell’Italia che Napoli non è solo quella di “Gomorra”, o quella che si racconta nelle violente, quotidiane notizie del TG, ma è anche una realtà pulita e nobile come quella dell’arte e della solidarietà. Da poco abbiamo instaurato anche un rapporto di collaborazione con la Caritas diocesana, poiché abbiamo riscontrato moltissime attinenze tra quelli che sono i nostri obiettivi e i suoi progetti. La nostra è un’associazione naturalmente senza scopo di lucro, con l’unico fine di rendere qualcosa di tangibile e concreto alla comunità.
Quali sono i vostri progetti in cantiere?
Abbiamo tantissimi progetti per il 2009, come la realizzazione di rassegne teatrali, feste in piazza, mostre e tanti altri progetti per coinvolgere la comunità di Pozzuoli e promuovere l’arte.
Per il momento il ramo della nostra associazione che si sta sviluppando maggiormente è quello del teatro. La nostra compagnia, di cui io sono direttore artistico, è attualmente impegnata per il nuovo spettacolo, “Quaranta ma . . .non li dimostra”, due atti di Peppino De Filippo. Ne sto curando la regia, e devo dire che è risultato un lavoro molto impegnativo, ma i ragazzi stanno dando il meglio di loro, regalandomi delle belle soddisfazioni. Siamo pronti per portarla in scena, il 29 e il 30 novembre.
Abbiamo sposato il progetto della Chiesa di San Castrese a Quarto, che sta lavorando per realizzare un teatro all’interno della sua sala mensa, e quindi, collaborando con Mario Palmieri, uno dei fondatori di questo progetto, abbiamo deciso di rappresentare il nostro spettacolo proprio all’interno di questa “sala teatro”, per riuscire a raccogliere fondi e aiutarli, almeno in parte, a completare questo progetto.
Hai citato la creazione di una "sala teatro" dove i giovani possono esibirsi, colgo quindi l'occasione per chiederti se nei Campi Flegrei è facile trovare luoghi dove esibirsi.
Guarda: per noi a Pozzuoli è stato difficile trovare uno spazio dove esibirci,perché un teatro vero e proprio alla portata di un’associazione senza scopo di lucro, non c’è. Le uniche sale adibite a teatro nella zona di Pozzuoli, sono spazi parrocchiali e per accederci bisogna fare davvero i salti mortali! Stiamo lavorando anche per questo,per cambiare un pò le cose, e smuovere le istituzioni affinché vengano agevolate le iniziative di tante compagnie amatoriali come la nostra.
Terminiamo con una domanda semplice ma forse fondamentale per chi vorrebbe avvicinarsi a progetti simili. Perchè partecipare?
Perchè siamo convinti che tanti giovani abbiano bisogno, e forse cercano una realtà in cui stare bene insieme,incontrarsi, lavorare insieme e condividere idee e gratificazioni. E poi stare con noi è davvero una stimolante avventura! La nostra associazione è bella soprattutto perché ha le porte aperte a tutti, e questo ha fatto sì che crescessimo in maniera esponenziale in così poco tempo. Il nostro obiettivo è proprio quello di avvicinare quanta più gente è possibile all’arte. Siamo una grande famiglia, e siamo lieti di accogliere chiunque ne voglia fare parte.
Vi aspetto numerosi allo spettacolo “Quaranta ma . . .non li dimostra”, il 29 e il 30 novembre, ore 20,00 presso la sala teatro “mensa sociale”Parrocchia S.Castrese Quarto (Na) ,consapevoli che, oltre a godervi un piacevole spettacolo, appoggiate un nobile progetto.
15 novembre 2008
I limiti alla libertà di espressione: il caso cinematografico
di Laura Longo
Sono tantissimi i film che, una volta prodotti, non trovano sbocchi distributivi nelle sale cinematografiche. La distribuzione è la fase finale della creazione di un prodotto filmico: corrisponde al momento in cui la pellicola, già realizzata, arriva ad un esercente che ne permette la proiezione nelle sale e, quindi, il contatto col pubblico. Da questa semplice definizione di distribuzione, si può facilmente dedurre che chi controlla il mercato dell'audiovisivo è chi si occupa di distribuire il film finito all'interno del circuito commerciale: le case di distribuzione sono quelle che determinano quale tra i tantissimi film prodotti potrà entrare nelle sale e toccare l'immaginario, la sensibilità, la vita dello spettatore. Ma cosa succede quando milioni e milioni di prodotti si fermano completamente realizzati e non vengono distribuiti? Ci troviamo di fronte alla situazione italiana.
Il mercato dell'audiovisivo italiano appare dominato, senza sorpresa alcuna, dalla produzione americana che detiene 317 titoli su un totale di 887 distribuiti; gli italiani sono relegati a 195 titoli, secondo le cifre stimate dall' Anica (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisivi e Multimediali) per l'anno 2007. Benché questi dati dimostrino una maggior attenzione al cinema nostrano rispetto a quelli dell'anno precedente, se si va più a fondo si legge, nello stesso rapporto 2007 dell'Anica, che il film più guardato in assoluto è Shrek Terzo, lungometraggio animato americano, seguito da Natale in crociera e Manuale d'amore due, commedie dalla trama pressoché inesistente. Insomma, lo spettacolo offerto nelle grandi sale è a dir poco povero di contenuti.
Dove si nasconde la vera cultura cinematografica? La risposta è da cercare nelle opere del cinema indipendente. La scena indipendente italiana costituisce poco più del 13% del mercato, secondo Altreconomia, portale di informazione online. Le pellicole che fanno parte del mondo del cinema indipendente nascono come vero e proprio progetto culturale, opera d'arte di ricerca e riflessione, diretto ad un pubblico consapevole e non perennemente distratto, adatto al prodotto impacchettato e propriamente degradante. Come si legge nelle parole di Paolo Benvenuti, filmaker indipendente, autore di Segreti di Stato, fare cinema indipendente è una scelta etica: "Io credo di compiere un atto di resistenza nel continuare a fare un cinema di pensiero, che solleva interrogativi e domande".
Poche sono le case di distribuzione che riescono nell'arduo compito di combattere l'inerzia mentale della società contemporanea: tra le più conosciute, la Fandango, che ha permesso la distribuzione del film denuncia Gomorra, e la Sacher Film, gestita dall'affermato regista Nanni Moretti, che ha distribuito, tra gli altri, Il caimano che, per quanto abbia fatto parlare, ha avuto fortuna maggiore di Bye Bye Berlusconi, film in produzione nel 2004, di forte satira politica ma oscurato dal circuito italiano. Molte sono anche le case di distribuzione indipendenti che non hanno fortuna, come le due già citate, e sono costrette a chiudere. E' il caso della Pablo di Gianluca Arcopinto, che, dopo 7 anni di vita in cui ha messo alla luce talenti come quello di Mario Garrone, si arrende: ''Quando siamo nati nel '98 - spiega l'ex distributore - nonostante in una città come questa ci fossero un centinaio di schermi in meno, era ancora possibile trovare spazio per prodotti di nicchia e di qualità. Da allora è cambiato tutto: gli spazi si sono ristretti, l'asservimento è cresciuto''. Nonostante i passi in avanti, piccoli ma significativi, il sistema culturale dell'audiovisivo ha ancora tanti spazi da rivendicare.
25 ottobre 2008
Recensione/Libri: "La società dell’incertezza"
di Laura Longo
Fiumi e fiumi di inchiostro sono stati versati per descrivere la società cosiddetta “postmoderna”, quella dei giorni nostri, ma in pochi sono riusciti a sintetizzare i caratteri essenziali che la determinano senza lasciarsi andare, come spesso capita, in un’analisi pessimistica e decostruttiva.
Bauman, professore di sociologia oggi in pensione, ci consegna il ritratto di una comunità frammentata e frammentaria, che ha perso le grandi mitologie del passato, allo sbando, ma finalmente libera: per tutta la modernità l’uomo ha creduto che il valore della sicurezza fosse predominante, anche se, per ottenerlo, bisognava sacrificare libertà e felicità individuali. Gli individui postmoderni hanno eletto nuovi valori sovrani ispirati al principio di piacere: il godimento personale e la felicità e, per questo, hanno scartato la sicurezza in favore della libertà. Sono uomini liberi. Liberi di affidare la propria libertà in mano a qualcun altro, perché si sa, “la libertà introduce il tormento della scelta … preannuncia la perenne preoccupazione di aver compiuto un errore.” Ed è proprio in questo momento, quello in cui il singolo rimette la sua libertà nelle mani di altri, che si ripete un meccanismo iscritto nel dna umano, quello del rapporto di potere, per cui una persona è in grado di privare l’altra della libertà e decidere in sua vece.
Si innesca così un’ asimmetria nei rapporti umani che porta a tracciare una linea antica come l’uomo: quella tra normalità e anormalità. Anormale è lo straniero ed ogni comunità ha il proprio straniero perché “… gli stranieri di oggi sono i prodotti, ma anche i mezzi di produzione, dell’incessante e mai definitivo processo di costruzione dell’identità.” Nella modernità questi stessi stranieri erano banditi, eliminati, indice di una sicurezza mal vigilata: ora, nell’era postmoderna, sono un nuovo tassello di un mosaico variopinto. Lo straniero è l’esotico che entra a far parte della vita dell’individuo consumista, quello che si nutre di rapporti superficiali e fa dello zapping la sua maggior forma di libertà: “Oggi non siamo forse tutti sostenitori della differenza? Multiculturalisti? Pluralisti?”. In un mondo in cui l’incontro con l’altro prende il tempo che trova - poco -, qual è la salvezza per questo individuo decostruito e solo? Una netta presa di coscienza nel campo politico ed una riscoperta dell’essere umano, perché possa “assaporare il mondo, anziché maneggiarlo”.
PA-RA-DA, esempio di cinema impegnato
di Isa Cirillo
Alla mostra del cinema di Venezia ha prevalso, quest'anno, il cinema 'impegnato', con meno schiamazzi da star, con più attenzione ai problemi del pianeta. Tanti Italiani, in concorso e no, che hanno dato esempio: dai più noti "Un giorno perfetto" di Ferzan Ozpetek e "Il papà di Giovanna" di Pupi Avati, già usciti nelle nostre sale, ai più documentaristici come "La fabbrica dei Tedeschi" di Mimmo Calopresti, sulla tragica vicenda degli operai morti alla Thyssen Krupp di Torino (la cui uscita è prevista prossimamente) o come il coraggioso e anticonformista PA-RA-DA, di Marco Pontecorvo, al suo primo lungometraggio.
Presentato alla sezione Orizzonti, il film è stato preceduto da un'allegra e colorata sfilata fatta dai bambini rumeni protagonisti oltre che della pellicola anche delle vicende raccontate.
PARADA, infatti, prima di essere il titolo di un film è il nome di un'associazione nata grazie al lavoro e alla volontà di Miloud Oukili, clown di padre algerino e madre francese che ha studiato in Francia e nel 1992, facendo il servizio civile in Romania, ha intrapreso una strada di lotta lunga e difficile, ma non priva di soddisfazioni.
Una strada costruita per restituire la vita e, se possibile, un pò di felicità ai "boskettari", cioè ai numerosi bambini che dopo la caduta del regime di Ceausescu sono stati rinchiusi in orfanotrofi e poi scappati, passando dalla violenza degli istituti per minori a quella della strada, completamente abbandonati a se stessi, senza protezione, se non della criminalità. Davanti alla tragedia di strade popolate da masse di bambini drogati e costretti a vivere di carità o prostituzione, Miloud ha deciso di combattere il degrado e l'ingiustizia vissuta da loro, avvicinandoli con delicatezza e bravura al fantastico mondo dell'arte da circo e della giocoleria. Un percorso complicato che ha dovuto creare conquistando la fiducia di quei ragazzini, vivendo insieme a loro, dormendo nei loro rifugi ricavati nelle fogne di Bucarest. Un naso rosso, scarponi ai piedi e capacità d'improvvisazione: questi strumenti ha usato Miloud, insegnandoli a sua volta a dei bambini, già cresciuti contro la loro volontà, ma pur sempre bambini. Divenuti i protagonisti di uno spettacolo circense hanno dimostrato a Miloud, a loro stessi e al loro paese, che è possibile allontanarsi da un passato scomodo, da una vita che gli aveva preservato nient'altro che ingiustizie.
Gli artisti di PARADA si esibiscono oggi, facendo tournèe in tutta Europa, continuando a militare per diffondere, assieme al sorriso, il loro messaggio e per costruire con questo piccolo strumento una relazione tra i paesi europei e la Romania. Un progetto ambizioso portato avanti a colpi di ostilità ed impedimenti ma anche di risultati efficaci: grazie all'opera di Miloud e di altri assistenti sociali, PARADA ogni anno continua a togliere bambini dalla strada, a farli tornare nelle scuole, a farli aggregare nei propri centri e non davanti a piazze di spaccio o in sottosuoli fetidi e abbandonati.
Una storia che ha colpito Marco Pontecorvo (figlio del grande regista Gillo) che ha voluto testimoniare e far conoscere questo incredibile lavoro e suoi protagonisti. Un po' meno d'accordo sembrano, per il momento, i cinema di Napoli e provincia, dove il film è proiettato soltanto in una sala!.
7 ottobre 2008
Musica: alla scoperta delle tradizioni campane
di Marina De Luca
La musica popolare non è solo la musica da e per il popolo ma parte di un mondo magico, misterioso e complesso; elemento fondamentale di riti e tradizioni che intrecciano sacro e profano; frutto di quella componente emotiva che è la devozione. Devozione, talvolta accompagnata da mistico abbandono per la Grande Madre, la “bella Figliola” a cui i cantatori si rivolgono. Dunque, la musica è essa stessa tradizione e, come tale, risente delle influenze della società: se da un lato si è assistito ad una perdita di spontaneità, dall’altro è notevolmente aumentato la spazio occupato da questo genere di musica.
Infatti, in passato era piuttosto raro ascoltare una tammurriata fuori dal suo contesto originale (la festa), oggi, invece, è possibile frequentare corsi o unirsi ai gruppi di giovani che si incontrano in piazze o in locali per ballarla, anche al di fuori del tempo devozionale.
Sulla scia di un movimento nato negli anni ’70, oggi sono in continuo aumento i gruppi che suonano musica tradizionale o che alla tradizione si ispirano, segno che, nell’era della globalizzazione c’è ancora chi prova a mantenere vive le nostre radici. Tra questi ne citiamo alcuni: Nuova Compagnia di Canto Popolare, Gruppo operaio ‘E Zezi, Spaccapaese, Marcello Colasurdo, Terrasonora, Damadakà.
Chiediamo a Matteo D’Onofrio, voce storica del gruppo ‘E Zezi, come mai molti giovani scelgono di suonare questo genere di musica: “Perché ci sono più occasioni per ascoltarla e per suonarla e questo, se da un lato produce un effetto “moda giovanile” dall’altro spinge i giovani a interessarsi alle proprie radici culturali, partendo proprio dalla musica di tradizione.”
Quali sono le difficoltà che incontra un gruppo che vuole emergere nell’ambito della musica popolare? “Intanto, l’elevato numero di gruppi genera una maggiore concorrenza, in secondo luogo l’incapacità di molti organizzatori di distinguere tra musicisti che realmente vivono e fanno rivivere la tradizione ed esecutori improvvisati. Non dimentichiamo, infatti, che molti sanno suonare gli strumenti della tradizione o cantare le strofe di una tammurriata, ma solo pochi sono gli autentici detentori.”
Quali canali permettono ai giovani di farsi strada nel mondo del folk?
“Dato il crescente interesse per questo genere, negli ultimi anni sono aumentati festival e concorsi di musica folk e questi ultimi sarebbero per i giovani una buona carta da giocare, senza dimenticare, però, che l’obiettivo importante non è il giudizio positivo di una giuria ma l’energia che si trasmette al pubblico.”
Segnaliamo alcune date di concerti ed eventi che si terranno in Campania alla fine di questa estate e che consigliamo di seguire: "Terre in moto" - festival delle arti popolari-che si terra' a Piazzetta Mondragone (Na) dal 19 al 21 settembre; Marcello Colasurdo in concerto a Piedigrotta (Na), il 6 settembre; Spaccapaese a Cava dei Tirreni il 7 settembre.
2 settembre 2008
Un mare di risate, nel golfo di Baia
dal comunicato satampa
Sul mare tra Punta Epitaffio e il Castello di Baia, è stata la volta del repertorio umoristico di Peppino De Filippo. Una libera e spassosa riduzione da “ Don Raffaele, il trombone” sul battello Cymba . Quindi, dopo la fortunata “Hagrippina Story” di F. Napolitano, il collettivo teatrale "la Scintilla" prosegue il suo viaggio teatrale e culturale, durante l’estate 2008.
Offrendo la formula che mette a contatto l’arte scenica con l’ambiente e l’ archeologia. Un’idea spettacolare che intende far conoscere, divertendo, le bellezze e la storia dei Campi Flegrei . “Questa estate abbiamo pensato di ritagliare uno spazio anche per le gag farsesche e per la comicità. Una barca di risate. Continueremo, però, le nostre escursioni marine con visite guidate ed happening di vario genere”, ci riferisce Ciro Morra, attore e presidente del gruppo bacolese.
Un turismo all’aria aperta che potremmo definire formativo e ricreativo. A tal proposito, ecco cosa ci dice Arianna Guidone, la cicerone del team: “Agli spettatori – passeggeri proponiamo una mini gita fiabesca nell’ Impero sommerso. Un Amarcord tra i fenomeni vulcanici, partendo da Bajos, il mitico nocchiero di Ulisse, passando per le grandezze delle terme e delle ville marittime , il gossip e le delizie mondane di quella che fu la Costa Azzurra dell’antichità. In quest’angolo di eden, dove dal tramonto in poi , come ci racconta Edouard Shurè – brillavano barche gremite di luci su di un mare blue e verde”.
In scena : il duo Sovente–Morra, A. Visconti, G. Di Colandrea, L. Guardascione; reciteranno sulla tolda dell’imbarcazione che prende il nome dalla barca di Cinzia, la donna cantata da Properzio. Questa formula del “teatro sul mare” rimarrà una nostra caratteristica , ci racconta il regista del gruppo Franco Napolitano : “Continueremo ad abbinare letteratura dei Campi Flegrei ed ambientazione scenica sui luoghi acquatici antichi. Soprattutto a Baia che fu definito dallo scrittore Cassiodoro il golfo che è un vero spettacolo della natura. A breve, una nuova messa in scena, dal titolo Aquarius, ispirato dal romanzo di R.Harris ambientato tra le acque della Piscina Mirabilis”.
22 luglio 2008
Il musicista puteolano Pino Ruffo
presenta la "Malamusica"
di Lucio Castracani
Abbiamo avuto l’occasione di parlare con Pino Ruffo, artista puteolano, cantante/percussionista de “La Malamusica”, in occasione di una delle sue più recenti esibizioni sul territorio flegreo. La conversazione, spaziando dalla musica alle tematiche sociali, è riportata qui di seguito.
Pino, innanzitutto, come nasce il progetto La Malamusica?
I fondatori siamo io e Claudio Bevilacqua (il chitarrista n.d.r.). L’ apporto di Claudio è stato fondamentale per la sua esperienza. Come fonico ha addirittura collaborato con persone dal calibro di Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Daniele Sepe. Ma anche gli altri membri della band, Corrado Calignano al basso e Raffaele Sabella alla batteria, vantano collaborazioni importanti in passato. Proveniamo da esperienze musicali diverse tra loro, il che è un elemento di forza per il nostro sound che può risentire di diversi generi, dal Reggae al Folk, dal rock alla worldmusic. Sicuramente l’aspetto più originale è il connubio tra l’ elettronica e le musiche riecheggianti la tradizione popolare.
Ci parli del vostro primo cd ?
Sì, il nostro primo cd, “La Malamusica”, come il nome della band, è di prossima uscita, autoprodotto da me e Claudio. Abbiamo l’onore di avere la partecipazione di validi musicisti come Gino Evangelista, Paolo del Vecchio, Ivan la Cagnina, Vittorio Riva, Gianfranco Campagnoli, Francesco Migliaccio, nonché le voci Natasha Bonacci, Gina La Corazza e Paky de Matteo. Già in primavera abbiamo tenuto molti live per promuovere “La Malamusica”, in tali occasioni abbiamo suonato anche brani riarrangiati di Fabrizio De Andrè, Bob Marley, Enzo Avitabile per omaggiare gli artisti che hanno influenzato le nostre vite come musicisti e soprattutto come persone.
Oggi sembra che l'industria discografica prediliga canzonette semplici, spesso vuote di significato. Forse espressione di un fenomeno socio-culturale di più vaste proporzioni, che va dal Grande Fratello alle barzellette durante le campagne elettorali. Cosa ne pensi?
Ti dico subito che “La Malamusica” si distanzia totalmente da tale atteggiamento. Parliamo di tematiche forti che possono anche dar fastidio alla classe dominante, per questo appunto "malamusica". Trovi nei nostri pezzi temi sociali, colorati ovviamente da elementi autobiografici. Ne è un esempio “Nun te perder”, brano che scrissi in comunità proprio per denunciare il problema della droga. E magari anche per dare una speranza ai giovani caduti in questo baratro, perché io sono un esempio lampante di chi ne è uscito grazie alla musica e all’amore per la mia famiglia.
Hai parlato di un brano presente nel cd. Ci sono altri pezzi a cui ti senti particolarmente legato?
Beh, sicuramente uno di questi è “Mamma Africa”, un brano che parla della colonizzazione occidentale nel continente africano. Agli italiani che oggi lamentano una forte presenza di extra comunitari farei notare che noi “bianchi” abbiamo un debito incolmabile nei loro confronti. Altro brano attuale è sicuramente “Sole sole”, lo scrissi all’ inizio della seconda guerra del Golfo e purtroppo, ancora oggi, ascoltiamo soltanto bollettini di guerra da quella splendida terra. Ci sono poi brani che guardano più alla realtà locale come “Zompa zompa”. In questacanzone parlo dei bambini napoletani, gli “scugnizzi” costretti talvolta a vivere di espedienti anche illegali. E' chiaro che non voglio difendere la criminalità, anzi, l’intento è completamente opposto: esortare tutti a ricercare le cause sociali e storiche di tale problema. Perché la camorra è innanzitutto un fenomeno sociale, e credo che per sconfiggerla occorrano anche analisi storiche e sociali. Ma il brano al quale sono probabilmente più legato è “Addo staje”, dedicato a mio padre, pescatore. Si può dire che il mare l’ha cresciuto, perché ha iniziato a tirare reti a otto anni, condizione comune a tanti puteolani. Vi è anche nostalgia per un lavoro che rischia di scomparire, anche a causa del "progresso". Mio padre è stato un modello per me. Lui, pescatore che amava cantare, mi ha trasmesso l’ amore per la musica; lui, mi ha trasmesso il valore del sacrificio.
Per concludere Pino, cosa ti aspetti dal progetto “La Malamusica”?
Guarda, io ho avuto il piacere di fare sia il pescatore, con mio padre, che il contadino, in comunità. L’energia che mi aveva dato il mare da bambino, l’ho ritrovata poi nella terra. Adesso spero solo di poter trasmettere tale energia alle persone attraverso la musica.
15 luglio 2008
Napoli ... inizio di estate al teatro!
di Roberta Pisano
L’inizio estate 2008 ha visto protagonista una Napoli nuova, immersa tra arte e cultura. Nel maggio 2007 il Ministero pei Beni e le Attività Culturali ha assegnato a Napoli la sede per il Teatro Festival Italia, una manifestazione di eccezionale importanza. Dal 6 giugno si sono susseguite 200 rappresentazioni ambientate in 30 luoghi diversi tra teatri e siti monumentali, 15 i paesi coinvolti, 9 le lingue parlate e 2000 sono gli artisti europei e internazionali che hanno partecipato. I napoletani, dunque, hanno goduto di un inizio estate all’insegna di cultura e arte, non sono state proposte solo rappresentazioni teatrali ma anche tanta musica, danza, arti visive e letteratura, il tutto messo a disposizione di giovani e non, grazie a prezzi modici e accessibili a tutti.
Il prologo avvenuto nell’autunno 2007 era stato curato dalla Fondazione Italiana dei Festival istituita proprio per l’occasione e composta da un personale giovane prevalentemente napoletano che da subito ha curato con entusiasmo il progetto riscuotendo nel prologo buoni risultati. Non si conosce bene il motivo ufficiale, ma pare che la cura del progetto del “Napoli Teatro Festival” sia poi passata ad altre mani tagliando fuori molti di quei ragazzi napoletani che l’anno scorso ci avevano investito energie e tempo. Ora il progetto triennale del “Napoli Teatro Festival” è curato e diretto da Renato Quaglia che prevede l’affermarsi del progetto come un’istituzione duratura volta alla promozione e alla divulgazione dell’arte teatrale, anziché un’iniziativa limitata e a scadenza.
Nell’edizione 2008 si è voluto da subito affermare il carattere internazionale del progetto, istituendo la prima Compagnia Teatrale Europea che riunisce attori belgi, portoghesi, spagnoli, ed italiani diretti ogni anno da un regista diverso, quest’anno è Virgilio Liberti e Annalisa Bianco, che hanno diretto lo spettacolo di apertura del festival, “Le Troiane”. Presenti gli attori di ogni parte d’Europa, i registi si sono preoccupati di valorizzare ogni singola cultura, mescolandole insieme senza assoggettare gli attori ad una lingua e ad una cultura predominante.
Gli spettacoli si sono protratti fino al 29 giugno. Ancora presto per poter fare una valutazione degli obiettivi d’impatto del festival. Proprio per tale valutazione il “Napoli Teatro Festival Italia” ha commissionato una ricerca a cui partecipa l’università Bocconi di Milano in collaborazione con la Federico 2 di Napoli con il compito di valutare il tipo di impatto che il festival ha avuto sulla città da tre punti di vista: economico, sociale e culturale. Bisognerà attendere ben sei mesi per la divulgazione dei risultati, ma intanto si può già da ora considerare l’importanza della scelta di iniziare tale manifestazione proprio a Napoli, sebbene lo scenario politico-sociale sia disastroso. Si è voluto evidenziare che nonostante tutto, Napoli resta indiscutibilmente una città di arte, cultura e bellezza e che se tali caratteristiche vengono sfruttate (invece che oscurate) dai problemi politici e amministrativi, è una città che ha ancora molto da offrire ai suoi cittadini e all’Italia intera.
1 luglio 2008
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